mercoledì, marzo 28, 2007

Un patrimonio da tutelare

Nota del Consiglio Episcopale Permanente a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto

«L’ampio dibattito che si è aperto intorno ai temi fondamentali della vita e della famiglia ci chiama in causa come custodi di una verità e di una sapienza che traggono la loro origine dal Vangelo e che continuano a produrre frutti preziosi di amore, di fedeltà e di servizio agli altri, come testimoniano ogni giorno tante famiglie. Ci sentiamo responsabili di illuminare la coscienza dei credenti, perché trovino il modo migliore di incarnare la visione cristiana dell’uomo e della società nell’impegno quotidiano, personale e sociale, e di offrire ragioni valide e condivisibili da tutti a vantaggio del bene comune.

La Chiesa da sempre ha a cuore la famiglia e la sostiene con le sue cure e da sempre chiede che il legislatore la promuova e la difenda. Per questo, la presentazione di alcuni disegni di legge che intendono legalizzare le unioni di fatto ancora una volta è stata oggetto di riflessione nel corso dei nostri lavori, raccogliendo la voce di numerosi Vescovi che si sono già pubblicamente espressi in proposito. È compito infatti del Consiglio Episcopale Permanente «approvare dichiarazioni o documenti concernenti problemi di speciale rilievo per la Chiesa o per la società in Italia, che meritano un’autorevole considerazione e valutazione anche per favorire l’azione convergente dei Vescovi» (Statuto C.E.I., art. 23, b).

Non abbiamo interessi politici da affermare; solo sentiamo il dovere di dare il nostro contributo al bene comune, sollecitati oltretutto dalle richieste di tanti cittadini che si rivolgono a noi. Siamo convinti, insieme con moltissimi altri, anche non credenti, del valore rappresentato dalla famiglia per la crescita delle persone e della società intera. Ogni persona, prima di altre esperienze, è figlio, e ogni figlio proviene da una coppia formata da un uomo e una donna. Poter avere la sicurezza dell’affetto dei genitori, essere introdotti da loro nel mondo complesso della società, è un patrimonio incalcolabile di sicurezza e di fiducia nella vita. E questo patrimonio è garantito dalla famiglia fondata sul matrimonio, proprio per l’impegno che essa porta con sé: impegno di fedeltà stabile tra i coniugi e impegno di amore ed educazione dei figli.

Anche per la società l’esistenza della famiglia è una risorsa insostituibile, tutelata dalla stessa Costituzione italiana (cfr artt. 29 e 31). Anzitutto per il bene della procreazione dei figli: solo la famiglia aperta alla vita può essere considerata vera cellula della società perché garantisce la continuità e la cura delle generazioni. È quindi interesse della società e dello Stato che la famiglia sia solida e cresca nel modo più equilibrato possibile.

A partire da queste considerazioni, riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. Del resto, la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume.

Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile.

Queste riflessioni non pregiudicano il riconoscimento della dignità di ogni persona; a tutti confermiamo il nostro rispetto e la nostra sollecitudine pastorale. Vogliamo però ricordare che il diritto non esiste allo scopo di dare forma giuridica a qualsiasi tipo di convivenza o di fornire riconoscimenti ideologici: ha invece il fine di garantire risposte pubbliche a esigenze sociali che vanno al di là della dimensione privata dell’esistenza.

Siamo consapevoli che ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive. A questa attenzione non siamo per principio contrari. Siamo però convinti che questo obiettivo sia perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare.

Una parola impegnativa ci sentiamo di rivolgere specialmente ai cattolici che operano in ambito politico. Lo facciamo con l’insegnamento del Papa nella sua recente Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis: «i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana», tra i quali rientra «la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna» (n. 83). «I Vescovi – continua il Santo Padre – sono tenuti a richiamare costantemente tali valori; ciò fa parte della loro responsabilità nei confronti del gregge loro affidato» (ivi). Sarebbe quindi incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto.

In particolare ricordiamo l’affermazione precisa della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di «un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge» (Considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 10).

Il fedele cristiano è tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi seriamente con l’insegnamento del Magistero e pertanto non «può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società» (Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 5).

Comprendiamo la fatica e le tensioni sperimentate dai cattolici impegnati in politica in un contesto culturale come quello attuale, nel quale la visione autenticamente umana della persona è contestata in modo radicale. Ma è anche per questo che i cristiani sono chiamati a impegnarsi in politica.

Affidiamo queste riflessioni alla coscienza di tutti e in particolare a quanti hanno la responsabilità di fare le leggi, affinché si interroghino sulle scelte coerenti da compiere e sulle conseguenze future delle loro decisioni. Questa Nota rientra nella sollecitudine pastorale che l’intera comunità cristiana è chiamata quotidianamente ad esprimere verso le persone e le famiglie e che nasce dall’amore di Cristo per tutti i nostri fratelli in umanità».

Roma, 28 marzo 2007

I Vescovi del Consiglio Permanente della C.E.I.

Gian Paolo Gobbo, Razza Piave

«Benvenuto nel cuore pulsante della questione settentrionale: non ascolti le infamie di certa Tv di Stato che ama dipingerci in maniera subdola e offensiva.
Siamo Veneti e fieri di esserlo, eredi della Serenissima Repubblica di San Marco.
Qui è molto sentita la teoria delle due Italie, una che lavora e produce e che poco riceve o trattiene, e una ancora troppo assistita ma che tanto potrebbe dare».

(Parole di accoglienza del Sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo a Giorgio Napolitano)

mercoledì, marzo 21, 2007

Lode al risparmio

Con gli strumenti dell'analisi economica, Leonardo di IHC affronta un tema che ci sta molto a cuore: le ideologie del consumo.
Da leggere assolutamente.

lunedì, marzo 19, 2007

San Giuseppe

«Senza il padre, figura dell'origine, ma come abbiamo visto anche del futuro, viene persa l'irrinuciabile novità di ogni individuo, destinato, ognuno a suo modo, a trasformare il mondo. E', come vedremo, la fissazione conservatrice di Erode: che nulla cambi.
Va così perduta l'esortazione del Padre:

Non ricordate più le cose passate,
non pensate più alle cose antiche!
Ecco, faccio una cosa nuova:
proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?
(Isaia 43,18-19)


No, senza relazione col padre diventa molto difficile, per ognuno di noi, accorgersi del mondo nuovo che impetuosamente spinge verso il futuro, da dentro di noi.
Lo sguardo rimane, in fondo, rivolto al passato, all'Eden perduto, alla relazione aproblematica, per sempre appagante, che si sarebbe desideradata con la madre. Si continua a guardare indietro. Con la cancellazione del padre simbolico, e la perdita della "novità" di cui egli è creatore, ogni individuo perde la sua particolarissima specificità nella storia umana.
Da una parte viene sottratto alla totalità dotata di senso, che potrebbe vivere nell'esperienza religiosa, dall'altra viene consegnato fatalmente alle variegate forme di disagio del presente che ogni apprezzato manuale di psicopatologia consente di identificare con sommaria facilità. Per poi essere finalmente "preso in carico" dalle mille terapie e tecniche di consolazione: le ortopedie dell'anima».

(Claudio Risé, da Il padre, l'assente inaccettabile, Ed. San Paolo)

domenica, marzo 11, 2007

L’intolleranza liberal dei libertaristi gai. Ultima chiamata per la Libertà

Che succede quando ad affermarsi è la politica della violenza, dell’ideologia e del cinismo? «Semplificando, ci sono tre possibilità. La prima è che chi non crede allo Stato smetta di occuparne il potere. La seconda è che il Paese, alla prima occasione buona, lo cacci. La terza, se non si verifica né la prima né la seconda, è che la nazione si deprima per questo cinico spettacolo, e indebolisca gravemente la sua identità. Sarebbe meglio evitarlo».
Così chiudeva un suo intervento, tempo fa, Claudio Risé. E ancora, forse, non si era visto il peggio. Non si era visto che il problema non è solo quello del governo di un paese finito nelle mani di una classe politica irresponsabile ed antistorica. Una classe politica che vuole burocratizzare gli affetti delle persone, regolamentare la loro vita privata, attaccare la famiglia – la società naturale preesistente ad ogni organizzazione politica -, introducendo dei grotteschi surrogati.
Non si era ancora vista, insomma, la pericolosità di una cultura diffusa da lobbies, molto attive, per esempio, in rete. Una cultura che mette davanti l’Idea alla verità, la propaganda allo sguardo sereno sul reale. Una pseudocultura che si fa portatrice del linguaggio vecchio della politica, fatto di ideologie, opportunismi, cerchiobottismi, incursioni violente, strumentalizzazioni ben pianificate, offese personali (si attacca la Persona, perché l’Uomo, il suo lavoro, la sua vita e quella delle persone intorno a lui, contano meno dell’affermazione della (propria) idea). La vecchia politica che ignora chiarezza ed onestà, che pure dovrebbero essere la base di quella “nuova politica” di cui il mondo giovane di internet dovrebbe farsi portavoce. La vecchia politica che rischia di scoraggiare persone di valore che amano la propria terra e si preoccupano di lasciare un futuro di libertà ai propri figli.

In questi giorni, mentre a Roma va in scena la volgarità del potere e delle rivendicazioni liberticide dei movimenti gay (sempre accompagnate all’insulto verso la cultura profonda cattolica di questo nostro martoriato paese), il professor Claudio Risé è stato oggetto di un linciaggio basato sulla menzogna e la falsità, promosso da bloggers radicali, alcuni vicini ai cosiddetti Riformatori Liberali, o trasversali al centrodestra e al centrosinistra. Non è la prima volta, non sarà l’ultima.
In verità si è trattato di poche persone che non si sono neppure prese la briga di imbastire l’inquisizione, preferendo emettere direttamente la sentenza di condanna per questo articolo pubblicato su Il Domenicale.
Chiunque legga con equilibrio l’articolo – i cui temi sono stati poi ripresi in questa intervista -, non può che vedervi una serena problematizzazione del “concetto di omosessualità”, categoria di recente rigida formazione e, come osserva l’autore, di dubbia consistenza scientifica. Claudio Risé evidenzia la differenza tra comportamenti omosessuali e la molto moderna ed astratta cultura gay, tra la libertà di orientamento sessuale e la categoria dell’omosessualità, che il potere moderno ha sempre cercato di “fissare”, per i propri scopi, maligni o benedicenti, ma sempre lontani dalle esperienze e dai bisogni espressi nelle biografie individuali.
Mai in questo articolo Claudio Risé parla dell’omosessualità come malattia da curare, bensì si pone correttamente il problema di condannare tutti i pregiudizi sull’omosessualità, per riaffermare con forza il compito di ogni terapeuta: aiutare con equilibrio chi comunica un disagio, di qualunque natura sia, a compiere il proprio, unico, percorso individuativo, in piena coscienza e libertà.

Questi pochi ma chiassosi bloggers hanno diffamato e denigrato il professor Risé attribuendogli con violenza posizioni non sue (come che l’omosessualità sarebbe una malattia), con il solito riflesso pavloviano della denuncia dell’omofobia. Questi sedicenti liberali hanno invocato l’intervento dell’ordine degli psicologi, che a loro dire dovrebbe espellere Risé dalle sue fila.
Questi pochi ma chiassosi bloggers oggi esultano, perché a seguito di queste polemiche costruite ad arte, hanno ottenuto questo risultato: il Senatore Marcello Dell’Utri, editore de Il Domenicale, riprende il suo Direttore Angelo Crespi. Da parte mia ho già chiesto spiegazioni a Dell’Utri, ed invito tutti a fare altrettanto: ritengo infatti che un editore abbia tutto il diritto di ammonire il direttore di una propria testata, se non ne condivide le scelte.
Se lo fa pubblicamente, intervenendo in una polemica già accesa e sviluppata, sarebbe però interessante che motivasse le proprie argomentazioni, superando il suo intervento la diatriba interna relativa alla gestione di un prodotto editoriale.
Per esempio, una cosa è la scelta di un'immagine e di un titolo, altra il contenuto di un articolo. Allora il Senatore Dell'Utri dica per piacere a quale articolo si riferisce nel suo intervento, e chi vorrebbe imporre l'idea dell'uomo perfetto, e dove lo ha letto.
Non voglio pensare che il Senatore Dell’Utri sia anch’egli vittima o protagonista della cultura dei ricatti e degli opportunismi. Il Senatore Dell’Utri, che ha consacrato il suo impegno per i giovani fondando il Circolo-Giovani, sia per loro esempio: sia chiaro, franco ed onesto, se intende veramente adempiere al compito che si è pubblicamente dato.

Ieri a Roma c’è stata una manifestazione pro-Dico. Ci è toccato di sentire il ministro Pollastrini dire che queste manifestazioni e la politica del governo per il piccolo matrimonio di fatto e gaio, uniscono il paese.
Qui si pensa invece che il paese sia profondamente diviso, ma non solo per i comportamenti irresponsabili del governo Prodi. Anche per la disonestà, l’intolleranza e la saccenza dei pigiama-radicali, con i loro cappellini e distintivi, i loro giochetti fanciulleschi (senza però la spontaneità sacra dei fanciulli), e la loro stravecchia politica.
Oggi la mia azione politica per la libertà mia e della mia famiglia passa attraverso la dichiarazione di solidarietà a Claudio Risé.
E quel che è certo, è che non ci lasciamo deprimere ;-) .

Round up:

- La caccia alle streghe

- Cedo le armi [scordatelo, nota mia]

- L'oscurantismo dei liberal sull'omosessualità. Solidarietà a Risé e al Domenicale

- Nota a margine

- Per completezza

- Un Risé vi spazzerà via

- Claudio Risé su "Il Domenicale"

martedì, marzo 06, 2007

Risé: basta pregiudizi sull'omosessualità

(Rilanciamo l'intervista rilasciata da Claudio Risé ad Eleonora Bianchini, per il quotidiano on line Affari Italiani)

Le teorie di Joseph Nicolosi parlano dell’omosessualità come una patologia da curare. Perché considerare i gay “malati”?

R. Non esistono patologie al di fuori del vissuto delle persone. Nel libro Oltre l'omosessualità, (pubblicato nella collana da me diretta "Psiche e società", San Paolo editore), Nicolosi presenta un approccio terapeutico destinato a quegli omosessuali che vivono il loro orientamento come un disagio, motivando adeguatamente questo vissuto. In questi casi, in tutta la tradizione psicoanalitica, il terapeuta ha il dovere di prendere sul serio il vissuto del paziente, ed accompagnarlo verso una posizione di maggior benessere.

Non pensa sia sintomatico che le sue teorie vengano richiamate quasi esclusivamente da gruppi di matrice cattolica (vedi internet e pareri di altri psicologi italiani disponibili online)?

R. Non solo i cattolici, ma i terapeuti che hanno una formazione religiosa, evangelici, anglicani etc., sono oggi più attivi (un po' in tutto il mondo) sui disagi che presentano risvolti etici, rispetto ad altre formazioni, che puntano di più sull'adattamento. In questo, questi terapeuti "religiosi" si avvicinano alla tradizione psicoanalitica, che fa coincidere il benessere con la fedeltà al proprio Sé, indipendentemente dagli orientamenti dominanti in un certo momento.

La maggior parte della comunità scientifica statunitense ha condannato le teorie di Nicolosi giudicandole dannose per la sanità mentale, e fondate sul pregiudizio e il senso di colpa. Cosa risponde?

R. La "comunità scientifica" non ha mai pareri monolitici, negli U.S.A. come ovunque altrove. Lo scienziato è qualcuno che cerca, e trova una sua verità, altrimenti è un ideologo, un propagandista dell'ideologia dominante, come quella che nel Terzo Reich mandava gli omosessuali nelle camere a gas.
Nicolosi pensa con la sua testa, e questa libertà gli permette di ascoltare il vissuto dei pazienti, come ogni buon terapeuta deve fare.

Negli Stati Uniti esistono vere e proprie comunità di “ex gay”, fortemente correlate a gruppi di preghiera di oltranzisti religiosi. Quanto incidono le convinzioni religiose e le pressioni sociali sull’adesione a questi gruppi e alle loro terapie?

R. Non si tratta (non sempre) di "oltranzismo" religioso. Carl Gustav Jung sosteneva che solo l'esperienza religiosa è in grado di trasformare l'individuo, mentre ogni altro approccio terapeutico semplicemente lo "adatta" alle convenzioni correnti.
Chi ha un forte disagio (non solo sessuale, ma di dipendenza da droghe, alcool, o altro), ne esce per solito aprendosi anche ad una pratica religiosa, che smuove energie più profonde.

Sulla Stampa è comparsa nei giorni scorsi l’intervista a Luca, ex gay “convertito” all’eterosessualità grazie a rosari, Nicolosi e Opus Dei. Parla della sua vita sessuale sregolata e affettivamente instabile, tratto caratteristico anche di molti eterosessuali. Perché non proporre una cura di educazione sentimentale anche per loro?

R. Infatti l'eterossesuale che porti in terapia un vissuto di disagio per la sua sessualità maniacale (ce ne sono moltissimi), deve essere accolto ed aiutato a trasformarla, se lo desidera. Nessuno parla di queste terapie solo perché non esistono gruppi di eterosessuali che considerino scandaloso questo accoglimento (come invece fanno molti negli ambienti gay friendly), e quindi non fanno notizia.

In Italia la maggior parte degli psicologi rifiuta di considerare l’omosessuale malato e dunque di offrire le “cure” per la guarigione. Dove si possono trovare psicologi e terapeuti a favore?

R. Non credo che un terapeuta serio, di fronte ad un paziente che porta un vissuto di sofferenza, possa negarlo in nome di un principio ideologico. In ogni caso il gruppo di terapeuti che si rifà all'approccio di Nicolosi è quello del Narth Italia, rintracciabile a quest'indirizzo: NARTH.Italia@gmail.com

lunedì, marzo 05, 2007

Chi salverà la scuola?

(Ricevo e volentieri pubblico l'appassionata denuncia di un Amico educatore)

La scuola italiana, risorsa preziosa per il bene dei giovani e della nostra società, ora ha un nuovo nemico. Non basta infatti la tempesta di hashish e marijuana che soffia da tutte le vie fin dentro i bagni e le aule (nonostante i dati preoccupanti dell’ultima Relazione al Parlamento sulle tossicodipendenze e i recenti ammonimenti dell’Onu sul pericolo di questa droga). Non basta neppure l’ondata di microcriminalità di cui sono attori i piccoli bulli, che disturbano i compagni per pochi euro nel cortile o nei pressi delle macchinette per la ricreazione (tanto che le Forze dell’Ordine sono costrette a programmare specifici interventi su questo problema). No, ora la scuola e chi la frequenta ha un nuovo nemico: la famiglia.

Se fino a poco tempo fa la famiglia era considerata “assente” in ambito educativo, ora si sta facendo finalmente “presente”: ma in modo diseducativo. È successo il 3 marzo in una scuola media di Bari, a un dirigente scolastico: era già stato minacciato alcune settimane fa dai genitori di alcuni studenti, ai quali aveva momentaneamente sequestrato il cellulare per consentire un regolare svolgimento delle lezioni, ma quella mattina il preside è stato picchiato e minacciato di morte da alcuni genitori che si sono presentati per contestare i voti conseguiti dai figli durante il primo quadrimestre.

E così l’Italia, secondo la relazione della Commissione europea presentata a fine novembre 2005, si allontana sempre di più dagli standard attesi per Lisbona 2010 in ambito di istruzione e formazione: l’Italia è il paese degli insuccessi scolastici, degli abbandoni, del conseguimento di titoli fantoccio dietro ai quali non vi è una seria e rigorosa preparazione scientifica o umanistica (anche perché, con le minacce di morte cui si incorre, è meglio evitare di dare voti al di sotto del sei).

Non c’è da sorprendersi allora se le cose vanno male, dati gli innumerevoli nemici della scuola, cui si aggiungono ora i calci e i pugni dei genitori a chi fa seriamente il proprio mestiere. Tacciono però coloro che dovrebbero proporre strategie di ampio respiro, capaci di valorizzare un’istituzione decisiva per il nostro futuro. In compenso parlano quelli che ne favoriscono lo sgretolamento definitivo: lo si è visto con il decreto della Turco che ha agevolato l’uso di cannabis presso gli adolescenti (mentre le madri disperate scrivono ai giornali perché il figlio a causa degli spinelli minaccia col coltello la famiglia e spacca tutto in casa). E lo si vedrà tra poco, quando grazie all’intervento del governo Prodi si potrà caricare il telefonino (già difficile da togliere di mano ai ragazzi in classe) spendendo la metà. Tutte concessioni demagogiche, che ricordano quelle dei più scaltri imperatori romani (sì, quelli che hanno devastato una grande civiltà con la politica della carota alla massa). Ma poi i ragazzi chi riesce più a educarli e istruirli? E la scuola chi la aiuta ad affrontare i seri problemi quotidiani, cui urge una risposta immediata prima di ritrovarci, noi figli di Dante, Manzoni, Leonardo e Giotto, agli ultimi posti delle classifiche europee anche nel leggere, scrivere e far di conto?

Antonello Vanni
www.antonello-vanni.it

sabato, marzo 03, 2007

venerdì, marzo 02, 2007

Sull'omosessualità, sofferenza e Libertà. E a margine una quisquilia

(Articolo di Claudio Risé, da Il Domenicale, 25 febbraio 2007)

Nel bacino informe della «società liquida» (come la chiama Zygmunt Baumann), con i suoi continui dissolvimenti e metamorfosi, un solo comportamento tende, invece, nel dibattito collettivo, ad assumere una consistenza inspiegabilmente pietrosa, contro la quale qualsiasi discorso, sia di buonsenso, o di scienza, tende a infrangersi. Si tratta del comportamento omosessuale. Questa cristallizzazione è il risultato di due opposte convinzioni, che sono anche (a mio avviso) due opposti pregiudizi. Il primo è quello che ritiene il comportamento omosessuale una sorta di fulmine che una volta caduto non può che incenerire per sempre il malcapitato. Esso prende forma nell’Ottocento, quando appunto nasce il termine “omosessualità” (fino ad allora inesistente), all’interno dell’enorme sforzo positivista di dare nome e forma stabili a tutti i comportamenti umani, che in società più “solide” venivano invece lasciati variare a seconda delle circostanze della vita, a meno che prendessero forme evidentemente antisociali. Solo in quel caso, quando, per esempio, il tasso di natalità cadeva pericolosamente, chi praticava sessualità non riproduttive, anche con donne, veniva punito. Al di fuori di quei casi, cui si provvedeva senza discutere per la sopravvivenza dello Stato, prevaleva il buon senso, e l’umiltà, di non interpretare e prescrivere in materie molto intime, che originavano con ogni evidenza dalla storia individuale, e che manifestavano spesso versatilità, e volubilità.
Come dimostra perfettamente Michel Foucault nei suoi lavori, l’irruzione contemporanea della scienza e del diritto, con i rispettivi deliri di onnipotenza, nella sfera della sessualità, la irrigidisce e ne fa uno strumento del potere. Il potere ottocentesco, e dei totalitarismi della prima metà del Novecento, aveva fatto dell’“omosessualità” una categoria maledetta, o almeno maledibile all’occorrenza, quando il soggetto dava fastidio o passava il segno, come nel caso del processo a Oscar Wilde, o in quello della “notte dei lunghi coltelli”, contro le camice brune di Ernst Röhm. Il potere che si afferma invece a partire da dopo la Seconda guerra mondiale tende, per sintetizzare all’estremo, a rovesciare la vecchia maledizione degli omosessuali in una sorta di benedizione. Anch’esso, come ogni visione ideologica, è cristallizzante, e tende a sottrarre la verità della storia individuale alla libertà dell’esperienza trasformativa (una libertà – tra l’altro – che nella cultura cristiana è garantita dal dono della grazia). Qui però se l’omosessuale (ideologicamente trasformato in “gay”, anche se magari non ha nessuna voglia di ridere) fa la cortesia di starsene dove l’ideologia gay friendly lo mette, senza muoversi dalla postazione assegnata, viene benedetto (come prima maledetto). Una delle più recenti dimostrazioni di questo rovesciamento è l’articolo del professor Giuseppe Remuzzi, comparso sul Corriere della Sera del 17 gennaio scorso e intitolato Il gene dell’omosessualità migliorerà l’uomo? Si comincia con l’affermazione, caposaldo di questa ideologia, che l’omosessualità sia di origine genetica. Anche se le ricerche, costate miliardi di dollari, per dimostrarlo sono finora approdate a nulla. Per sostenere quest’affermazione, il dottor Roberto Marchesini, in una sua comunicazione al NARTH Italia, sezione della National Association for Research & Therapy of Homosexuality fondato dal professor Joseph Nicolosi, afferma che «l’autore fa riferimento – senza citarlo – ad un celebre studio sull’omosessualità nei gemelli (Bailey e Pillard, A Genetic Study of Male Sexual Orientation, in Archives of General Psychiatry, 48, del 1991), uno studio che, invece, permette di escludere l’ipotesi genetica, lasciando emergere al contrario l’importanza del contesto familiare e culturale nello sviluppo del comportamento omosessuale». Dopo avere cercato di appoggiarsi a uno studio che dimostra tutt’altro, anche Remuzzi, tuttavia, non può sottrarsi alla domanda: «Ma com’è che il gene legato all’omosessualità si è diffuso nella popolazione se la loro non è un’attività sessuale che porta a riprodursi?». La risposta è semplice, osserva ancora Marchesini: «non esiste nessun “gene gay”, e questa domanda sottolinea l’assurdità dell’ipotesi genetica». Per Remuzzi, invece, «C’è una spiegazione sola: che il gene “gay” sia utile all’evoluzione della specie». Ecco quindi l’ideologia dell’origine genetica dell’omosessualità sorretta dall’ideologia evoluzionista. E in conclusione la spiegazione benedicente: «chi ha un gene “gay” potrebbe essere più attraente fisicamente o più capace di fecondare. Questo darebbe un vantaggio riproduttivo e consentirebbe al gene di diffondersi». Ecco quindi che gli omosessuali diventano i “più belli e più forti. E più fertili”. Tutto questo senza ombra di dimostrazione, e anche se Remuzzi è costretto ad ammettere che «il gene (o i geni) dell’omosessualità non sono stati identificati».
Questo esempio dimostra lo stile (tutto ideologico, dietro un linguaggio apparentemente scientifico) utilizzato per dimostrare : a) che chi è gay lo è, e basta, b) che costui non deve lamentarsene o cercare di cambiare perché così va benissimo. Anzi, secondo Remuzzi, la persona in questione è anche un benefattore, giacché, oltre a essere bello, migliora la specie. Si capirà allora la difficoltà di chi, esercitando la professione terapeutica, sempre più spesso si trova davanti una persona che dice di avere un comportamento omosessuale e che chiede di essere aiutato ad abbandonarlo poiché non lo sente corrispondente al proprio sé, ricavandone, invece, grande infelicità. La storia della terapia in generale, e in particolare quella della psicoanalisi, ha insegnato a prendere sul serio i vissuti del paziente per diminuirne le sofferenze. Questo disagio, il terapeuta senza pregiudizi ideologici e al servizio del paziente, deve dunque accoglierlo, se sa come fare. È questa l’esperienza, negli Stati Uniti, di Joseph Nicolosi e del Narth, un network di terapeuti di cui lo stesso Nicolosi è presidente. Il suo nuovo libro Oltre l’omosessualità. Ascolto terapeutico e trasformazione, testimonia e illustra in modo semplice e pratico questo lavoro. Essenziale, come Nicolosi mi ha recentemente dichiarato è «che il cliente non s’impegni in un comportamento e non accetti un’idea che sente non essere giusta per lui. Il terapeuta deve stabilire e mantenere con il cliente una relazione tale, da rendere possibile a quest’ultimo di dissentire liberamente. L’alleanza terapeutica si basa sempre sui bisogni e i desideri del cliente. Egli deve sentire che il terapeuta è lì per essere al suo servizio».
Quindi ascolto e servizio, e non persuasione e manipolazione. Nicolosi mostra come funziona la sua “terapia riparativa” (il termine è di derivazione kleiniana: da riparare è in questo caso la relazione del soggetto con l’oggetto d’amore perduto, che nell’omosessualità infelice è il genitore dello stesso sesso e il proprio genere), attraverso otto casi chiari e toccanti, in uno dei quali la terapia non è riuscita (onesto mostrarlo).
La domanda di cambiamento che viene dalle persone insoddisfatte dal proprio orientamento omosessuale, cresce oggi in tutto l’Occidente: perché? Nicolosi mi ha risposto: «Abbiamo scoperto che più lo stile di vita gay viene promosso, maggiore è il numero di chiamate d’aiuto da parte di persone che cercano di cambiare. L’iperpromozione dello stile gay ha permesso una discussione più aperta e una più ampia presa di coscienza personale, che hanno portato un maggior numero di persone a affrontare apertamente la loro attrazione per il proprio sesso». È necessario però che, negli Stati Uniti così come in Europa, l’ideologia si arresti di fronte al desiderio di cambiamento della persona. E consenta alla psiche di aiutarlo a diventare ciò che è realmente, al di là dei pregiudizi di oggi e di ieri. C.R.

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Per questo articolo, il suo Autore è stato oggetto di attacchi diffamatori, denigratori e - come si usa in questi casi - profondamente disonesti nei contenuti, da parte di alcune "blogstar" della rete. Che per lo più non hanno neppure pubblicato il testo originale, a differenza dei ben più onesti gestori del sito Gaynews.
C'è chi, in un eccesso di entusiasmo, dall'altezza del proprio desktop ha invocato l'intervento dell'ordine degli psicologi.
Alla preoccupata inquietudine di chi vuole censurare persone e pensieri nel centrodestra politico, personalmente mi sento di consigliare di tranquillizzarsi. A molti di noi che senza imbarazzo alcuno ci sentiamo di sottoscrivere le parole di questo articolo, non appassionano primariamente le vicende di coalizioni e partiti.
Ma soprattutto mai penseremmo di costruire movimenti politici con chi la Libertà non sa neanche dove sta di casa.

giovedì, marzo 01, 2007

Nuovi Manifesti a Brescia


Saranno affissi dal 15 al 25 marzo nella città in cui nei mesi scorsi sindacati, commissioni per le pari opportunità e varie amministrazioni comunali hanno promosso un'azione antifamigliare e di male-bashing.

Ulteriori informazioni sul blog:

COMUNICAZIONE CONDIVISO

Associazioni per l'osservanza della legge 54/06 affidamento condiviso