domenica, aprile 01, 2012

Credere nello Stato o leggere il nuovo libro di Carlo Lottieri?

Perché il potere politico è tanto forte ed invasivo, oggi? Com’è possibile che la maggioranza delle persone consideri normale che lo Stato le privi del 50, 60, 70% del proprio reddito e delle proprie ricchezze? Perché siamo abituati a considerare legittimi e addirittura lodevoli comportamenti e azioni dei governanti, che procurerebbero immediatamente la galera ai governati che li adottassero? Perché acconsentiamo tranquillamente ai segreti di uno Stato che pretende da noi la più assoluta trasparenza?

Sono solo alcune delle domande che trovano una convincente ed articolata risposta in “Credere nello Stato? Teologia politica e dissimulazione da Filippo il Bello a Wikileaks” (Rubbettino, 2011), recente pubblicazione del prof. Carlo Lottieri. La prospettiva scelta è quella della “storia delle idee”, che non pretende di esaurire l’indagine sull’origine e la natura della statualità moderna, eppure - nella consapevolezza dell’incidenza degli aspetti materiali, degli interessi economici, delle ambizioni personali -, riconosce nella metafisica la dimensione decisiva di un dominio capace di spegnere ogni istanza di resistenza dei singoli e delle comunità.

“Un interminabile Kulturkampf” – così lo definisce l’Autore – è quello che si staglia sullo sfondo di fatti e processi storici che hanno modificato profondamente la natura del potere, ampliato la sua capacità di penetrare la società a tutti i livelli, confondendosi con essa, cambiato la nostra percezione del dominio politico, ed ultimamente il nostro stesso rapporto con la realtà.

Così, dalla fase di maggiore visibilità del potere, in cui esso mantiene un carattere personale che ne costituisce elemento di debolezza (per esempio favorendo lo sviluppo della teoria del giusto tirannicidio) alla moderna organizzazione politica in cui il potere diventa invisibile, opaco, funzionale, diffuso, spersonalizzato (di cui è immagine perfetta la formula inculcata dall’ordine statuale più maturo, attraverso la scuola pubblica: “lo Stato siamo noi”), la storia delle Istituzioni politiche europee si sviluppa nel durissimo confronto tra le mutevoli teorie di legittimazione del potere civile, sfidate dalle elaborazioni teologiche e concettuali volte viceversa a limitarne le pretese.

I protagonisti di questa affascinante vicenda, nell’età medievale, sono la Chiesa e l’Impero; i soggetti di uno straordinario conflitto, che culmina nell’eccezionale rivendicazione di Gregorio VII della facoltà «di sciogliere i sudditi dal vincolo di lealtà verso gli iniqui». L’Impero ne uscirà sconfitto, ma presto, a partire dalla Sicilia, Francia, Inghilterra, i Regni prenderanno il seguito di un potere sempre più avido, fino al trionfo dell’assolutismo democratico nella Rivoluzione Francese, tappa fondamentale per la tabula rasa di ogni freno tradizionale al controllo del potere sulla realtà.

Nel ripercorrere questi eventi, Lottieri evidenzia lo stretto legame che unisce la dottrina dello Stato (Istituzione che si proclama progressivamente sempre più sovrana, assoluta, definitiva, perpetua) alla teologia.

E’ precisamente nell’ininterrotta dialettica con la sfera religiosa che il potere secolare si definisce ed estende. Dapprima dotandosi di una dimensione sacrale che, strumentalizzando il detto paolino secondo cui ogni autorità viene da Dio, riconduce la religione ad instrumentum regni, come già fece l’Impero e più ancora i nuovi Regni, nazionalizzando le comunità di credenti. Successivamente cercando di separare, isolare, la cristianità (avvertita pur sempre come un limite alle pretese ambizioni di onnipotenza), riducendola a spiritualità privata: è il processo di secolarizzazione della società che corrisponde alla ri-sacralizzazione del politico, costruito attorno ad un nuovo apparato mitologico astratto (la “volontà generale”, il “contratto sociale”) che “dà ragioni alla forza” del potere.

La ritualità delle feste civili, la devozione per i nomi dei martiri dello Stato ricordati nei titoli delle vie cittadine sono solo alcune delle espressioni di questa religiosità repubblicana.

Come ha ben spiegato Carl Schmitt, lo stato moderno è allora un insieme di concetti teologici secolarizzati, accumulatisi per gradi di pretese neutralizzazioni della conflittualità sociale. Colpisce, nella lettura del libro di Lottieri, l’ossessivo richiamo alla pace (e, più tardi, alla separatezza della sfera religiosa), nei più efficaci sostenitori del potere secolare.

Ma in quanto “dio immanente” (monopolista della forza, ente unico, perpetuo, sovrano esclusivo su un territorio), l’ordinamento statuale moderno segna altresì il trionfo di una religiosità pagana, che nei rituali nazionalsocialisti realizza soltanto la sua versione apicale.

Ciò si è potuto concretizzare – spiega molto chiaramente il prof. Lottieri -, a causa dell’assorbimento del diritto nel potere, il quale è riuscito a ridurre la Legge a sanzione e decisione politica.

Lo spazio storico del diritto privato emergente dalle relazioni interpersonali di liberi proprietari (lex mercatoria, diritto consuetudinario), viene occupato dalle regole imposte dai detentori del potere politico. D’altro canto la stessa proprietà, nella società dove lo Stato rivendica il monopolio della forza - laddove non apertamente espropriata –, perde la sua dimensione politica, la capacità di fare comunità. E’ il mito della razionalità incarnata dallo Stato che si esprime nel moderno legalismo: Carlo Lottieri lo individua, finalmente, anche come radice del nuovo globalismo dell’ideologia dei “diritti umani”. Pure in questo caso, «la volontà di organizzare il mondo prevale sul riconoscimento dell’altro» (cit.).

Esula da questo invito alla lettura la possibilità di accennare anche solo approssimativamente a tutte le intuizioni dell’Autore sui passaggi “ideali” determinanti per l’indebolimento della capacità di resistenza dell’uomo di fronte al potere (bellissime e molto istruttive, tra le altre, le pagine sull’Illuminismo e su Kant).

In conclusione, si può pertanto solo convenire, con Lottieri, che lo Stato, per affermarsi ed estendere progressivamente il suo potere, «ha bisogno della forza che gli deriva dal maneggiare il linguaggio del bene e del male». E – in definitiva – poco cambia se tale manipolazione avvenga citando la Bibbia o la teoria dei beni pubblici di Samuelson e dei moderni economisti: nell’aura sacrale ed invincibile che il Leviatano riserva a se stesso e riesce ad imporre sulla società, vi è l’unica risposta plausibile alle domande poste in apertura di questo scritto.

Credere nello Stato? Teologia politica da Filippo il Bello a Wikileaks” si presenta, dunque, come un prezioso contributo alla demistificazione dell’ordine politico, nella giusta consapevolezza che, nella realtà delle cose, lo Stato non è perpetuo e la «storia resta aperta» alla confutazione del potere e delle sue inique e soffocanti imposizioni.