lunedì, dicembre 25, 2006

Santo Natale 2006

Quello che noi siamo non viene dal sangue.
Quello che noi siamo non viene da una cultura che non sia radicata nella Natura creata.
Quello che noi siamo non viene da ciò che abbiamo fatto.
Quello che noi siamo viene dal Padre, dalla Sua offerta di libertà.
Gesù, mio unico Salvatore e Luce nel mondo, confido in Te.

Buon rinnovamento ad ognuno e a tutti!

giovedì, dicembre 14, 2006

Via i manifesti choc: vincono i papà

(di Nino Materi, da "Il Giornale", 14 dicembre 2006, www.ilgiornale.it)

Alla fine hanno vinto i padri, quelli «buoni». I manifesti con i padri, quelli «cattivi», che picchiano moglie e figli saranno ritirati e non verranno più affissi. Il caso, sollevato dal Giornale, si è concluso nel segno del buonsenso: quei poster sui muri di Brescia e di sei comuni della provincia erano offensivi per tutti i padri e andavano mandati al macero.
La conferma viene dallo sponsor più autorevole della «Campagna contro la violenza maschile sulle donne»: la Provincia di Brescia che, attraverso la Commissione pari opportunità, ha ideato gli slogan che hanno scatenato la polemica. Due i cartelloni al centro della querelle: nel primo si vede una ragazzina con il volto tumefatto e la scritta «Gli occhi neri sono di suo padre»; nel secondo c'è un bambino che picchia una coetanea al grido di «Lo fa anche papà». Inevitabile identificare il ruolo del padre con quello del «mostro» in famiglia. Una rappresentazione ingiusta che ha fatto arrivare in provincia reazioni indignate, soprattutto da parte di padri sconcertati nell'essere ridotti al rango di picchiatori dei propri cari.
«Il tutto è nato da un equivoco - ci spiega gentilmente la presidente della Commissione pari opportunità, Piera Maculotti. Non volevamo certo criminalizzare la figura paterna, ma porre l'accento sulle violenze familiari che spesso trovano nell'elemento maschile un protagonista negativo. Basti pensare alla vicenda della povera Hina, massacrata dal padre proprio qui nella nostra provincia. Per evitare ulteriori contrasti, i manifesti della discordia sono stati comunque già bloccati e non ne verranno stampati altri».
La decisione di ritirare i manifesti ha trovato l'immediato consenso dell'organizzazione in difesa dei padri che fa capo allo psicanalista Claudio Risé. L'associazione si è dichiarata soddisfatta: «Quei manifesti - spiegano - trasmettono un messaggio palesemente diseducativo, anche perché bisogna considerare che le statistiche mostrano come la violenza in famiglia scaturisca non dalla presenza del padre, bensì, al contrario, proprio dalla sua assenza. Quella del papà è una figura che la società ha bisogno di valorizzare, e le prime a comprenderlo dovrebbero essere proprio le mamme».
Il passo indietro, comunque, si è reso inevitabile dopo che anche all'interno dei firmatari dei manifesti sono nati grossi contrasti: «Quanto accaduto ha dell'incredibile - sottolinea al Giornale il segretario generale della Cisl di Brescia, Renato Zaltieri. Sono stato costretto a inviare al presidente della Provincia e al sindaco di Brescia una lettera in cui ho precisato la posizione del mio sindacato».
Una missiva riservata di cui il Giornale è venuto in possesso e che recita testualmente: «In questi giorni alcuni nostri iscritti ci hanno rivolto lamentele sui manifesti affissi in alcuni punti della città e da noi non ancora notati, contro le violenze commesse dai papà nei confronti dei loro figli. La cosa appare ancora più grave, oltre ai contenuti che non condividiamo, in quanto i manifesti riportano la sigla ed il logo della scrivente organizzazione sindacale quando non ci è stato chiesto e, comunque, non avremmo concesso l'autorizzazione al suo utilizzo per diffondere un messaggio che mette in evidenza, in negativo, la figura del papà nell'ambito familiare. Stiamo pertanto a chiedere che venga smessa la diffusione e che si provveda immediatamente a toglierle i manifesti dalle affissioni. In mancanza di ciò ci riserviamo di assumere le iniziative, nelle sedi opportune, che più riterremo idonee a tutela e difesa degli interessi della Cisl bresciana».
Una posizione condivisa anche dai segretari bresciani della Cgil e della Uil, Dino Greco e Angelo Zanelli, oltre che dai sindaci degli altri sei comuni bresciani coinvolti nell'iniziativa. Ma non ci sarà bisogno di ricorrere alla carta bollata. Quei manifesti, ormai, sono solo un brutto ricordo.

mercoledì, dicembre 13, 2006

Pacs: il pensiero unico del modernismo politico

In questi giorni ho da occuparmi di cose più urgenti, e importanti.
Tuttavia mi sento in dovere verso i miei 4 lettori di rettificare quanto scrissi giorni fa nel post
Stato, famiglia, persona, pacs.
Infatti stando a quanto dice Benedetto della Vedova in
questo articolo, anche i pacs proposti dai Riformatori Liberali (i radicali del centrodestra) promuovono "diritti economici" a carico della collettività («eredità, pensione,...») .
Un motivo in più per dichiararli ingiusti.

martedì, dicembre 12, 2006

Bufera sui manifesti anti-padre. La Cisl si dissocia

(di Federica Papetti, da “Bresciaoggi”, 12 dicembre 2006. www.bresciaoggi.it)

Non tutti gli uomini sono violenti, ma soprattutto non è accettabile il messaggio che accredita una paternità esercitata a suon di botte. L’esperienza, i dati clinici in possesso agli addetti ai lavori e persino la tradizione storico-culturale del Paese sconfessano le allusioni provocatorie suggerite dalle immagini fotografiche e dagli slogan della campagna contro la violenza sulle donne promossa da sei Comuni bresciani (Concesio, Gardone Valtrompia, Lumezzane, Marcheno, Sarezzo, Villacarcina) con l’adesione dei sindacati e della commissione Pari opportunità della Loggia e della consigliera provinciale di Parità del Broletto. Lo sostengono i papà bresciani, di fronte ai
manifesti che da giorni hanno tappezzato la città.

Due scatti in particolare finiscono sul banco degli imputati, scatenando le ire di alcuni psicoterapeuti che firmano un documento sul
sito del collega Claudio Risé denunciando una sorta di criminalizzazione indistinta della figura paterna. L’uomo che «parla» solo con le mani sarebbe il frutto di un retaggio ideologico senza effettivi riscontri nella realtà. Lo sguardo pesto della ragazzina ritratta e sovrastata dalla scritta «gli occhi neri sono di suo padre» non è piaciuto a tanti genitori maschi, stupefatti allo stesso modo di fronte al bimbo che aggredisce una coetanea giusticandosi con un inequivocabile «lo fa anche papà».

«Prima di tutto - avverte Paolo Ferliga, psicoterapeuta e docente di filosofia al Liceo Arnaldo - nell’esperienza come insegnante e come terapeuta non rilevo le situazioni descritte, ma soprattutto non condivido questa denigrazione generalizzata del padre».
L’idea che la violenza sia appannaggio di un genere, rappresenta un luogo comune del passato, ripescato dalle foto della campagna che si limitano a negare la figura paterna senza, invece, affrontare la complessità della violenza familiare.
«Sono aggressivi singoli uomini e singole donne - precisa Ferliga - ma il dato che emerge negli ultimi anni è la sofferenza di troppi figli preda delle ostilità di altrettanti genitori separati».
Secondo il terapeuta bresciano il «padre padrone» non riflette l’attualità del disagio esploso tra le mura domestiche e comunque non giustifica la tesi manichea proposta dal bianco e nero degli scatti. Paolo Ferliga, autore del saggio «
Nel segno del padre, nel destino dei figli e della comunità», riconduce i tratti simbolici della paternità alla tradizione giudaico-cristiana dominata dalle figure di Abramo, pronto a sacrificare Isacco, e Dio capace di immolare Cristo suo figlio per gli uomini. Un retroterra culturale ben distante dal pater familias romano, signore del clan e detentore del potere di vita e morte su tutti i membri della famiglia.
«Se negli anni Cinquanta - spiega Ferliga - la cinematografia e la letteratura registrano il dato del padre padrone è proprio perché tale modello non è in linea con la tradizione culturale italiana».
Ma senza volersi addentrare nel labirinto di archetipi psicologici o sociologici, Ferliga non nega la violenza maschile, ma rifiuta la generalizzazione della campagna e mette in guardia dal messaggio che potrebbero recepire i minori. «La provocazione ricercata - avvisa il terapeuta - potrebbe rivelarsi controproducente, senza contare le mie perplessità sull’utilizzo di minori per lo scatto delle immagini».

La stessa riflessione compare sul
documento pubblicato dal sito di Risé che s’interroga sull’opportunità di rendere protagonisti due bambini in esplicite scene di violenza. «Un'istigazione - si legge nel sito - che non ha nulla da invidiare ai peggiori videogiochi elettronici».
La polemica scatenata dai manifesti è approdata anche nelle pagine di alcuni giornali nazionali che intravedono nella «maldestra» comunicazione la realizzazione di una «campagna antipapà». Ma a parere di Paolo Ferliga sarebbe interessante verificare anche le reazioni dei giovani. « I bambini sprovvisti della fantasia riprodotta sui manifesti - suggerisce Ferliga - rischiano di recepirla, esattamente come accade per programmi televisivi violenti sconsigliati, appunto, per i giovanissimi».
Con tali precisazioni, Paolo Ferliga s’interroga sul ruolo delle istituzioni e lancia la sua provocazione: «I dati evidenziano come la maggior parte degli infanticidi sia commesso da donne, ma se questa circostanza diventasse l’appiglio per disegnare un campagna del tenore di quella proposta, le donne giustamente si sarebbero scandalizzate».

Scandalizzata, per ora, è la Cisl di Brescia, che in una lettera a firma del segretario generale Renato Zaltieri indirizzata a tutti i promotori della campagna, non solo rivela di aver ricevuto «lamententele» da parte dei propri iscritti, ma prende decisamente le distanze dall’iniziativa: «La cosa appare ancora più grave, oltre ai contenuti che non condividiamo, in quanto i manifesti riportano la sigla e il logo della nostra organizzazione sindacale, quando non ci è stato chiesto, e comunque non avremmo concesso l’autorizzazione al suo utilizzo per diffondere un messaggio che mette in evidenza, in negativo, la figura del papà nell’ambito familiare». Per questo Zaltieri chiede «che venga smessa la diffusione dei manifesti e che si provveda a toglierli immediatamente dalle affissioni». In caso contrario, la Cisl si riserva di assumere le iniziative che riterrà «idonee» nelle «sedi opportune».


«Se ne parla? È già un risultato» Ma qualcuno fa marcia indietroI promotori stupiti da tanto clamore

Le polemiche innescate dai media e da diversi psicologi sulla strategia pubblicitaria della campagna contro la violenza sulle donne smorzano l'entusiasmo iniziale dei firmatari, che oggi avanzano parecchie perplessità su immagini e slogan. Lo stile utilizzato e il messaggio sotteso sembrano non piacere neanche ad alcuni committenti. Eppure i cartelloni affissi testimoniano una volontà comune nel progetto realizzato da sei Comuni, dalla commissione pari opportunità della Loggia, dai sindacati e dalla Consigliera provinciale di parità, organo autonomo del Ministero del lavoro, espresso nell’omonima commissione in Broletto da Tiziana Belleri. Spetta a Paola Vilardi illustrare le competenze di Tiziana Belleri, irreperibile per tutta la giornata di ieri.

«La figura di nomina ministeriale - spiega Paola Vilardi che si dissocia dal contenuto della campagna - gestisce in autonomia il budget con il quale è stata finanziata l’iniziativa, ma essendo scaduto il mandato della delegata, Tiziana Belleri esercita le funzioni in qualità di supplente».
La presidente del Consiglio provinciale, nonché componente della commissione pari opportunità, ammette di avere visto i bozzetti, ma prende le distanze dalla concezione della campagna considerata «una forma di cannibalizzazione della figura maschile». Anche in Loggia le precisazioni sono d’obbligo: «Abbiamo aderito a un’iniziativa di altri», - sottolinea Piera Maculotti, presidente della commissione pari opportunità del Comune. Nonostante le titubanze sulla bontà della comunicazione messa in campo dai promotori, Piera Maculotti conferma: «La violenza sulle donne esiste e sono molto soddisfatta che il movimento degli uomini si faccia sentire. Uscire dal silenzio rappresenta un’occasione per aprire il dibattito, anche se mi dispiace che qualcuno si sia offeso». Convinta che la complessità caratterizzi lo spaccato della violenza domestica, Piera Maculotti sottolinea, però, la difficoltà a riprodurre ogni sfumatura in uno scatto: «Non si può chiedere a un manifesto di fotografare i mille doverosi distinguo che, al contrario, possono emergere in convegni o seminari». Semplificare, dunque, sarebbe l’obiettivo naturale della comunicazione, ma resta da approfondire perchè tutti gli uomini, indistintamente, si sentano chiamati in causa.

«Gli uomini esprimono sentimenti condivisibili - ammette la responsabile della Commissione - ma sarebbe assurdo che in una campagna, seppur dura, contro gli incidenti in auto, tutti gli automobilisti si sentissero criminalizzati». Uscire dagli ambiti dei convegni per denunciare un fenomeno riportato dai dati Istat era l'obiettivo della Cgil, che mette in guardia dal possibile smarrimento del reale senso della campagna. «Anch’io - rivela Ida Arici della Camera del Lavoro - non condivido le generalizzazioni, ma scatenare una polemica sulle foto è quanto meno curioso. A fronte delle aggressioni fisiche o psicologiche da sempre registrate nei confronti delle donne». L’indignazione non sarebbe sufficiente, quindi ben venga la discussione del problema innescata dalle tinte forti delle immagini. «La violenza familiare - aggiunge Arici - assume diverse valenze ed è catalogabile in molti modi, ma esiste». Questo, dunque, il senso dei manifesti oggetto di una polemica rovente, ormai alla ribalta nazionale, che investe il contenuto della campagna e le responsabilità sulla sua realizzazione. f.p.

lunedì, dicembre 11, 2006

Sei un padre? Sarai un padre? Allora sei una bestia

Firmato: la Commissione Pari Opportunità di Brescia, la CGIL-CISL-UIL e alcuni comuni del circondario

(Il testo che segue è stato diffuso dai firmatari del Documento per il padre, in risposta ai manifesti e cartelloni promossi nel bresciano dalla Commissione per le Pari Opportunità, gruppi sindacali e comuni della zona. Una versione in formato volantino del presente testo è scaricabile (e liberamente distribuibile) visitando questo indirizzo)

Anche Len Masterman, lo studioso che aveva allertato la pedagogia europea segnalando il carattere subdolo e non trasparente dei media, si sarebbe pietrificato davanti ai cartelloni esposti, torri-avamposto di una oscura malvagità incombente, all'intera cittadinanza di Brescia. Bisogna sapere infatti che: mentre i bambini di dieci anni si tolgono la vita buttandosi da un balcone a seguito della separazione di mamma e papà, mentre l'ultima Relazione sulle tossicodipendenze del Ministero della solidarietà sociale al Parlamento ci dice che i più esposti al pericolo sono i ragazzi che vivono in una famiglia affettivamente disgregata e affettivamente confusa, e mentre da anni il mondo dell'educazione, del contributo scientifico della psicologia e dell'attivismo culturale desiderosi del bene della persona umana si muovono con vigore verso il riconoscimento e la valorizzazione della figura paterna oltre che della integrità della famiglia stessa, ecco che qualcuno, dimostrando (dato il ruolo istituzionale rivestito) una grave incompetenza sul dibattito appena citato, ha deciso di minare il cammino positivo intrapreso dalla nostra comunità.
Vediamo come.

Con il pretesto della "pubblicità progresso" la Commissione Pari Opportunità di Brescia, la CGIL-CISL-UIL e alcuni comuni del circondario, con la consulenza di qualche esperto di comunicazione o di bieca psicologia pubblicitaria (come è ormai d'uso nella società dei consumi che ha fatto dell'essere umano una merce in svendita), hanno affisso in ogni angolo della città lombarda e sotto diversa forma (dai cartelloni ai volantini) le immagini che qui riportiamo.

Linguaggio + immagine, metafora, allusione, sarcasmo, … potremmo citare tutti gli espedienti dell'antica arte retorica qui intenzionalmente utilizzati. Ciò che conta è che, forse, ogni padre che si è fermato ai piedi di questi cartelloni, ripensando alla sua storia e al suo passato, all'amore nutrito da sempre per i suoi figli e la sua famiglia, alle tacite offerte di un faticoso ma gradito sacrificio quotidiano per il bene delle sue creature, si è sentito ronzare nelle orecchie un unico messaggio: «sei un padre? allora sei una bestia».
Non è chiaro con quale criterio omologante o con quali sconosciuti dati statistici si voglia indurre un'intera cittadinanza, utilizzando uno strumento costruito appositamente a carattere persuasivo (e quindi minacciante la libertà dell'osservatore), a ritenere vera e generalizzata l'associazione padre = violenza.
Eppure quel padre, ormai fortemente turbato e sceso dall'auto lasciando lo sportello aperto, non ha mai fatto del male a nessuno dei suoi figli, anzi li ha sempre adorati e li sta amando donando loro la sua intera vita. Tanto meno ha mai fatto del male ai loro occhi, nei quali invece ha sempre visto la più cara luce del vivente, un vivente che ha qualcosa anche dei suoi.

Ma il misfatto continua: Masterman esortava a riconoscere e a combattere l'effetto inoculatorio dei media, che aveva studiato e visto all'opera nei più oscuri regimi totalitari del Novecento: il messaggio, intenzionalmente costruito con raffinata strategia comunicativa, produce un effetto di colonizzazione dell'immaginario inducendo spesso distorte rappresentazioni mentali o determinati comportamenti. Soprattutto nei soggetti in età evolutiva: i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, forse proprio i figli di quel padre ammutolito sotto il cartellone, che in ogni angolo di Brescia si sono trovati davanti l'immagine seguente che sembra ottenere proprio l'effetto contrario al presunto "progresso" che propone.

Di fronte a questa immagine ci interroghiamo sulla vera violenza: quella dei committenti di questa pubblicità che non hanno esitato (e intendiamo chiedere anche con quali risorse ne hanno convinto i genitori) ad utilizzare due bambini inducendoli a rappresentare una simile scena; ancora quella dei committenti che indifferenti ad ogni effetto negativo di tipo psicologico che questa rappresentazione potrebbe generare non solo sui bambini che sanno leggere (inducendoli al disprezzo e al sospetto nei confronti della figura paterna) ma anche sui bambini che non sanno leggere (con una istigazione alla violenza che non ha nulla da invidiare ai peggiori videogiochi elettronici).
E come durante il totalitarismo la bufera non cessava di abbattersi e trascinava con sé nel buio anche il futuro, anche questa violenza si abbatte sulla immaginazione dei ragazzi più grandi (i futuri padri) che uscendo dalle scuole di Brescia, o forse proprio sugli scalini del Liceo Arnaldo, hanno visto in quella frase stampata con il colore del sangue la condanna che si porteranno sul braccio come un marchio infamante per tutta la vita: «sei un uomo? sarai padre? ecco allora quello che sarai: un violento».

Al fine di procedere con una denuncia dei committenti e di tutti i soggetti coinvolti in questa operazione mediatica per violazione dei seguenti articoli della Costituzione Italiana:

art. 2 sulla tutela dei diritti inviolabili dell'essere umano (in particolare la dignità umana), art. 3 sulla pari dignità sociale di tutti i cittadini (gli onesti padri di famiglia svalutati da queste pubblicità) e sulla deliberata attuazione di comunicazioni che limitano il pieno sviluppo della persona umana (i giovani la cui prospettiva di futuro come figura paterna è stata annichilita), art.31 e art. 32 sulla protezione (della salute psichica e fisica) dell'infanzia e della gioventù (i bambini recettori, vittime del messaggio disorientante affisso sui muri della loro città, e i bambini utilizzati per la pubblicità, che hanno rappresentato una notevole fonte di lucro su cui intendiamo fare chiarezza rendendo pubblico al più presto il nome dell'azienda di comunicazione nonché le spese che questa operazione ha comportato per la cittadinanza di Brescia)

inviamo la presente per una perizia della strategia comunicativa utilizzata ed un esame ad opera di esperti dei potenziali danni cui sono stati e sono esposti i destinatari dell'operazione mediatica

1) al MED, l'associazione italiana costituita dai più autorevoli pedagogisti e studiosi della media education, nata con lo scopo di valutare l'impatto che la cultura dei media produce sui cittadini e sulle nuove generazioni, 2) all'Istituto dell'autodisciplina pubblicitaria che ha tra le sue finalità quella di verificare la correttezza e l'onestà del messaggio pubblicitario valutandone anche l'effetto sul destinatario, 3) al Ministero della Solidarietà sociale presso il Centro nazionale di documentazione e analisi per l'infanzia e l'adolescenza ed il suo Osservatorio destinati dal Governo Italiano alla tutela della salute fisica e psichica dei minori
www.minori.it, 4) al Ministero della Salute presso il Dipartimento della Prevenzione della Comunicazione che ha come compito quello di vigilare sul territorio nazionale in tema di tutela della salute, delle condizioni di vita e di benessere delle persone, 5) al Ministero della Pubblica Istruzione segnalando l'effetto diseducativo di queste pubblicità che mettono in ombra l'immagine paterna proprio mentre lo stesso Ministero ha avviato una campagna di interlocuzione specifica con padri e madri per tutelare il bene dei figli http://www.pubblica.istruzione.it/index_famiglie.shtml, 6) a tutti i cittadini affinché conoscano come vengono usati i loro soldi e nell'interesse di chi.

I firmatari del Documento per il padre
http://www.claudio-rise.it/documento_per_il_padre.htm


(Scarica la versione acrobat di questo testo cliccando qui e distribuisci il volantino)

Manifesti choc a Brescia. Il papà è l'orco di casa


(di Nino Materi, da “Il Giornale”, 11 dicembre 2006, www.ilgiornale.it)

Non è vero che a Natale siamo tutti più buoni. A Brescia e provincia, ad esempio, hanno deciso che i papà sono tutti più cattivi.
La Commissione Pari Opportunità del Comune; i sindacati Cigl, Cisl, Uil e sei amministrazioni dell'hinterland (Concesio, Gardone Val Trompia, Lumezzane, Marcheno, Sarezzo e Villarcina) hanno fatto affiggere dei manifesti a sostegno della «Campagna contro la violenza maschile sulle donne». Peccato che, per far passare il lodevole messaggio, abbiano scelto come mostro la figura del papà.
Due immagini choc dove il padre viene evocato come chi in famiglia parla solo con le mani: nella prima foto una ragazzina mostra l'occhio livido, e la scritta spiega: «Gli occhi neri sono di suo padre»; nel secondo scatto si vede un bambino che aggredisce una coetanea al grido di «Lo fa anche papà».
Anche dando per scontata la buona fede di chi ha ideato gli slogan, resta lo sconcerto dei tanti papà che ieri attraversando le strade di Brescia si sono sentiti accusati ingiustamente di essere dei genitori picchiatori. Passeggiando nel centro storico di Brescia, non abbiamo trovato nessuno (neppure una donna) che condividesse il senso di questa campagna che da «antiviolenza» si è trasformata, suo malgrado, in una campagna «antipapà».
Il signor Eugenio Pelizzari, a nome di molti altri genitori bresciani, ha deciso di esprimere il generale disappunto scrivendo una lettera aperta alla presidente della Commissione Pari Opportunità del Comune, Piera Maculotti: «In maniera insensata e col denaro dei contribuenti, i padri, tutti i padri, si vedono collocati, senza se e senza ma, nella categoria dei mostri».
«Tra chi ha realizzato questi manifesti - denuncia al Giornale il signor Pelizzari - evidentemente non ci sono padri. Altrimenti si sarebbero vergognati di offenderli in modo così clamoroso attraverso un'autentica istigazione all'odio contro i papà».
Dello stesso parere anche i firmatari del «
Documento per il padre» che polemizzano con gli ispiratori della campagna: «Ogni padre che si è fermato ai piedi di questi cartelloni - spiega Antonello Vanni - si è sentito ronzare nelle orecchie un unico messaggio: Sei un padre? Sarai un padre? Allora sei una bestia».
«Il senso di quell'immagine è ben diverso - si difendono enti locali e sindacati sponsor dell'iniziativa -, volevamo denunciare le violenze sulle donne che spesso vengono consumate in famiglia, non certo criminalizzare indiscriminatamente il ruolo del padre».
Padri che, in caso si separazione, perdono in un solo colpo moglie, figli e casa; inascoltati da Tribunali spesso indifferenti sia al loro dramma, sia a quello dei figli che vedono la propria stessa identità messa a rischio da questa rottura. «Io lavoro con molte persone di Brescia e so, come dimostrano le statistiche, che la violenza non è prodotta dai padri, ma dalla loro assenza», sottolinea lo psicanalista Claudio Risé.
Ieri sera in Piazza della Loggia un Babbo Natale distribuiva caramelle ai bimbi. Sotto la barba bianca si nasconderà un orco?

sabato, dicembre 09, 2006

Stato, famiglia, persona, pacs

In questi giorni si fa un gran parlare di “pacs”, nelle diverse e spesso indefinite accezioni della parola. A fissare l’agenda è il dibattito politico, i cui attori oscillano tra sincere affermazioni, residui ideologismi e postideologiche attenzioni a rendite elettorali. Dopo l’infelice e confusa delibera del consiglio comunale patavino, la questione è assisa alle cronache nazionali per la decisione del governo di stralciarla del tutto dalla Finanziaria, con l’impegno di normare le “unioni di fatto” entro il prossimo mese di gennaio. Anche in rete si discute, personalmente sono intervenuto da Melandrina e Astrolabio.

Qui desidero ribadire il mio No ai “pacs”, da intendersi come un No ad ogni tipo di riconoscimento pubblico e politico di enti diversi dalla famiglia, l’unione naturale e (relativamente) stabile tra un uomo e una donna, così come è individuata anche dalla costituzione italiana vigente, e destinata in potenza a favorire l’educazione delle persone, lo sviluppo della società, la crescita della civiltà. Il rapido riferimento alle varie posizioni partitiche in materia, sarà strumentale a questo No, e non viceversa. Contestualmente accenno all’importanza di affrontare temi quali l’autonomia individuale, lo statalismo etico, la tutela della famiglia con la prudenza necessaria alla loro complessità, e osservando che «soprattutto nella libertà può manifestarsi quel principio vitale, che tende alla guarigione dell’individuo e della comunità» (Claudio Risé).

Da qui a qualche mese si continuerà a discutere del tema, perché la sinistra al governo ha tutta l’intenzione di proseguire nella sua opera eversiva, imponendo la legalizzazione di unioni civili senza distinzioni di sesso. La proposta presenta forti contenuti ideologici ma anche sociali ed economici, dato che si dice interesserebbe fra l’altro successioni, graduatorie pubbliche, pensioni di reversibilità. Con gli inevitabili costi per il paese, anche in termini molto concreti (di aumento della spesa pubblica, per esempio). E’ ipotizzabile che i cattolici governativi scenderanno a patti con le sinistre, trovando un compromesso. Pur di salvare poltrona e potere. Come si è affrettato a raccomandare Mastella.

Dall’altra parte il “popolo della libertà” ha ascoltato parole chiare dai suoi leaders in Piazza San Giovanni: No ad ogni tipo di svalutazione della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. (E benché da più parti si tenti di far passare l’idea che le unioni civili non c’entrino nulla con la famiglia, tutte le pacsate attaccano la famiglia nella misura in cui pretendono un irrazionale ed ingiustificato riconoscimento politico, finora giustamente solo ad essa riservato).
Tuttavia si ricordano anche dichiarazioni aperturiste di Sandro Bondi ed altri esponenti di ciò che rimane della Casa delle Libertà. Ed è soprattutto la sparuta, ma ben agguerrita e molto presente nel web, pattuglia dei Riformatori Liberali – Radicali per le libertà a reclamare una normazione delle unioni civili. Da quel che ho potuto leggere e fatti salvi errori ed omissioni i “pacs” voluti da Taradash e dai Salmoni differiscono dalla sinistra proposta per due ordini di ragioni: A) si vorrebbe riguardassero solo coppie omosessuali (le coppie etero, si dice, se vogliono esser “riconosciute” hanno a disposizione il matrimonio); B) si vorrebbe avessero solo effetti in termini di “diritti civili”, e non anche sociali/economici (in realtà questo punto è lasciato ancora oscuro, e pochissimo sviluppato).
Ora, per quanto riguarda il punto A), mi sembra francamente un fantasioso tentativo di distinguere i pacs dalla famiglia, che paradossalmente rischia di aggravare la proposta, e renderla ancor più infondata da un punto di vista liberale: perché allora si rende palese che ciò che preme non è tanto l’affermazione dell’autonomia individuale di fronte ad una regolamentazione di stato, ma la pretesa di un riconoscimento politico preciso per le coppie gay. Rimane poi la domanda di fondo: perché una coppia (gay) dovrebbe ricevere maggior riconoscimento di altri tipi di convivenze? (A Padova per non saper rispondere a questa domanda si sono inventati la “famiglia anagrafica”).
Sul punto B) non mi dilungo proprio perché (volutamente?) non ancora chiarito. Mi limito ad osservare che da un lato ad oggi è certamente pura illusione pensare di dare statuto pubblico a “nuove convivenze”, senza quelle conseguenze di natura sociale/economica ben tracciate dai “pacs di sinistra”. Dall’altro il “riconoscimento pubblico” rappresenterebbe in sé comunque un’opzione statalista e costruttivista (cosa che mi rendo conto difficile da comprendere se si parte da una visione superficiale dello “statalismo etico”, unicamente incentrato sugli obblighi/divieti, retaggio di un certo libertarismo controculturale). Oltre che violenta, perché imporrebbe a chi non vuole riconoscere, di riconoscere.

Non ho qui la possibilità di illustrare perché l’unione stabile tra un uomo e una donna sia l’unica che può essere oggetto di un razionale e fondato pubblico riconoscimento in una società politica vitale, o perché la famiglia sia il nucleo comunitario fondamentale della nostra civiltà libera. Si potrebbe ricordare con Hayek che la famiglia, proprio in quanto ordine spontaneo e contro-potere rispetto ad istanze standardizzanti, assieme alla proprietà individuale, è l’elemento che ha permesso lo sviluppo di ordini sociali stabili (ed evolutivi) in cui gli individui hanno potuto interagire tra loro, o con Scola l’usanza da sempre rintracciabile in tutte le società di dare un riconoscimento pubblico (il patto del matrimonio) all’amore che nasce tra l’uomo e la donna, trascrizione simbolica di un’istanza profondamente umana.

Vorrei piuttosto evidenziare come la “tutela della famiglia” richieda naturalmente una critica radicale ad ogni tipo di statalismo. Nella consapevolezza, ben spiegata da Carlo Lottieri (in Denaro e Comunità. Relazioni di mercato e ordinamenti giuridici in una società liberale, A. Guida Editore), che «sono due le modalità con cui lo statalismo minaccia le libere comunità familiari: avversandole e aiutandole».
Lo statalismo (non il capitalismo) porta sempre con sé il frutto velenoso dell’atomismo: sull’argomento si dovrà ritornare, ma si pensi agli effetti perversi ed eversivi e dissolventi sulle relazioni famigliari delle politiche di previdenza e sicurezza sociale. Lo statalismo è in sé “rivoluzionario”, perché eversivo degli ordini naturali, e sempre costruttivista, anche quando agisce “dal lato dell’offerta”. I conservatori che non approfondiscono quest’aspetto, commettono lo stesso errore dei succitati nihilo-libertari.

In conclusione e riassumendo. Personalmente considero ogni proposta di legalizzazione dei pacs volta a dare pubblico riconoscimento ad unioni diverse da quelle famigliari, illiberale, irrazionale, infondata e pericolosa. Sono per un rafforzamento dell’autonomia individuale laddove ci fossero specifici impedimenti alle libertà di scelta: ci venissero elencati con precisione e si trovassero singole soluzioni. (Dicesi non a caso autonomia individuale, senza riferimento a pacs o “coppie”. Così ne trarrebbero beneficio tutti).
Ritengo prioritario adoperarsi per salvare la famiglia dalle minacce provenienti dalle “culture di morte” e dal welfare state.
Penso infine che nell’ambito di un unico ed univoco riconoscimento della famiglia, il diritto che la disciplina dovrebbe essere liberalizzato, nel senso di introdurre la possibilità del
covenant marriage, per dare la possibilità a chi lo vuole di uscire dalle vigenti legislazioni divorziste (e magari abortiste), in un quadro maggiormente pluralista.