domenica, aprile 27, 2008

Il Cattoleghista

Dopo l’“Operaio-leghista”, è l’ora del “Cattoleghista”. Gli analisti dei risultati elettorali del 13/14 aprile, gli studiosi dei flussi e riflussi che hanno portato alla (per loro) sorprendente avanzata della Lega Nord Padania, hanno individuato la nuova “bestia politica” da laboratorio, cominciando subito a sezionarla, per leggerne le viscere. Negli ultimi giorni il “fenomeno” è stato dunque da più parti commentato, e deve avere una qualche consistenza reale se una delle più importanti pubblicazioni di riferimento del Partito Democratico invita a non sottovalutare il cattoleghismo.
Soprattutto, è interessante che ad occuparsene, con toni, parole e attenzioni del tutto inediti, siano ambienti cattolici tradizionalmente non certo indulgenti, come quelli espressi da Famiglia Cristiana.
(Va da sé che qui non interessa invece l’eventuale connessione del “fenomeno” con le manovre per la formazione del nuovo governo, laddove alcuni osservatori – a parer mio sbagliando di mira -, hanno inteso enfatizzare la conflittualità tra la componente cattolica e quella leghista nel totoministri, che ha inevitabilmente coinvolto anche il controllo di Regioni guida del paese, come il Veneto e la Lombardia).
Più direttamente, essendo chiamato in causa, e non volendo morire da bestia in laboratorio, abbozzo alcuni (ap)punti che sono anche mie personali linee di direzione per comprendere cause e ragioni di una decisione elettorale di molti cattolici praticanti.

Perché no?
La Lega Nord non è una novità; tra i partiti rappresentati in Parlamento, credo sia il più vecchio. Si è storicamente affermata con il crollo della cd. “prima repubblica” in aree di robuste tradizioni e culture cattoliche, drenando subito voti dalla Democrazia Cristiana. Si potrebbe dunque partire dalla domanda: «perché un cattolico non dovrebbe votare Lega Nord?»

Il “dio fiume”, le ampolle e il paganesimo politico
La prima comune risposta è irrisoria ed è la seguente: «come può un cattolico scegliere chi d’estate organizza feste celtiche, ed ogni anno strani riti tra il Monviso e Venezia». L’obiezione può essere liquidata come retorica, laterale ed ininfluente, oppure presa sul serio. Un cattolico può considerare quei riti come espressioni goliardiche di una cultura politica, ovvero apprezzare l’attitudine di un movimento politico – l’unico popolare –, che ha saputo costruire anche una simbologia di riferimento. Invenzione della tradizione, come denunciarono subito intellettuali micromeghiani ed iniziati tradizionalisti? Può darsi, del resto ogni tradizione è inventata, scoperta, in quanto corrispondente al Sé di una comunità. Una forte identità cattolica sa riconoscere e fare i conti con tutto questo, la storia ce lo insegna.
Ben più pesante è invece la modernissima questione del paganesimo politico e culturale, che certo ha trovato ampio spazio, negli anni scorsi, anche nella direzione culturale del movimento giovani padani, con posizioni “debenoistiane”, a tratti anticattoliche e antiliberali, successivamente mi pare volutamente sfumate. Da questo, cruciale, punto di vista, ben altre sono però le forze politiche pericolose, ben altre le avanguardie della modernità politica carica di idoli: sono le forze che insistono sul primato, sull’autonomia e sull’autosufficienza dell’agire politico (mentre la dignità dell’azione politica, la sacralità del suo nucleo originario – il “politico”, è viceversa il dono della sua stessa insufficienza e, dunque, della sfida della trascendenza di cui si fa portatrice: solo in questa consapevolezza il “politico” può limitare i danni dell’esercizio del potere, e farsi autenticamente liberale).

Autogoverno
La mattina dello scorso 15 aprile, uscendo per andare al lavoro, mi sono accorto che il vicino di casa aveva incollato alla tradizionale bandiera col Leone di San Marco, esposta in giardino, un cartello con su scritto, a mano: “Adesso autonomia subito”.
Come dimostrano anche i mal di pancia nel Partito Democratico nordista, la richiesta di autonomia è fortissima ed in gran parte trasversale nelle regioni settentrionali. Non è un caso, ad esempio, che l’on. trevigiano Giampaolo Dozzo abbia già lanciato la proposta di un coordinamento di tutti i parlamentari veneti nel prossimo Parlamento, per agire assieme su questo terreno.
L’istanza dell’autonomia, dell’autogoverno, del controllo e della restituzione dei soldi pagati con le tasse, non è una delle richieste, bensì, in molte regioni che hanno premiato la Lega Nord, sul piano dell’organizzazione e del funzionamento della politica, LA DOMANDA.
Il sentimento autonomista è stato frustrato dall’esito del referendum sulla riforma costituzionale, che prevedeva la devoluzione. E’ stato altresì acuito dal razzismo antisettentrionale di esponenti del governo uscente, ben espresso da personaggi come Vincenzo Visco e dalla sua polizia fiscale.
In regioni come il Veneto, poi, al danno si aggiunge la beffa delle regioni confinanti a statuto speciale, con la girandola dei referendum comunali dei paesi limitrofi che chiedono di passare al Trentino o al Friuli.

Sicurezza, immigrazione e “quel becero leghista”
Se sul terreno dell’autonomismo, lo stesso su cui desiderano muoversi con decisione anche la maggioranza dei cattolici padani, il partito di Bossi ha il maggiore capitale politico da spendere, analoghe considerazioni si possono fare per la credibilità in tema di sicurezza, altra questione attualissima, modernissima e centrale per la legittimazione del potere politico e dello Stato.
L’emergenza sicurezza è una realtà drammaticamente avvertita, oggi, anche nei piccoli paesi di provincia. Le cronache nere si fanno sempre più orribili e la paura crescente. Che la questione s’intrecci con l’immigrazione incontrollata e clandestina è ormai sotto gli occhi di tutti. La Lega Nord è il partito che ha saputo dare maggiore ascolto a questa fondamentale domanda di sicurezza, ponendosi in sintonia con la gente.
L’immagine diffusa e razzista del “becero leghista”, con cui politici e mass media hanno sempre liquidato le prese di posizione del partito di Bossi sul tema, segna la lontananza dei predetti politici e dei mass media dal territorio, in cui sindaci e bravi amministratori si fanno carico della questione, anche con proposte coraggiosamente innovative (come ha fatto per esempio Bitonci a Cittadella).
Da questo punto di vista è esemplificativo che mentre il pur bravo Gianni Alemanno, in dibattito a Ballarò, faceva a gara con Rutelli per prendere le distanze dalla Lega e bocciare le “ronde”, a Conegliano (TV) i ragazzi di Azione Giovani annunciavano l’organizzazione di turni volontari per scortare le commesse dei negozi del centro, terrorizzate a causa di ripetute aggressioni e minacce subite da stranieri e sbandati, dopo l’orario di lavoro, sino ai parcheggi limitrofi.
“Giovani beceri pidiellini crescono…”, verrebbe da dire.

Eurabia
Solo in parte sovrapponibile al tema “immigrazione” è la questione dell’islamizzazione dell’Europa, che occupa spazi importanti nei dibattiti politici dei più grandi paesi europei, mentre da noi è pressoché ignorata. Era stata toccata in passato dall’ala laico/identitaria di Forza Italia (Marcello Pera), ora silenziosa o silenziata. La Lega Nord (a volte con scivolate sbagliate) è l’unica forza politica italiana a porre questo problema nell’agenda politica nazionale.
Per le ragioni che ha più volte illustrato nei suoi scritti Guglielmo Piombini, si tratta di un tema che già richiama, e richiamerà sempre più, l’impegno dei cattolici (oltre che naturalmente dei liberali).
O perlomeno dei cattolici non pentiti (di essere cattolici).

Il pragmatismo dei cattolici senza partiti
Secondo alcuni osservatori si è aperta la nuova fase dei “cattolici senza partiti”, una fase di opportunità ma che presenta anche molti rischi per i cattolici in politica. Il risultato uscito dalle urne ha confermato l’ininfluenza del tentativo di Casini di dare una casa operativa al cattolicesimo in politica. D’altro canto l’uscita dell’UDC dalla coalizione di centrodestra ha ridotto la componente organizzata cattolica nella coalizione di governo; componente che ora fa riferimento soprattutto al gruppo della Forza Italia lombarda legata a Comunione e Liberazione e ad una fetta di Alleanza Nazionale, un po’ oscurata però dal trasformismo di Fini. La situazione è così fluida che nella formazione del nuovo governo qualcuno ha timidamente denunciato la possibile apertura di una “questione cattolica”.
Naturalmente tutto ciò non implica l’equivalenza degli schieramenti, tanto è vero che il PD di Veltroni ha duramente perso le elezioni proprio per essersi in gran parte alienato i consensi del mondo cattolico.
Rimane il fatto che a molti cattolici le battute di Berlusconi sulla “anarchia etica” non sono piaciute affatto, come inquieta la possibilità di una staffetta Berlusconi-Fini (alla luce delle scelte di Fini ai tempi del referendum sulla fecondazione artificiale). Probabilmente anche per questi buoni motivi molti cattolici hanno ritenuto di esprimere un voto ugualmente utile, scegliendo la Lega Nord.
Secondo il prof. Massimo Introvigne, è possibile che sempre più il voto dei cattolici non segua precise bandiere, o preordinate fedeltà, ma si orienti pragmaticamente anche diffondendo nelle parrocchie, nei movimenti e su internet dossier stile evangelical, sulle proposte dei vari partiti e candidati, centrati sulla valutazione dell’approccio a quei “principi non negoziabili” con forza affermati dalla Chiesa di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Bioetica
Degna di nota, a tal proposito, è l’indagine diffusa durante la scorsa campagna elettorale dall’Associazione Nuove Onde, che ha individuato nella Lega Nord il partito più compatto sui temi cd. “eticamente sensibili”. Elemento senz’altro prioritario per molti cattolici che hanno deciso di votare il partito di Bossi.

Umberto Bossi e Plinio Corrêa de Oliveira
Lascio la parola al prof. Massimo Introvigne: «Il voto alla Lega non è soltanto né principalmente un voto di protesta contro gli sprechi dello statalismo e del centralismo, né un voto per le infrastrutture al Nord, per quanto questi temi entrino nel successo del partito di Umberto Bossi. Chi ha seguito la campagna della Lega – l’unica tra quelle dei partiti approdati in Parlamento affidata più agli strumenti tradizionali del contatto personale, delle riunioni e dei comizi che a Internet o alla televisione – si è reso conto del costante appello a valori che si possono riassumere – correndo il centenario della nascita del pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), che peraltro non presumo sia specificamente noto al leghista medio – nel suo motto “tradizione, famiglia, proprietà”, con una speciale attenzione all’identità, alle radici e alla consapevolezza del pericolo rappresentato dall’islam.
I cattolici possono soltanto augurarsi che nella Lega si affermi una classe dirigente capace di difendere questi valori in modo non solo istintivo ma consapevole e meditato. Ma questo non avverrà senza un dialogo più serrato e continuo fra chi, quanto a consapevolezza e meditazione di questi valori, nel mondo cattolico ha qualche cosa da offrire e il popolo della Lega» (link).

Rapporti istituzionali
I dirigenti leghisti, negli anni, hanno assunto atteggiamenti molto diversi nei confronti del cattolicesimo e della Chiesa. Sul territorio, per esempio nel trevigiano, molto accesa è stata naturalmente la dialettica tra le amministrazioni leghiste e le Diocesi. Mi piacerebbe sapere quel che accade in altri feudi verdi (per esempio Varese), ma la sensazione è che lo scontro-confronto abbia fatto passi avanti, a beneficio di tutte le parti, e ci sia oggi una migliore conoscenza reciproca. Fino alla prossima battaglia, che sarà ancora proficua.

Identità e interessi: i cattolici di fronte alla modernità di un movimento politico
A fronte di culture politiche che hanno contrapposto identità ad interessi, o costruito pseudoidentità attorno agli interessi, la modernità del movimento politico leghista sembra essere precisamente il tentativo di coniugare identità ed interessi, laddove il polo identitario, in un’epoca di sfide globali, non può che avere anche una forte connotazione territoriale.
In questa prospettiva, si tratta effettivamente di un movimento “fusionista” (e infatti per esempio in campo economico variabili nel tempo sono stati gli orientamenti assunti), che, pur a sua volta non esente da contraddizioni, tiene bene il passo delle sfide urgenti sentite nelle regioni del paese che sono riuscite comunque a crescere, nonostante l’ingenerosa palla al piede del carrozzone statalista.
Se il “cattoleghismo”, in molte regioni italiane, assumerà i connotati di un nuovo cattolicesimo popolare, attrezzato ed armato di una solida e radicata cultura, facendosi promotore di risposte concrete alle sfide sentite come prioritarie da molti cattolici, dipenderà molto da questi ultimi e dalle scelte che le dirigenze politiche della Lega e del PDL faranno nei prossimi anni.

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