martedì, settembre 30, 2008

Le regole dei mercati e quelle della politica

Il pensiero pressoché unico che si sta diffondendo, in questi giorni di turbolenze finanziarie, è che l'attuale crisi sia determinata dalla mancanza di regole. Ma di quali regole stiamo parlando?
Vale la pena forse di ricordare che i mercati (i luoghi dei trasferimenti volontari di beni e/o servizi), tutti i mercati, hanno le loro proprie regole. I mercati erano regolati, e a volte con minuziose codifiche, già prima della nascita degli stati, come dimostra l'esistenza in epoca medievale della lex mercatoria, vero e proprio corpus giuridico capace di governare il commercio nell'intera Europa.
Per comprendere le radici dei dissesti finanziari attuali, conviene allora cambiare punto di vista, e cominciare ad osservare questo: le crisi attuali non derivano dalla mancanza di regole (politiche), bensì dalla violazione delle regole (dei mercati).
I fatti sono questi: da decenni le Istituzioni politiche (gli stati) e le Istituzioni economiche (le banche centrali), nel migliore dei casi favoriscono la violazione delle regole dei mercati da parte degli attori economici, nel peggiore (e più frequente) dei casi violano esse stesse scientemente le più elementari regole dei mercati e, con le loro politiche economiche e monetarie, accelerano, aggravano e rendono potenzialmente sempre più drammatiche le naturali "crisi" dei mercati (il mercato, come ogni ordine umano, è soggetto ad andamenti ciclici e a momenti critici).
Se la banca X fallisce perché ha prestato male i propri soldi, siamo nell'ambito di una naturale crisi del mercato, con conseguenze limitate e circoscritte (certo anche drammatiche per un determinato numero di persone e famiglie). Se a fallire per quello stesso motivo è la banca X, Y, Z, e si sparge la voce che anche la K non è in grande salute, ciò significa che un intero sistema si è assunto un assurdo grado di rischio, potendo contare su una marea di liquidità cui non corrisponde più alcun valore reale.
Se per fermare il panico si chiedono più regole politiche, si è costretti a nazionalizzare le banche, e ad immettere altra artificiosa liquidità nel sistema, si rimane inevitabilmente nell'ambito del circolo vizioso: si sceglie di fornire altra droga al tossico, spaventati dalla sua crisi d'astinenza.
C'è da fidarsi del parere di Antonio Martino: quella attuale non è, per ora, la crisi del '29, ed in giro ci sono già troppi becchini del "capitalismo" e della "civiltà occidentale", ad inscenare le loro danze macabre.
Ma ad ogni modo, beato chi ha investito in oro. O in terra: come insegnano i "veci" da queste parti: «chi ha un pezzo di terra, non muore di fame».