domenica, novembre 17, 2013

Il nostro Nemico, lo Stato (di Albert Jay Nock)



Pubblicate negli anni Trenta del secolo scorso, le pagine di Our Enemy, the State (trad. it. Il nostro Nemico, lo Stato, Liberilibri), di Albert J. Nock, conservano intatte la loro freschezza intellettuale e la loro drammatica attualità. La disincantata ricostruzione della genesi dello Stato in Nordamerica, che registra il precoce tradimento degli ideali jeffersoniani, si intreccia con l’indagine della ragion d’essere e natura dell’organizzazione politica denominata “Stato”: nel pensiero nockiano, teoria ed attenzione all’ordine naturale affiancano lo studio della storia nella sua definizione.
In questo senso, fondamentale è la distinzione tra potere sociale e potere statale, che si escludono a vicenda, e ancor più tra mezzi politici e mezzi economici. Nelle azioni volte a soddisfare le proprie necessità ed i propri desideri, gli uomini possono infatti impiegare mezzi politici, cioè appropriarsi di ricchezza prodotta da altri, senza compenso, o mezzi economici, ossia produrre e scambiare.
Lo Stato è l’organizzazione dei mezzi politici, antica tentazione luciferina, sirena che ipnotizza l’uomo decaduto moralmente, facendo leva sulla sua naturale tendenza a soddisfare esigenze e desideri con il minimo sforzo possibile.
Qui potrebbe essere opportunamente richiamata la grande lezione misesiana, secondo cui non solo la vera teoria non è separata dall’uomo reale, ma la comprensione della storia non può che avvenire attraverso una solida teoria.
Così, per esempio, quello che noi oggi chiamiamo crony capitalism (capitalismo clientelare) non è affatto l’ultima degenerazione di Stati nazionali in via di disfacimento, bensì un elemento tipico dello Stato moderno (che Nock chiama “Stato mercantile”, forma successiva allo Stato primitivo e a quello feudale). Ci riferiamo alla commistione tra Stato e potentati economici, intenti ad utilizzare mezzi politici per il perseguimento dei propri interessi ed obiettivi. Oltre il feticismo partitocratico – che riproduce “ritualmente” la competizione per il controllo dei mezzi politici -, si potrebbe allora osservare che ogni Stato è uno Stato di “classe”, considerando la fluidità di questo concetto, in relazione ai vari tipi di rendite che si possono lucrare sostenendo il Leviatano.
Molto acute sono poi le riflessioni di Nock sull’atteggiamento dell’uomo di massa nei confronti dello Stato, che oscilla tra partecipazione convinta ed ineluttabilità, nonché sulla “natura eminentemente psicologica” dello Stato stesso.
«L’uomo massificato, ignaro della storia dello Stato, ne considera il carattere e le intenzioni come sociali anziché antisociali; e con questa fede è disposto a concedergli un ampio credito di furfanteria, mendacia e imbroglio, da cui i suoi amministratori possono attingere a volontà. Questo uomo, invece di giudicare il progressivo assorbimento del potere sociale da parte dello Stato con la ripugnanza ed il risentimento che sentirebbe per natura verso le attività di una organizzazione criminale, tende piuttosto ad incoraggiarlo ed a glorificarlo nella convinzione di essere in qualche modo identificabile con lo Stato, e convinto pertanto di acconsentire, lasciando che esso s’ingigantisca senza fine, a qualcosa di cui è parte – egli, in tal modo, sta glorificando se stesso».
L’uomo di massa – anonimo -, s’identifica con la potenza anonima dello Stato. Anche quando quest’adesione non è consapevole, essa è profondamente interiorizzata: l’uomo di massa, il lavoratore, è jüngerianamente “mobilitato”. Nock parla di questa umanità come di un “esercito in marcia”.
«Un esercito in marcia non ha una filosofia; esso si vede come una creatura del momento. Non razionalizza la propria condotta, se non per un fine immediato. […] vi è un tacito accordo contro la condotta razionale: “non tocca a loro chiedersi perché”. Ben diverso il caso della condotta emotiva, più ce n’è meglio è; questa è incoraggiata da un’intera serie di vistosi accessori – bandiere, musica, uniformi, decorazioni – e dalla attenta coltivazione di uno specialissimo tipo di cameratismo. Andando alla “ragione delle cose”, - alla capacità e alla volontà, come dice Platone, “di vedere le cose per quello che sono” – la mentalità di ogni esercito in marcia non è altro che adolescenza molto ritardata; essa rimane persistentemente, incorreggibilmente e notoriamente infantile. […] A noi si addice il morale di un esercito in marcia, e ne siamo fieri».
Ignoranza, illusione, interessi privati e cedimento morale costituiscono le fondamenta dello Stato, ciò che assieme ad esercito e forze di polizia rende quest’istituzione antisociale difficilmente scalfibile nel breve periodo, agli occhi di Albert J. Nock. Ben lungi dall’assumere la posizione di un irresponsabile agitatore, l’Autore di Our Enemy, the State, dedica allora il suo libro al Residuo, il “piccolo resto” di uomini che sente il dovere di testimoniare la verità dell’ordine naturale:
«In ogni civiltà, per quanto generalmente prosaica, per quanto viziata da orizzonti limitati negli affari umani, esistono sempre degli spiriti alieni che, mentre si conformano esternamente ai dettami della civiltà che li circonda, mantengono ugualmente un’attenzione disinteressata verso la chiara e comprensibile legge delle cose, al di là di ogni finalità pratica. Hanno una curiosità intellettuale, talvolta sfiorata dall’emozione, verso il nobile ordine della natura; sono colpiti dalla sua contemplazione, e piace loro saperne più che possono anche in circostanze in cui il suo operare va così palesemente contro le loro migliori speranze ed i loro desideri». 

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