martedì, novembre 28, 2006

Lo stato che droga: la denuncia di un gruppo di educatori

L'appello che segue esprime il punto di vista di un gruppo di insegnanti ed educatori sulla recente irrazionale modifica dei limiti quantitativi di droga per uso personale, proposta dal governo Prodi.
Lamentano in particolare gli autori dell'appello, la schizofrenia indotta da messaggi contrastanti provenienti dagli organismi statali e dalle strutture legislative.
Un punto di vista che merita attenzione ed ascolto, per gli spunti profondi di riflessione che ci offre, nell'appassionata denuncia.

Leggi l'appello.

UPDATE: No allo stato che droga - Il blog

giovedì, novembre 23, 2006

Movimento Libertario


Libertà e responsabilità viaggiano sullo stesso binario e sono due facce della stessa medaglia. E’ importante che la gente capisca che se vuole la libertà deve accettare di riconoscersi responsabile delle proprie azioni ed imparare a non delegare ad altri le proprie scelte o di farlo in maniera consapevole.

Il Manifesto del Movimento Libertario.

Appendice al Manifesto Libertario.

sabato, novembre 18, 2006

Legge di Bilancio e Catastrofe pedagogica

Il seguente appello, promosso dall'Associazione di insegnanti Gilda, evidenzia come una legge di bilancio possa ben riflettere una cultura drammaticamente diseducativa per un intero popolo e per gli individui che lo compongono.
Qui si continua a ritenere che la libertà educativa sia l'unica vera sorgente responsabilizzante sia per chi deve fare il suo percorso in entrata nella realtà della vita, sia per chi esercita l'opera educativa.
Nel frattempo si deve combattere il degrado in cui versa la scuola italiana, che pare aggravato dalle decisioni/reazioni del governo in carica.
APPELLO

In occasione del Convegno Regionale “E’ possibile ancora una educazione nella scuola?”, che si è svolto presso il Liceo Artistico “A. Modigliani” di Padova, il 20 ottobre scorso, i Relatori – Paola Cavallari, Roberta De Monticelli, Paolo Ferliga, Lino Giove – e gli intervenuti (docenti, dirigenti scolastici, studenti SSIS e di Scienze della Formazione) rivolgono al Governo e alla opinione pubblica tutta il seguente appello.

Catastrofe pedagogica
“E’ l’emergenza della nuova scuola che pone a propria norma-valore
il successo e l’indulto…”


La scuola italiana sembra assistere inerte alla propria esautorazione.
La grande sfida di civiltà degli anni sessanta e settanta – passare dalla scuola d’élite alla scuola di tutti – rischia di essere persa.
La cultura pedagogica e sociologica, che ha accompagnato e sorretto questa storica trasformazione, si è progressivamente accentrata intorno a due norme-valori dominanti: l’indulto e il successo.
L’indulto, inteso come mancato riconoscimento di responsabilità, legato ad un certo ipersociologismo della scuola, che di fatto azzera responsabilità e “colpe” individuali, è divenuto da lungo tempo legge di fatto e molti studenti, quasi sempre con il convinto sostegno delle loro famiglie, ne “beneficiano” in modo diffuso e permanente.
Il diritto al successo scolastico, o “formativo”, come recita il regolamento dell’autonomia scolastica, è invece legge scritta: tutti possono – devono essere promossi.
Una legge scritta che, per la sua completa applicazione, necessita però di essere ancora richiamata. A questo scopo la Finanziaria 2007 prevede “interventi finalizzati alla prevenzione e al contrasto degli insuccessi scolastici attraverso la flessibilità e l’individualizzazione della didattica, anche al fine di ridurre il numero dei ripetenti” (art. 66). Questi interventi devono essere ‘idonei’, cioè tali da permettere “una riduzione del 10% del numero dei ripetenti dei primi due anni di corso della scuola secondaria… per una minore spesa di euro 56 milioni a decorrere dall’anno 2008, ed euro 18,6 milioni per l’anno 2007” (collegato alla Finanziaria).
Un elemento accomuna gli assiomi portanti della nuova scuola: la negazione dell’essere del “bambino – ragazzo – adolescente”: se questi non si comporta bene o fa addirittura qualcosa di grave, la responsabilità viene genericamente attribuita al contesto sociale, se questi non ottiene buoni risultati di profitto la responsabilità viene fatta risalire al docente o ancora al contesto in cui lo studente cresce.
C’è qualcosa di devastante, ci dice Roberta de Monticelli, in questa pedagogia.
Posta la proposizione: “Tu sei libero, tu esisti, ciò che fai ha conseguenze”, appare evidente che il fatto di annullare conseguenze e responsabilità significa non riconoscere l’esistenza dell’altro.
E’ la pedagogia dell’inesistenza.

La pedagogia dell’inesistenza produce nel bambino – ragazzo – adolescente quella disperata richiesta di riconoscimento che si manifesta in forme di giorno in giorno più estreme e violente, fuori e dentro la scuola.
Ad esse la scuola non risponde. Né lo può fare.
L’indebolimento del codice normativo, dovuto anche alla quasi totale assenza nella scuola della figura maschile (Paolo Ferliga), ed i messaggi implicitamente ed esplicitamente persecutori nei confronti dei docenti – chi dà valutazioni negative non sa insegnare – inevitabilmente rafforzano le due norme-valori dell’indulto e del diritto al successo.
Noi tutti chiediamo che:
- venga cassata la norma della Finanziaria che si pone l’obiettivo di “far cassa con le promozioni coatte” e che esautora totalmente la funzione docente;
- venga concesso diritto di voce e di ascolto a tutti coloro – dall’intellettuale al più semplice insegnante – che non danno ancora per persa la grande sfida di civiltà della scuola di tutti. Poiché la scuola non può essere – non deve essere – il luogo dell’ignoranza e dell’inciviltà.


Aderiscono all’appello:
Prof.ssa Roberta De Monticelli (docente di Filosofia della Persona all’Università Vita e salute San Raffaele - Milano)
Prof. Paolo Ferliga, filosofo e psicoterapeuta, autore de “
Il segno del padre
Prof.ssa Paola Cavallari, docente di filosofia e collaboratrice della rivista “Esodo”
Prof. Lino Giove, docente di filosofia, perfezionato in Filosofia della Scienza
Prof.ssa Serafina Gnech, Centro Studi della Gilda degli Insegnanti
Prof. Giorgio Quaggiotto, docente e Coordinatore Provinciale della Gilda degli Insegnanti di Padova

venerdì, novembre 10, 2006

Santoro chieda scusa per sé

A parte che ancora non si è capito se il famoso epiteto "gnocca senza testa" era rivolto a Rula, o alla ragazzina bionda (cui non sarebbe del tutto impertinente), spassosissimo questo commento di Phastidio.
Anche qui ci si dissocia da Santoro, e si attende che il comunista piagnone chieda scusa ai Veneti per i continui servizi insultanti che è uso da parecchi anni rivolgergli. Mona che non è altro.

martedì, novembre 07, 2006

Oltre il "divertimento", la speranza nel cuore

Vi ricordate gli anni ottanta? No, non parlo degli italioti strascichi violenti d’odio ideologico, delle delinquenze partitiche e clientelari o dell’edonismo della “Milano da bere”. Nel mondo anglosassone la rivoluzione liberale e conservatrice, protagonisti Ronald Reagan e Margaret Thatcher, segnò una fase di profondi cambiamenti. Sul piano internazionale, la sfida con il moribondo mondo comunista fu vinta anche grazie alla duplice azione del Presidente/Attore e di Giovanni Paolo II il Grande. Sul piano interno gli anni ottanta, soprattutto in America, rappresentarono una fase di liberazione di energie.
Al di là della qualità delle riforme e delle politiche intraprese (che potrebbero pure essere oggetto di una critica dottrinaria liberale), quel che si vorrebbe evidenziare è la narrazione di un liberalismo conservatore animato da una grande fiducia nel futuro dell’uomo e della sua libertà. Una cultura politica non interventista, ma d’attacco, intrisa di ottimismo e di slanci positivi. Una guida politica che invitava a scommettere sulla libertà uno dei popoli al mondo più legati alle proprie tradizioni e ai “Padri della Patria”. Molti confusero (e confondono) tutto questo semplicemente con l’edonismo e il consumismo. (Curiosamente, sono per solito gli ipocriti seguaci delle teorie stataliste e sindacaliste: cioè quelle che teorizzano precisamente il sostegno artificiale dei consumi. Ma tant’è. Fanno il paio con i figli dell’autonomia che battono i piedini se lo stato non paga l’acqua dei loro “centri sociali”, e non stanno male neppure con i nemici del “precariato” sul lavoro, che però han fatto di tutto (e ancora continuano a fare) per render precario ciò che di più sacro c’è nella vita, a cominciare dalla vita stessa. Non ci curiam di loro, qui).

Mi veniva in mente questo tradizionale legame tra un solido ottimismo (l’americano think positive tanto disprezzato dalla più sofisticata intellettualità europea) e la cultura della destra liberale, leggendo un pamphlet che non dovrebbe mancare nella biblioteca di un giovane conservatore, perché tratteggia con semplicità la realtà con cui una moderna cultura conservatrice deve confrontarsi. Indirettamente, ci aiuta a capire chi è il conservatore, oggi. L’autore è Peter Hahne, il titolo: La festa è finita. Basta con la società del divertimento (Marsilio, 2006).
La tesi di fondo è che lo shock e il lutto dell’11 settembre 2001 e dell’11 marzo 2004 hanno richiamato, o stanno richiamando, alla realtà quell’umanità occidentale (il riferimento al caso tedesco, nel libro, può estendersi) che si era persa, e ancora rischia di perdersi, nella “società del divertimento”.

Ma cos’è la società del divertimento? E’ la società in cui la distrazione dalla realtà - la “immaginazione gregaria”, direbbe Jünger -, rinchiude l’uomo nelle gabbie della superficialità incosciente o del cinismo disperato. Il dramma catalizza paure e insicurezze latenti, e offre possibilità rigeneratrici. Nella sfera privata come nel “discorso pubblico” prendono quota temi di natura esistenziale: l’attenzione alle realtà, e agli affetti, più semplici, la ricerca di punti fermi, la responsabilità verso le future generazioni, la questione della nostra identità.
Fuori da Disneyland, la cultura dell’Io (del piccolo io), può aprirsi ad un ragionamento sulle virtù necessarie alla sopravvivenza di una società libera.
I moralismi e i fondamentalismi degli ideologi radicali (eredi di quella battaglia del ’68 contro la famiglia, ogni forma di tradizione e di autorità, che però era essa stessa un grido, un’invocazione al Padre, che non ha trovato risposta) appaiono insufficienti a rispondere alle sempre più pressanti domande di senso. La biopolitica rappresenta sfide che investono la sostanza dell’essere umano, che non può essere liquidata sbrigativamente.
La “degenerazione della libertà in tempo libero”, l’esplosione socialista ed indiscriminata dei cd. “diritti sociali e civili”, ci ha fatto perdere di vista che la libertà implica rinunce e responsabilità, e queste si promuovono con un’opera educativa, che introduce alla realtà. La felicità ed il successo richiedono impegno, lavoro e ricerca senza distrazioni. Non sono distribuibili gratuitamente né da mamma-stato né da filosofie utilitariste e edoniste.

Il rinnovato sguardo anti-ideologico sulla realtà, invocato da Hahne, si focalizza su alcuni elementi.

La centralità della famiglia, marginalizzata dai vecchi ideologismi e minacciata dai nuovi costruttivismi (vedi alla voce pacs). Ma anche dalla pseudocultura della distrazione, dell’ignoranza che porta a delegare allo stato o comunque ad estranei, le primarie funzioni educative. Uscire dalla società del divertimento significa anzitutto riprendere consapevolezza dei lavori più importanti del mondo: il mestiere di padre e il mestiere di madre.
I pericoli di una “guerra tra generazioni”, con conseguenze economiche catastrofiche, causata, a sentire le vecchie classi politiche, dalla curva demografica. Come se questa fosse stata imprevedibile, o la politica non avesse contribuito a determinarla. Come se il disastro non c’entrasse nulla con il fatto che intere generazioni hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, e politici miopi e ladri hanno svuotato le casse (diligenti seguaci del vecchio edonismo keynesiano).
Il confronto con altre civiltà, che ci invita ad approfondire le nostre origini, le nostre radici, a ritrovare le forze per costruire il nostro futuro.
Il desiderio di superare lo scetticismo radicale, di “ritrovare la misura”, una nuova forma di unità politica esente da ogni fondamentalismo, le opportunità offerte da un rapporto positivo con il teologico, l’esigenza di esempi più che di prescrizioni. E quella di superare l’atomismo per rianimare la vera dimensione attorno la quale si costruisce una società liberale: la relazione con l’altro da sé.
Secondo Hahne nella società dell’informazione, un nuovo realismo richiede narrazioni che informino veramente, cioè “mettano in forma”, aiutino a capire, a distinguere ciò che è bene e deve essere imitato.

Diceva Prezzolini che il conservatore distingue gli elementi naturali e fondamentali di una società: la proprietà privata, la famiglia, la patria (che è più di uno stato) e la religione. Il conservatore dovrebbe ripetere poche cose e semplici, presidiare certi limiti, con una ritrovata, rinnovata e costante attenzione alla realtà della vita.
«Ciò di cui abbiamo bisogno non sono gli arbitri, ma gli attaccanti. Uomini che si mettano in gioco, che si rimbocchino le maniche e si diano da fare. Abbiamo bisogno di portatori di speranza, non di portatori di preoccupazioni. Gente con capacità di visione e di prospettive».

Si esce dalla superficialità incosciente e dal cinismo disperato della “società del divertimento” con la speranza nel cuore.

lunedì, novembre 06, 2006

Right Choice: get real!

E' nato il nuovo aggregatore, luogo d'incontro e confronto per blogger laici e liberali, conservatori e cattolici. S'ispira liberamente al movimento sociale, culturale e politico della right nation americana, da molti sbrigativamente già condannato al declino. Come se la cifra dei temi e sentimenti sollevati, fosse disponibile ai sondaggi elettorali, o riconducibile alle vicende di questo o quel partito.
La nuova piattaforma si è data un manifesto, si rivolge a queste persone, con questo regolamento.
Leggeteli con attenzione e se vi sentite di sottoscriverli, aderite anche voi a
The Right Nation.