domenica, ottobre 19, 2008

La fabbrica dei divorzi. Il diritto contro la famiglia

«Mio padre era un uomo onesto, il migliore degli uomini, e io passerò il resto della mia vita a cercare di capire le ragioni di quello che ha fatto. Perché di certo le ragioni non sono quelle che dite voi». Si rivolse così ai giornalisti la figlia del manovale albanese Clirim Fejzo, il giorno dopo che suo padre – era il mese di ottobre 2007 – entrò armato nel Tribunale di Reggio Emilia, convocato per l’ennesima udienza del suo divorzio. E fu strage.
Le sue parole furono rapidamente minimizzate, se non proprio liquidate, da tutti i mezzi di comunicazione nazionali, in forza di un radicato pregiudizio ideologico piuttosto che razzista.
Eppure potevano essere colte in tutta la loro drammatica, commovente, inquietante ed interrogante, potenza.
Proprio alle figlie di Clirim Fejzo e Vjosa Demcolli, e a tutte le altre vittime dei dissolvimenti famigliari, Massimiliano Fiorin ha dedicato il suo coraggioso libro, fresco di stampa: La fabbrica dei divorzi. Il diritto contro la famiglia (Ed. San Paolo, pagg. 300, 18 Eur). Sottolineamo “coraggioso” poiché l’impresa è di quelle “titaniche”. Mentre l’aborto, al pari di molte altre questioni bioetiche, è infatti ormai salito alla ribalta del dibattito politico e pubblico nazionale, la cortina di silenzio calata sul divorzio (considerato per correttezza politica una “indiscutibile conquista di civiltà”) appare solida ed impenetrabile. Invero l’Autore è aiutato e sostenuto dai dati di fatto, nudi e crudi: la cappa progressista che intende cancellare il problema della crisi della famiglia e del matrimonio (tra l’altro con il ricatto della neolingua, che vorrebbe imporci di aggiungere: “tradizionale, eterosessuale ed indissolubile”), non è più in grado di contenere gli “oceani di sofferenza”, da essa stessa provocati. Che assumono sempre più la qualità di emergenza morale e sociale, capace di minare alle radici un’intera civiltà.
Opera quarta della collana “Psiche e Società”, di San Paolo ed., il libro di Fiorin si presenta come un lavoro originale e completo, precisamente documentato (l’Autore è avvocato e Presidente della Camera Civile di Bologna), ed intellettualmente onesto. L’analisi del quadro legislativo italiano e della prassi giudiziaria è trasparente, pur non nascondendosi dietro quella pretesa di “neutralità” di cui si ammantano spesso le stesse legislazioni divorziste (e più in generale ogni altro tipo di statalismo), facendo finire e svanire nel tritacarne del divorzificio persino concetti sacrosanti come “l’interesse dei figli minori”.
«Oggigiorno entrambi i poteri dello Stato, quello legislativo e quello giudiziario, procedono di pari passo nel favorire il più possibile la dissoluzione della famiglia tradizionale»: questa è l’amara constatazione dell’Autore, che imputa ciò anche ad uno scivolamento verso una concezione sociologica del diritto, che ha fatto passare l’intero quadro normativo e giudiziario da un iniziale favor familiae – costituzionalmente fondato –, ad un progressivo favor divortii.
I passaggi legislativi e gli escamotage politici e giudiziari che hanno favorito la rapida diffusione, anche in Italia, del cd. no-fault divorce sono attentamente ripercorsi nel testo, che si sofferma a lungo anche sul processo dell’"esproprio statale della famiglia”, condotto con politiche interventiste che hanno disgregato l’ordine naturale del matrimonio e delle relazioni genitori-figli.
Fedele al motto evangelico secondo cui la qualità delle opere si riconosce dai loro frutti, l’Avv. Fiorin fornisce altresì ampia documentazione statistica e sociologica sugli effetti della disgregazione famigliare, operata dalla “fabbrica dei divorzi”, il cui funzionamento viene descritto anche “sul campo”, con la narrazione di colloqui professionali, amaramente indicativi dei meccanismi autogenerati dal divorzificio, che sono in grado di privare gli stessi principali attori dello sfascio famigliare di ogni controllo sulle proprie scelte.
Ma chi è il principale bersaglio della “fabbrica dei divorzi”, ovvero lo strumento utilizzato per colpire la famiglia? L’Autore non ha dubbi e sa essere molto convincente quando spiega dettagliatamente come il padre sia il nemico per eccellenza della cultura divorzista, la quale proprio nella lotta al padre ha individuato il metodo privilegiato per lo scardinamento dell’ordine naturale del matrimonio.
Secondo la Caritas di Milano il 70% di nuovi poveri è costituito da padri separati, espulsi dalla famiglia, cui viene negato di frequentare normalmente e dignitosamente i propri figli, espropriati della casa di proprietà, infine costretti a frequentare dormitori diocesani o comunali, magari dopo decenni di duro lavoro, al fianco di sbandati, extracomunitari e tossici.
Anche in Italia, insomma, la fabbrica dei divorzi sembra aver adottato la raccomandazione del giudice della Corte municipale del New Jersey, Richard Russel: «Buttatelo per la strada e tirategli dietro i suoi vestiti, non dovete preoccuparvi dei suoi diritti. Il vostro lavoro non è quello di prendere a cuore i diritti costituzionali dell’uomo che state calpestando».
Fiorin descrive il funzionamento del “diritto non bilaterale”, ed il modo in cui questo si radichi in una battaglia spesso nemmeno consapevolmente sessista, dove trovano ampio posto false denunce e moltiplicazioni della conflittualità, che contraddicono alla radice la favola politicamente corretta della “gestione civile della fine di una famiglia” (e tutte le altre banalità dello “stupidario divorzista”, tipo: “meglio il divorzio, che genitori litigiosi”).
La fabbrica dei divorzi. Il diritto contro la famiglia” è un libro che per la sua visione complessiva si rivolge utilmente a molti destinatari: innanzitutto agli stessi “operai” della fabbrica, che spesso, magari pur volendolo, non riescono ad incepparne i meccanismi, cioè agli "avvocati familiaristi" (cui è dedicato uno specifico decalogo, che prevede orientamenti operativi pratici), ai giudici, ai periti, agli assistenti sociali, agli psicologi (invitati ad una maggiore attenzione verso le nuove patologie e sindromi da separazione, come la “sindrome da alienazione genitoriale (PAS)”, la “sindrome della madre malevola” o il “mobbing famigliare”). Poi, questo libro può risultare molto utile a chi nel tritacarne del divorzificio ci è già finito, direttamente o indirettamente, per comprenderne più a fondo il funzionamento e dare un “senso” alla propria storia ed esperienza. Infine a tutti coloro i quali sono interessati a difendere la nostra civiltà e la nostra libertà, che sulla stabilità e difesa dell’istituto famigliare sempre si sono fondate.
Merito di questo lavoro è infatti evidenziare come la questione decisiva sia culturale e pre-giuridica. Infatti, anche conquiste veramente positive, come la legge 54/2006 sull’affidamento condiviso, rischiano di essere svuotate di senso, e di fatto già in gran parte lo sono, qualora non fossero assistite da un intero movimento culturale che ripristini la dignità autentica della paternità e della maternità, dell’istituto famigliare come fondamento di civiltà, e dei conseguenti doveri liberamente contratti come impegni che non possono essere compromessi da concezioni sentimental/romantiche o consumistiche dell’amore.
Proprio in questa prospettiva, e riflettendo anche sulle parole di Giovanni Paolo II sull’obiezione di coscienza degli operatori del diritto di famiglia, l’Avv. Fiorin si sofferma sulla possibilità di riaprire spazi di libertà alla verità dell’amore coniugale, seguendo l’esperienza di alcuni stati americani che hanno introdotto il “covenant marriage”, o matrimonio-alleanza, un matrimonio “rafforzato” fuori dalle legislazioni divorziste. E’ una proposta che questo libro promuove, e su cui il mondo cattolico, conservatore e liberale dovrebbe lavorare. Fermo restando che la battaglia decisiva è, appunto, quella più ampiamente culturale, pre-politica e pre-giuridica.
Di questa battaglia decisiva, il libro “La fabbrica dei divorzi. Il diritto contro la famiglia” è strumento prezioso ed irrinunciabile.

mercoledì, ottobre 08, 2008

la fed taglia i tassi

«Nel mondo che vedo uno si muove con gli alci, tra le umide foreste dei canyon intorno alle rovine del Rockefeller Center. Indosserà abiti di pelle che gli dureranno per tutta la vita. Si arrampicherà per le liane che avvolgono la Sears Tower. E quando guarderà giù vedrà minuscole figure che pestano granturco e posano strisce di carne di cervo sulla carreggiata vuota di qualche superstrada abbandonata».
(Tyler Durden, in Fight club)

la cartamoneta ci tornerà utile, per accendere il fuoco.