lunedì, marzo 02, 2015

Il maschio selvatico/2 (di Claudio Risé. Edizioni San Paolo, 2015)

(Invito alla lettura a cura di Paolo Marcon)

La testa di un uomo tatuata e perforata da oggetti metallici, sul dorso l’immagine-guida del volto ricoperto di foglie, la quarta di copertina con la breve e impegnativa indicazione: “Il maschio selvatico è l’uomo che vuole essere se stesso, assumendosi ogni responsabilità derivante dal suo essere creatura, di genere maschile”.
Nel 2015 irrompe così, tra gli scaffali delle librerie, sul web e per coraggiosa iniziativa delle Edizioni San Paolo, la nuova edizione completamente rivista, ampliata e aggiornata del cultbook di Claudio Risé: Il maschioselvatico/2. La forza vitale dell’istinto maschile

La prima stesura del testo fu pubblicata nei primi anni Novanta, generò risonanze nell’immaginario di quel mondo maschile già allora banalmente descritto in “crisi d’identità”, proprio da quel circuito mediatico/politico mainstream molto interessato ad imporre le sue soluzioni burocratiche e di consumo; ispirò l’approfondimento e la ricerca personale di molti giovani maschi, cui lo spettacolo sociale intorno a sé, e spirituale dentro di sé, cagionava malessere, infine provocò la nascita del movimento degli uomini in Italia che ancora oggi continua ad ispirarsi a questo libro-fondamento: i Maschi Selvatici.

In oltre vent’anni da quella prima pubblicazione è passata molta acqua sotto i ponti, tanti sono persino crollati, le visioni presentate in quel primo “Maschio Selvatico” hanno trovato spesso tragica conferma, come pure la bontà delle piste di salvezza indicate, e l’urgenza di percorrerle.
Conferma, ahinoi, ha trovato la cacciata dell’uomo dal suo territorio culturale maschile di riferimento: “sobrietà, ricerca del senso, addestramento delle proprie forze, rapporto con la natura incontaminata, elevazione verso l'alto”. Quel territorio è oggi diventato una specie di discarica di oggetti artificiali, culto dell’immagine, scarti d’idee mal consumate e generate a scopo di lucro dai promotori d’interessi economici agiti politicamente, ed amministrate da organizzazioni burocratiche e statuali sempre più asfissianti.
Chi avrebbe potuto immaginare che l’assalto ad ogni diversità biologica, psicologica, affettiva sarebbe arrivato con la “teoria del genere” ad imporre un “genere neutro” che nega alla radice ogni relazione naturale ed ogni autentico percorso di ricerca della propria specificità di genere? E chi avrebbe potuto pensare che l’attacco alle identità maschile e femminile sarebbe stato portato con potenza di mezzi da Stati che si presumono onnipotenti nel negare paternità e maternità, sin nei loro nomi?

“Il maschio selvatico è l’uomo che vuole essere se stesso”… e per questo non è ben visto da un “collettivo” che ha assunto dimensioni, anche psicologiche, sconosciute ad epoche passate, nelle sue capacità di condizionare comportamenti, ottenere consenso, anche solo formale, al prezzo salatissimo di tradire la propria natura profonda, cioè ridursi a schiavi infelici. Un collettivo che è figura degli aspetti negativi di quella Grande Madre, cui un’umanità infantilizzata si proclama nei fatti devota, nell’impossibilità di staccarsene, anche per la drammatica assenza di padri che si consacrino davvero nell’esser figure del Padre liberatore.

Secondo Claudio Risé è precisamente riabbracciando la sua natura selvatica che il maschio può uscire dalla condizione di paura (e nostalgia del padre) in cui è stato rinchiuso, ritrovando i propri autentici desideri e la volontà, non scontata e impegnativa, di realizzare se stesso.

“Il salvadego è colui che si salva”, diceva Leonardo da Vinci. Si salva, e salva gli altri, donando il suo sapere, grazie alla conoscenza approfondita della natura incontaminata, delle sue leggi fondamentali, tra cui la necessità, che è l’ambito in cui si forma la libertà dell’uomo.
La via del bosco può esser, dunque, anche la via di una rinnovata semplicità evangelica che ci libera da una serie di contenuti artificiali imposti dall’esterno che appesantiscono i nostri bagagli, ostacolandoci nel movimento (“Ti rendo lode, Padre, perché hai nascosto queste cose ai savi e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli fanciulli”).

La “Wilderness” del mondo anglosassone, la “terra selvaggia” non organizzata dall’uomo, in quanto polo altro rispetto alla storia dell’uomo, è dotata di una capacità di attrazione in grado di darci nuova dinamicità nel processo di conoscenza della realtà e delle sue spinte vitali.
La natura incontaminata non è però “solo” quel paesaggio esteriore che i selvatici libertari alla Thoreau raccomandano di conservare (“La sopravvivenza di una città non dipende dalla rettitudine degli uomini che vi risiedono, ma dai boschi e dalle paludi che la circondano. Una regione in cui una foresta primitiva affondi le proprie radici nel materiale decomposto di un’altra foresta primitiva è un territorio che favorisce non soltanto la fioritura di grano e di patate, ma anche di poeti e filosofi per le generazioni a venire”). E’ altresì la “Wildnis” del mondo germanico, la natura incontaminata e sacra dentro l’uomo, il fondo primordiale, e certo perturbante, della sua identità. L’insieme di forze ed energie cui l’uomo può attingere sicuro, specialmente quando cresce il pericolo, senza però illudersi di strumentalizzarle, come nel delirio del Levitano di Thomas Hobbes, ricordato nel testo qui presentato, secondo il quale conoscere una cosa è “immaginare cosa ne possiamo fare”. Bensì riscoprendo il coraggio “politicamente scorretto” dell’individuazione di sé nella partecipazione di queste forze primordiali.

Ciò che viene proposto in questo libro è un percorso ambizioso e contro-corrente, poiché la natura incontaminata dentro e fuori dell’uomo, le spinte vitali ed istintuali del maschio di cui è immagine archetipica l’Uomo Selvatico di molte leggende e rappresentazioni artistiche, sono state colpite in un lungo e complesso processo storico da una sorta di interdetto. L’Autore ne ripercorre le vicende culturali e storiche, che attraversano la svalutazione della materia e della natura operata da un modo intellettualistico d’intendere la religione, in forte polemica con il precedente mondo pagano, e passano dalle forzature del “processo di civilizzazione” che nel separare l’uomo dalla sua cultura materiale, contengono già in sé quello sguardo ideologico sulla realtà che ha finito per indebolire scientemente l’uomo, arrivando ad esaltare programmaticamente la sua debolezza, per farne terra di conquista di formule politiche e spregiudicati affaristi, e provocando reazioni compensative violente (come la crescente partecipazione dei figli senza volto dell’Occidente ai deliri del terrorismo islamico).

Eppure, proprio perché inaccettabile e non accettato dal “collettivo”, si capisce che il “lato selvatico” del maschio è ciò che va riconosciuto dall’uomo che desidera diventare se stesso. Come ci ricorda questo libro, e testimoniano i molti uomini già toccati dalla sua forza, l’incontro può avvenire qui ed ora, ed è fonte di un grande cambiamento morale, un’assunzione di responsabilità che dona senso, direzione, alle vite degli uomini.
Buona lettura.



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