domenica, luglio 01, 2007

Paleolibertarismo

«Morale tradizionale e libertà economica si rafforzano reciprocamente in una sequenza in cui inizialmente viene posto un rapporto di causalità fra la prima e la seconda, ma in cui successivamente opera un effetto di feedback, con la libertà economica a sua volta utile per rafforzare e consolidare l’ordine morale tradizionale».

Agile lavoro di 119 pagine, edito da Rubbettino (12 euro), Paleolibertarismo è la monografia dello studioso Piero Vernaglione sulla corrente di pensiero che ha saputo coniugare nel modo più rigoroso libertà economica e cultura conservatrice, con particolare riferimento all’opera di Hans-Hermann Hoppe.
Brevemente, il libertarismo (o anarco-capitalismo) è la “teoria della giustizia” che promuove una società libera, senza stato, incardinata sulla proprietà privata, gli scambi consensuali e il principio di non aggressione. In particolare, tutti i diritti individuali (oggi inflazionati anche con l’uso di locuzioni quali “diritti umani”, “diritti civili”, etc.) sono concepiti come diritti di proprietà: così, per esempio, “libertà di parola” non può significare pretendere di dire quello che si vuole a casa d’altri.
La teoria libertaria, specialmente nella sistematizzazione data da Murray N. Rothbard, prevede ed auspica una società senza stato, il Leviatano responsabile dell’aggressione – in primis fiscale – alle proprietà (dunque alle libertà) individuali. In forza di una dottrina coerente, molto articolata ed indubbiamente affascinante, si ritiene che tutte le funzioni oggi svolte dallo stato, comprese l’amministrazione della giustizia e la pubblica sicurezza, in una società libera potrebbero essere realizzate da attori privati.
Scrive Vernaglione nell’Introduzione: «Il libertarismo è la teoria che, nell’ultimo mezzo secolo, ha rappresentato probabilmente la sfida più seria alla cultura politica dominante». Certamente è la dottrina che ha fornito gli strumenti migliori per riconoscere la “nudità del Re”: i meccanismi violenti, astratti, coercitivi, eversivi, ingiusti del potere statale e della modernità politica.
Essendosi sviluppato compiutamente negli Stati Uniti a partire dagli anni Sessanta/Settanta del secolo scorso, il libertarianism fu presto strumentalizzato dai movimenti della contestazione, che hanno avuto gioco facile nel piegare parole e concetti di una rigorosa teoria che esaltava il merito, il mercato, la responsabilità personale, l’impegno serio per raggiungere obiettivi importanti per la propria vita, l’antiegalitarismo etc., per le proprie finalità controculturali, multiculturali, antireligiose, libertine.
Tale forzatura dei left-libertarian (e del Libertarian Party), che riducono la teoria libertaria ad un socialisteggiante e generalizzato antiproibizionismo e alla rivendicazione di sempre “nuovi diritti”, e la società libertaria a una specie di eterno droga party della felicità che libera l’uomo dal lavoro per consegnarlo al paradiso dell’irresponsabilità, ha avuto il merito di provocare, a partire dagli anni Ottanta, un maggior approfondimento del libertarismo, che in quanto teoria della giustizia si era fino ad allora concentrato principalmente sull’analisi delle distorsioni del potere politico, ignorando aspetti culturali decisivi nella promozione di una società libera.
Lo stesso Rothbard fu protagonista di questo lavoro, ma il termine “paleolibertarismo” fu coniato negli anni Novanta da Llewellyn H. Rockwell jr: «Noi dobbiamo disfarci dell’impalcatura culturale difettosa del libertarismo. Io suggerisco di chiamare questo sostituto, con i suoi principi etici e culturali, “paleolibertarismo”, cioè vecchio libertarismo. Io uso il termine nello stesso modo in cui i conservatori usano il termine “paleoconservatorismo”: non come un nuovo credo, ma come un recupero delle proprie radici, in modo da distinguersi dai neoconservatori. Noi non abbiamo un equivalente dei neoconservatori, ma è opportuno e urgente distinguere il libertarismo dal libertinismo».
Ne “Il Manifesto del paleolibertarismo”, scrive sempre Rockwell: «I conservatori hanno sempre sostenuto, con ragione, che la libertà politica è una condizione necessaria ma non sufficiente per avere una buona società. La libertà politica non è sufficiente neanche per avere una società libera. Abbiamo bisogno anche di istituzioni sociali e standard morali che incoraggino le virtù pubbliche, e proteggano l’individuo dallo stato. Sfortunatamente molti libertari – specialmente quelli del Libertarian Party – vedono la libertà come una condizione necessaria e sufficiente per tutti gli scopi. Ancora peggio, costoro assimilano la libertà dall’oppressione statale alla libertà dalle norme culturali, dalla religione, dalla morale borghese, e dall’autorità sociale. Nei suoi 17 anni di storia, il Libertarian Party non ha mai raggiunto l’uno percento in un’elezione nazionale, ma ha rovinato la più gloriosa idea politica della storia umana confondendolo col libertinismo. Per amore di quel glorioso ideale, è venuta l’ora di dargli una bella ripulita».
Questa naturale simpatia tra (paleo)libertarismo e ideali conservatori, che riflette al meglio le radici della storia politica americana, portò Rothbard all’inizio degli anni Novanta a sostenere, nello scandalo dei left-libertarian, la destra religiosa americana. Anche Rockwell ed altri libertari proposero alleanze con i “paleoconservatori”, di Pat Buchanan. Il “dialogo” fu poi in gran parte interrotto, per la morte di Rothbard e le puntualizzazioni di Hans-Hermann Hoppe (si veda l’articolo: «L’incoerenza intellettuale del conservatorismo», ripreso anche da Enclave. Rivista libertaria, nr. 35, marzo 2007).
I paleolibertari osteggiano sia il conservatorismo politico, definito come la pretesa di coniugare conservatorismo culturale e welfare state, sia le posizioni left-libertarian o “modal libertarian”, che confondono la lotta allo stato con l’attacco alla famiglia, all’autorità, alla religione (i paleolibertari sono convinti che la culla della società libera sia da rintracciare nella tradizione ebraico-cristiana), alle gerarchie spontanee di un ordine naturale e di una società di mercato.
Da una parte, infatti, si ritiene che ogni buon conservatore deve essere nemico dello stato, la cui storia e le cui crescenti articolazioni hanno scardinato le istituzioni tradizionali delle libere società occidentali, innescando quello che Hoppe definisce processo di decivilizzazione. Lo stato infatti erode le libertà individuali e dei corpi intermedi, mirando a costruirsi un unico interlocutore: il cittadino/suddito/elettore/consumatore: «Lo stato, per imporre il proprio ruolo di giudice ultimo, deve eliminare tutte le giurisdizioni e tutti i giudici indipendenti, e questo richiede l’erosione o anche la distruzione dell’autorità dei capi delle famiglie, delle comunità e delle chiese. E’ questa la ragione principale della maggior parte delle politiche statali. L’istruzione pubblica e l’assistenza servono a questo scopo distruttivo, e così anche la promozione del femminismo, delle politiche di non-discriminazione, della politica delle quote, del relativismo e del multiculturalismo. Tutto ciò mina la famiglia, la comunità e la chiesa. “Libera” l’individuo dalla disciplina verso queste istituzioni, per renderlo “uguale”, isolato, indifeso e debole di fronte allo stato» (H.-H. Hoppe, Reviving the West).
Così, per esempio, i mastodontici sistemi obbligatori di previdenza e assistenza pubblica, pervertono le relazioni naturali tra padri e figli, rimuovono l’importanza naturale delle relazioni famigliari, attaccano alla radice i principi della responsabilità personale e del risparmio, promuovendo comportamenti economici e sociali irrazionali: «Sollevando gli individui dall’obbligo di provvedere personalmente al reddito, alla propria salute, alla propria sicurezza economica, alla propria vecchiaia e all’istruzione dei propri figli, l’“assicurazione” statale obbligatoria rappresenta un attacco sistematico alla responsabilità personale e a istituzioni come la famiglia, la parentela, la comunità locale e la chiesa. La dimensione e le prospettive della fornitura privata di queste attività vengono ridotte, e diminuisce così l’importanza della famiglia, delle relazioni di parentela, dei figli, della comunità e della chiesa» (Ivi).
Dall’altra parte, il paleolibertarismo, non solo ritiene che la diffusione della libertà individuale non porterebbe al trionfo dell’egoismo, bensì afferma con decisione l’incompatibilità di una società libera con la diffusione di culture edoniste, relativiste, nichiliste, pensieri deboli, comportamenti antisociali (per esempio il consumo di droghe), multiculturalismo, egualitarismo, etc. Il costo individuale dei comportamenti devianti, per esempio, venendo meno i programmi assistenzialisti, sarebbe interamente sopportato dagli stessi soggetti antisociali, rendendoli del tutto marginali (la carità privata riacquisterebbe finalmente il suo glorioso e perduto ruolo, con l’attenzione all’efficienza e al merito personale che ha sempre avuto).
L’ordine naturale di un mondo senza stato si costituisce di autorità sociali liberamente riconosciute, capaci di garantirne il funzionamento e la preservazione dall’aggressione della politica. La rimozione di tali legami sociali segna la sconfitta della società libera.
Sulla famiglia, scrive per esempio Rockwell: «La famiglia tradizionale, prodotto della legge naturale, è l’unità di base di una società civile e libera. La famiglia promuove i valori necessari alla preservazione di una società libera come l’amore coniugale, l’autodisciplina, la pazienza, la cooperazione, il rispetto per gli anziani, e l’autosacrificio. Le famiglie incoraggiano il comportamento morale e forniscono ai figli l’educazione appropriata, permettendo così la continuazione della specie. Chesterton disse che la famiglia “potrebbe essere approssimativamente definita anarchica”, dato che le origini della sua autorità sono puramente volontarie; lo stato non l’ha inventata e non può abolirla».
Mi sembra che Piero Vernaglione centri bene il cuore del pensiero paleolibertario (di cui altri punti importanti sono il rifiuto totale dell’interventismo militare, e la condanna decisa di ogni compromesso “neolibertario” con la politica), con queste parole: «Morale tradizionale e libertà economica si rafforzano reciprocamente in una sequenza in cui inizialmente viene posto un rapporto di causalità fra la prima e la seconda, ma in cui successivamente opera un effetto di feedback, con la libertà economica a sua volta utile per rafforzare e consolidare l’ordine morale tradizionale».
La proposta paleolibertaria è di uscire dalla prigione statalista per l’unica via possibile: quella del circolo virtuoso tra libertà economica e cultura conservatrice.


Per approfondire:

Acquista e leggi "Paleolibertarismo. Il pensiero di Hans-Hermann Hoppe" (Rubbettino, 2007): Link alla Libreria del Ponte

Il Manifesto del Paleolibertarismo, di Llewelyn H. Rockwell

Intervista sul paleolibertarismo a Guglielmo Piombini, di Marco Massignan

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