domenica, aprile 30, 2006

LiberaTv

Il Buffone illustra, con parole e immagini, La storia della TV italiana che nessuno vi ha mai raccontato, da sempre ispirata al liberismo più intransigente, di cui si è proclamato neocustode e neogarante il Presidente della Camera Faustwig von Bertinottis.
I teleutenti possono dormire sonni tranquilli, nel segno della continuità.

sabato, aprile 29, 2006

A libertarian speech for Life



«Today, we are seeing a piecemeal destruction of individual freedom. And in abortion, the statists have found a most effective method of obliterating freedom: obliterating the individual. Abortion on demand is the ultimate State tyranny; the State simply declares that certain classes of human beings are not persons, and therefore not entitled to the protection of the law. The State protects the "right" of some people to kill others, just as the courts protected the "property rights" of slave masters in their slaves».
Ron Paul

Il testo completo dell'intervento di Ron Paul è disponibile qui.

Fathers, Mothers and welfare state

Martin Wolf via Ventinove Settembre:

«For many mothers the welfare state is a substitute for a committed father. For fathers it is an excuse for abandoning their responsibilities. For both, it is a reason not to produce the children who might help look after them in old age. The result is lower overall investment – quantitatively and, in some respects, even qualitatively – in the posterity on which the sustainability of the welfare state itself depends».

martedì, aprile 25, 2006

Pax tibi Marce, Pace a Te Venezia

Per i veneziani e le genti venete il 25 aprile è festa ben più radicata e profonda dell’odierna e comandata ricorrenza nazionale. Per la cristianità veneta, infatti, la celebrazione della figura di San Marco Evangelista, Patrono della Città e delle sue virtù politiche, ha il sapore antico del ricordo di una storia gloriosa. Ma chi era l’Evangelista?
Secondo un’antica tradizione, il giovane Marco fu testimone della cattura di Gesù nell’orto degli ulivi. Quel che è certo è che, discepolo degli Apostoli, fu particolarmente vicino a Pietro, che si rivolgeva a lui chiamandolo affettuosamente “figlio mio”. Ed è proprio seguendo Pietro che Marco giunse a Roma, dove, tra il 50 e il 60, compose il suo Vangelo, trascrivendo i racconti e le catechesi ai romani del suo padre spirituale. Rafforzata la comunità cristiana della Città Eterna, Pietro inviò Marco al Nord, affidandogli il compito di portare quassù la lieta novella riconosciuta dal centurione romano ai piedi del Crocifisso: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!».
Tra i vari luoghi visitati, Marco si recò ad Aquileia, dove convertì Ermagora, poi divenuto primo Vescovo della città. Successivamente, durante un trasferimento in mare, fu sorpreso da un fortunale, e si rifugiò sulle isole Rialtine (il cuore di quella che sarà Venezia). Si addormentò, e sognò un angelo a portargli il messaggio: «Pax tibi Marce evangelista meus», con la promessa che in quelle isole avrebbe trovato riposo fino alla fine dei tempi.
Recatosi poi ad Alessandria d’Egitto, cruciale luogo d’incontro tra est e ovest, sempre su indicazione di Pietro, divenne ivi il primo vescovo della Chiesa del posto. La zona di Alessandria fu il luogo della passione di Marco, l’umile scrivano, l’ombra di Pietro, l’intellettuale che si pose al servizio della Verità.
Reggente l’Imperatore Traiano (53-117), i sacerdoti pagani del culto serapico reagirono brutalmente alla crescita della sua popolarità. Il vecchio potere politico e religioso cospirò fino a spingere i nemici di Marco ad aggredirlo, in un momento di preghiera. Fu legato, picchiato, torturato, schernito, lapidato, trascinato a Bucali, sede della prima chiesa fondata da Marco. Fra la meraviglia per la straordinaria resistenza fisica di quest’uomo, l’atleta di Cristo, la sera, fu incarcerato. Secondo la tradizione, quella notte, incontrò visibilmente Gesù.
Il giorno seguente, un 25 aprile probabilmente dell’anno 72, fu di nuovo trascinato sulle vie del paese, ancora picchiato, e finalmente ucciso. Il tentativo di bruciarne il corpo, fallì, per lo scoppio di un violento uragano che disperse i pagani. Il corpo di Marco fu dunque raccolto dai suoi seguaci, e portato in una grotta. Nel V secolo fu poi trasferito nella chiesa costruita al canopo di Alessandria.
Saranno i leggendari mercanti veneziani Buono da Malamocco e Rustico da Torcello ad impadronirsi delle reliquie dell’Evangelista, minacciate dagli arabi, nell’828 trasferendole avventurosamente a Venezia, dove giunsero il 31 gennaio dello stesso anno (dies translationis corporis), dopo aver superato i controlli degli islamici (si narra che gli astuti veneziani abbiano nascosto il prezioso tesoro sotto una partita di carne di maiale), l’arenarsi su una secca ed una spaventosa tempesta. Il doge Giustiniano Partecipazio raccolse con tutti gli onori le reliquie, deponendole provvisoriamente in una cappella, nel luogo ove oggi si trova il tesoro di San Marco. Iniziò subito la costruzione della Basilica terminata nell’832 («Cielo e mare vi posero mano», disse Dante).
La Basilica fu successivamente ricostruita più volte. L’odierna “Terza San Marco” fu iniziata nel 1063 per opera del Doge Domenico I Contarini. San Marco fu scelto come Patrono principale della Basilica e della Serenissima, in sostituzione di San Teodoro, il Santo Militare venerato fino all’XI secolo (che rimase comunque nel cuore dei veneti: le colonne tra il molo e la piazzetta sono sovrastate rispettivamente dal Leone di San Marco che artiglia il Libro con la scritta “Pax tibi Marce evangelista meus”, e dalla statua del guerriero Teodoro che uccide il drago).
La Basilica fu ufficialmente consacrata il 25 aprile del 1094, giorno in cui accaddero fatti prodigiosi. La cerimonia di consacrazione fu infatti preceduta da settimane di digiuni, penitenze e preghiere per chiedere la grazia del ritrovamento delle reliquie dell’Evangelista, che nel frattempo erano andate perdute.
Alla fine della Santa Messa celebrata dal Vescovo, si spezzò una sezione del marmo della navata destra, e comparve la custodia contenente le reliquie. Da allora il Leone Alato venne riprodotto in ogni angolo della Città, in ogni dominio della Serenissima. E il vessillo del "Leone di San Marco", innalzato sugli alberi delle navi della flotta serenissima, incuterà sempre rispetto e timore, ma anche senso di protezione, nei mari fino al medio oriente e l'Africa settentrionale.

sabato, aprile 22, 2006

Letture paleolibertarian

In attesa di superare la situazione di stallo determinata dalla riduzione del tempo, dalla crescita degli impegni, e da una certa indolenza tardojuengeriana :-), linko due, pur datati, consigli di (buone) letture.
Uno e Due.

sabato, aprile 15, 2006

Victimae paschali laudes

«Morte e vita si sono affrontate
in un prodigioso duello.
Il Signore della vita era morto,
ma ora, vivo, trionfa.
Tu, Re vittorioso, portaci la tua salvezza»

venerdì, aprile 14, 2006

venerdì, aprile 07, 2006

5 more years

Ho cercato a lungo una ragione per cui un cattolico dovrebbe votare per l'Unione. Mi sono scoperto a ragionare sul perché un liberale potrebbe votare per l'Unione.
L'unica risposta che ho trovato è: l'odio, o la meno eroica antipatia, per il Caimano. L'unica risposta che ho trovato è una risposta da coglioni.
Mi sono chiesto perché un cattolico potrebbe decidersi per l'astensione. Mi sono domandato perché un liberale potrebbe scegliere di non votare.
Ho trovato una miriade di risposte qualunquiste, sulla destra e la sinistra, che sarebbero uguali. Ho sentito, forte, la rabbia. E poi alcune idee carezzare la mia anima, quasi rapirmi, o farmi naufragare (il fascino delle Sirene). Ma troppo bella è questa vita, troppo importante questa realtà, per disertare. Perché un solo voto utile vada perso, un solo gesto venga trattenuto.
Domenica mattina andrò a votare, con una speranza nel cuore: 5 more years.
Poi, da lunedì, si continua lo stupendo viaggio, con i nostri principi e la concretezza delle nostre azioni.

domenica, aprile 02, 2006

Verso Ovest

Per l'Occidente Casa della Libertà e Unione non sono la stessa cosa.
Parola del Presidente del Senato
Marcello Pera.

Sinistra in stato confusionale

Ci sembra di aver sentito Prodi, alla trasmissione mezz'ora di Lucia Annunziata, affermare solennemente che sulle tasse l'Unione non ha commesso un errore, ha fatto uno sbaglio.
Fermatelo.
E fermate anche
lui.

Volto e maschera della “Libertà di Coscienza”

“Libertà” e “Coscienza” sono parole meravigliose. Sono simboli che rimandano ad una pluralità di significati, in relazione alle personali visioni del mondo di ciascuno. Per il credente hanno un valore immediatamente originario, paterno. Per l’uomo precipitato nell’universo secolarizzato della modernità politica, conservano una straordinaria forza attrattiva, che testimonia, a parere di chi scrive, la loro attitudine a trascendere il piano meramente concettuale, tanto caro alla democraticissima “clasa discutidora”.
Tuttavia, nel dibattito politico degli ultimi decenni, queste parole sono state svuotate di significato. Unendole con la particella “di”, si è finito col scioglierle nella retorica progressista e statalista dei “diritti civili”. La dinamica di tale procedimento è facilmente, teoreticamente e storicamente, individuabile.

Lo stato moderno si è sviluppato (ingigantito) attorno alla precisa e tecnicista istanza della neutralizzazione del confronto politico. Non occorre aver letto l’opera di Carl Schmitt (il cui realismo politico viene correttamente accostato da Carlo Lottieri, ne Il pensiero libertario contemporaneo, Liberilibri, al libertarismo nordamericano), per comprendere le fondamenta relativiste di questo progetto, che ha reso negoziabili i diritti naturali, nel tentativo di alienare ciò che è inalienabile per definizione.
Si è cominciato col dire: «le questioni di verità, giustizia e morali, devono rimanere fuori dall’arena politica, perché appartengono alla sfera individuale». Si è finito con l’intendere: «lo stato è la cornice che deve garantire a tutti una serie (crescente, anche nella sua discutibilità) di "diritti civili", il cui esercizio deve essere legittimato dal sigillo statalista». Con il che, se la prima affermazione (entro certi limiti e con certe precisazioni – si pensi al caso delle “comunità volontarie”), potrebbe avere un senso in un mondo libertario, la seconda proposizione, applicata all’universo concentrazionario e coercitivo del Leviatano, diventa insopportabilmente illiberale. Perché violenta l’ordine naturale e la personale visione del mondo di ciascuno, costringendo ogni singolo uomo e ogni singola donna a piegarsi di fronte al “collettivo politico”. La violenza coinvolge precisamente la sfera più sacra (se il termine disturba, lo si intenda in senso laico, nel senso in cui si può ritenere sacra la proprietà privata) dell'umana personalità. La sfera di attribuzione dei significati alle meravigliose parole: Libertà e Coscienza.
E’ così, dunque, che si celebra il matrimonio (pardon, il pacs) fra statalismo e “libertà di coscienza”. Quest’ultima diviene la maschera con cui il progressismo culturale violenta la libertà individuale, segnatamente su quei temi sensibili che (assieme a certo costituzionalismo liberale, giustamente criticato dai libertari più coerenti), pretendeva di “neutralizzare”, tabuizzare, lasciar fuori dall’arena politica.
In questo blog, abbiamo più volte denunciato, per esempio, il caso drammatico dell’aborto di stato. Evidenziando come tale pratica gravi come un macigno su di una comunità politica intera, cioè su tutti i singoli uomini e le singole donne che la compongono. L’“interruzione volontaria di gravidanza”, effettuata con denaro pubblico in ospedali di stato, costringe infatti a sostenere finanziariamente l’aborto anche chi lo considera una pratica contro natura. E si noti come il Leviatano, pur essendo una finzione suprema, con le sue leggi e le sue strutture, non sia mai neutrale, ma agisca “pedagogicamente” sulla società. Chiediamo pertanto ai liberali e ai libertari, anche a quelli pro-choice, di sostenere coerentemente la destatalizzazione dell’aborto, chiedendone una forma di depenalizzazione (ispirata alla difesa della sacralità della proprietà privata, della propria vita, della propria fondamentale visione del mondo) che non comprometta la pace sociale, come è adesso.
Pensiamo che, sul punto, i cattolici dovrebbero essere, laicamente, più coraggiosi. Magari a partire da queste parole di Giovanni Paolo II: «Larghi strati dell’opinione pubblica giustificano alcuni delitti contro la vita in nome dei diritti di libertà individuale e, su tale presupposto, ne pretendono non solo l’impunità, ma persino l’autorizzazione da parte dello Stato, al fine di praticarli in assoluta libertà ed anzi con l’intervento gratuito delle strutture sanitarie (grassetto mio, n.d.P.)» (Ev vitae n.4). E ancora: «se ne pretende un vero e proprio riconoscimento legale da parte dello Stato e la successiva esecuzione mediante l’intervento gratuito degli stessi operatori sanitari (grassetto mio, n.d.P.)» (Ev vitae n.11).
In questa stessa prospettiva, salutiamo con piacere quanto è avvenuto nei giorni scorsi a Roma. Al Congresso del Ppe (Partito popolare europeo) è stato elaborato ed approvato un Documento in cui si chiede che l’Unione Europea la smetta di utilizzare i soldi pubblici per finanziare la ricerca e pratiche “contro la vita”, ovvero la smetta di finanziare pratiche che risultino illegali in almeno uno dei paesi membri. Si tratta di smascherare un vecchio vizio dei burocrati europei, che fra l’altro fa il paio con il sostegno finanziario dell’UE ad alcune organizzazioni internazionali, portatrici di una visione molto particolare di concetti quali: “salute riproduttiva femminile”. Chiedete a Prodi, che ne sa qualcosa, perché fu uno dei protagonisti di questa deriva: da presidente della commissione europea corse in soccorso dell’UNFPA ed altre simili organizzazioni, quando l’amministrazione Bush chiuse i propri rubinetti.
Ebbene, qui si considera il Documento votato dal Ppe a Roma, un documento ispirato a logiche altamente liberali e libertarie. E si chiede francamente ai promotori del progetto
Neolib, a Benedetto della Vedova e ai Salmoni (in ordine sparso) di sostenere con forza questa iniziativa.
Per distinguersi dall’ideologia rosapugnante. Per ridare senso, e dignità, alle parole: Libertà e Coscienza. Per scoprire, di nuovo, il loro volto.

Tommy e Karol

Mi unisco al ricordo, e alle preghiere, di Alef.

sabato, aprile 01, 2006

Il Signore delle tasse


E’ ancora presto per affermare che Prodi, con i pasticci sulla questione fiscale, si sia scavato la fossa, in cui riposerà dopo la tornata elettorale. Ma certamente, non è presto per osservare come il vecchio boiardo di stato in quella fossa vi abbia già sepolto la sua residua credibilità, se persino Corriere e Repubblica, in questi giorni, denunciano il fallimento della campagna elettorale dell’Unione sul fisco. Tra ambiguità, imprecisioni, vaghezze e marce indietro.
La parola “magica”, per usare un termine che potrebbe piacere a chi è avvezzo a sedute spiritiche, è: armonizzazione. Peccato che come ha suggerito il vecchio Bossi, questa parola sappia troppo di vaselina.

D’altronde, per abbattere d’un tratto il 5% del cuneo fiscale (che se l’avesse proposto il Caimano, l’avrebbero invitato ad accomodarsi in un manicomio), salvaguardando il bilancio dello stato, da qualche parte ‘sti soldi devono saltare fuori. Si racconta la balla che le famiglie (?; il punto di domanda è d'obbligo, se il termine viene manipolato da sinistri figuri, n.d.P.) saranno salvaguardate, perché si ridurranno le ritenute fiscali sui conti correnti. Peccato che i risparmi delle famiglie, come tutti gli italiani sanno, non siano certo parcheggiati nei conti correnti (a prendere un interesse dello 0,00125…).
Allora “armonizzazione” significa andare a colpire gli investimenti, e non ci hanno ancora spiegato come si discriminerà fra piccoli e grandi risparmi (seguendo la logica deviata socialista, punitiva della ricchezza).
L’ultima marcia indietro di Prodi è sui Bot: ora, dice il professore, non si colpiranno più. Ma come credergli? Domani cosa dirà? E cosa diranno gli altri partiti dell’Unione?
Per quanto riguarda la proprietà immobiliare, l’espressione più immediata e anche simbolicamente importante della proprietà privata, il Signore delle tasse non dà alcuna garanzia. La sinistra determinazione di reintrodurre l’imposta di successione è, di per sé, prova dell’ideologia fortemente illiberale dell’Unione. Si tratta infatti di una delle forme più odiose d’imposizione fiscale (ammesso e non concesso che queste siano facilmente gerarchizzabili), che va a colpire “ricchezza” già tassata alla sua formazione. A ciò, sempre per seguire la deviata logica socialista, si aggiungono i balletti delle cifre sulla definizione dei “grandi patrimoni”: per il momento sappiamo che per Bertinotti la soglia è quella della vecchia normativa: 180.000 Eur.
Cioè se vince l’Unione abbiamo una certezza: viene ripristinata la tassa sulle successioni. Ed è probabile che tale tassa si debba pagare sui patrimoni superiori a tale cifra, non certo iperbolica.
Nell’editoriale di oggi de “Il Giornale”, Nicola Porro pone
cinque precise domande alla “banda tassotti” (Prodi, Visco, Amato). Verosimilmente l’ex presidente dell’Iri tenterà di rispondere almeno a qualcuna di queste domande, nel confronto televisivo in programma per il prossimo lunedì.
Ma qualsiasi risposta sentiremo dal Signore delle tasse, sarà viziata. Dai pasticci della campagna elettorale unionista sul fisco: la credibilità del professore (da cui attendiamo ancora il bonifico dell’eurotassa che promise di restituirci) è già sepolta.
E dalla storia: ogni volta che governa il Centrosinistra, la pressione fiscale aumenta.