lunedì, dicembre 25, 2006

Santo Natale 2006

Quello che noi siamo non viene dal sangue.
Quello che noi siamo non viene da una cultura che non sia radicata nella Natura creata.
Quello che noi siamo non viene da ciò che abbiamo fatto.
Quello che noi siamo viene dal Padre, dalla Sua offerta di libertà.
Gesù, mio unico Salvatore e Luce nel mondo, confido in Te.

Buon rinnovamento ad ognuno e a tutti!

giovedì, dicembre 14, 2006

Via i manifesti choc: vincono i papà

(di Nino Materi, da "Il Giornale", 14 dicembre 2006, www.ilgiornale.it)

Alla fine hanno vinto i padri, quelli «buoni». I manifesti con i padri, quelli «cattivi», che picchiano moglie e figli saranno ritirati e non verranno più affissi. Il caso, sollevato dal Giornale, si è concluso nel segno del buonsenso: quei poster sui muri di Brescia e di sei comuni della provincia erano offensivi per tutti i padri e andavano mandati al macero.
La conferma viene dallo sponsor più autorevole della «Campagna contro la violenza maschile sulle donne»: la Provincia di Brescia che, attraverso la Commissione pari opportunità, ha ideato gli slogan che hanno scatenato la polemica. Due i cartelloni al centro della querelle: nel primo si vede una ragazzina con il volto tumefatto e la scritta «Gli occhi neri sono di suo padre»; nel secondo c'è un bambino che picchia una coetanea al grido di «Lo fa anche papà». Inevitabile identificare il ruolo del padre con quello del «mostro» in famiglia. Una rappresentazione ingiusta che ha fatto arrivare in provincia reazioni indignate, soprattutto da parte di padri sconcertati nell'essere ridotti al rango di picchiatori dei propri cari.
«Il tutto è nato da un equivoco - ci spiega gentilmente la presidente della Commissione pari opportunità, Piera Maculotti. Non volevamo certo criminalizzare la figura paterna, ma porre l'accento sulle violenze familiari che spesso trovano nell'elemento maschile un protagonista negativo. Basti pensare alla vicenda della povera Hina, massacrata dal padre proprio qui nella nostra provincia. Per evitare ulteriori contrasti, i manifesti della discordia sono stati comunque già bloccati e non ne verranno stampati altri».
La decisione di ritirare i manifesti ha trovato l'immediato consenso dell'organizzazione in difesa dei padri che fa capo allo psicanalista Claudio Risé. L'associazione si è dichiarata soddisfatta: «Quei manifesti - spiegano - trasmettono un messaggio palesemente diseducativo, anche perché bisogna considerare che le statistiche mostrano come la violenza in famiglia scaturisca non dalla presenza del padre, bensì, al contrario, proprio dalla sua assenza. Quella del papà è una figura che la società ha bisogno di valorizzare, e le prime a comprenderlo dovrebbero essere proprio le mamme».
Il passo indietro, comunque, si è reso inevitabile dopo che anche all'interno dei firmatari dei manifesti sono nati grossi contrasti: «Quanto accaduto ha dell'incredibile - sottolinea al Giornale il segretario generale della Cisl di Brescia, Renato Zaltieri. Sono stato costretto a inviare al presidente della Provincia e al sindaco di Brescia una lettera in cui ho precisato la posizione del mio sindacato».
Una missiva riservata di cui il Giornale è venuto in possesso e che recita testualmente: «In questi giorni alcuni nostri iscritti ci hanno rivolto lamentele sui manifesti affissi in alcuni punti della città e da noi non ancora notati, contro le violenze commesse dai papà nei confronti dei loro figli. La cosa appare ancora più grave, oltre ai contenuti che non condividiamo, in quanto i manifesti riportano la sigla ed il logo della scrivente organizzazione sindacale quando non ci è stato chiesto e, comunque, non avremmo concesso l'autorizzazione al suo utilizzo per diffondere un messaggio che mette in evidenza, in negativo, la figura del papà nell'ambito familiare. Stiamo pertanto a chiedere che venga smessa la diffusione e che si provveda immediatamente a toglierle i manifesti dalle affissioni. In mancanza di ciò ci riserviamo di assumere le iniziative, nelle sedi opportune, che più riterremo idonee a tutela e difesa degli interessi della Cisl bresciana».
Una posizione condivisa anche dai segretari bresciani della Cgil e della Uil, Dino Greco e Angelo Zanelli, oltre che dai sindaci degli altri sei comuni bresciani coinvolti nell'iniziativa. Ma non ci sarà bisogno di ricorrere alla carta bollata. Quei manifesti, ormai, sono solo un brutto ricordo.

mercoledì, dicembre 13, 2006

Pacs: il pensiero unico del modernismo politico

In questi giorni ho da occuparmi di cose più urgenti, e importanti.
Tuttavia mi sento in dovere verso i miei 4 lettori di rettificare quanto scrissi giorni fa nel post
Stato, famiglia, persona, pacs.
Infatti stando a quanto dice Benedetto della Vedova in
questo articolo, anche i pacs proposti dai Riformatori Liberali (i radicali del centrodestra) promuovono "diritti economici" a carico della collettività («eredità, pensione,...») .
Un motivo in più per dichiararli ingiusti.

martedì, dicembre 12, 2006

Bufera sui manifesti anti-padre. La Cisl si dissocia

(di Federica Papetti, da “Bresciaoggi”, 12 dicembre 2006. www.bresciaoggi.it)

Non tutti gli uomini sono violenti, ma soprattutto non è accettabile il messaggio che accredita una paternità esercitata a suon di botte. L’esperienza, i dati clinici in possesso agli addetti ai lavori e persino la tradizione storico-culturale del Paese sconfessano le allusioni provocatorie suggerite dalle immagini fotografiche e dagli slogan della campagna contro la violenza sulle donne promossa da sei Comuni bresciani (Concesio, Gardone Valtrompia, Lumezzane, Marcheno, Sarezzo, Villacarcina) con l’adesione dei sindacati e della commissione Pari opportunità della Loggia e della consigliera provinciale di Parità del Broletto. Lo sostengono i papà bresciani, di fronte ai
manifesti che da giorni hanno tappezzato la città.

Due scatti in particolare finiscono sul banco degli imputati, scatenando le ire di alcuni psicoterapeuti che firmano un documento sul
sito del collega Claudio Risé denunciando una sorta di criminalizzazione indistinta della figura paterna. L’uomo che «parla» solo con le mani sarebbe il frutto di un retaggio ideologico senza effettivi riscontri nella realtà. Lo sguardo pesto della ragazzina ritratta e sovrastata dalla scritta «gli occhi neri sono di suo padre» non è piaciuto a tanti genitori maschi, stupefatti allo stesso modo di fronte al bimbo che aggredisce una coetanea giusticandosi con un inequivocabile «lo fa anche papà».

«Prima di tutto - avverte Paolo Ferliga, psicoterapeuta e docente di filosofia al Liceo Arnaldo - nell’esperienza come insegnante e come terapeuta non rilevo le situazioni descritte, ma soprattutto non condivido questa denigrazione generalizzata del padre».
L’idea che la violenza sia appannaggio di un genere, rappresenta un luogo comune del passato, ripescato dalle foto della campagna che si limitano a negare la figura paterna senza, invece, affrontare la complessità della violenza familiare.
«Sono aggressivi singoli uomini e singole donne - precisa Ferliga - ma il dato che emerge negli ultimi anni è la sofferenza di troppi figli preda delle ostilità di altrettanti genitori separati».
Secondo il terapeuta bresciano il «padre padrone» non riflette l’attualità del disagio esploso tra le mura domestiche e comunque non giustifica la tesi manichea proposta dal bianco e nero degli scatti. Paolo Ferliga, autore del saggio «
Nel segno del padre, nel destino dei figli e della comunità», riconduce i tratti simbolici della paternità alla tradizione giudaico-cristiana dominata dalle figure di Abramo, pronto a sacrificare Isacco, e Dio capace di immolare Cristo suo figlio per gli uomini. Un retroterra culturale ben distante dal pater familias romano, signore del clan e detentore del potere di vita e morte su tutti i membri della famiglia.
«Se negli anni Cinquanta - spiega Ferliga - la cinematografia e la letteratura registrano il dato del padre padrone è proprio perché tale modello non è in linea con la tradizione culturale italiana».
Ma senza volersi addentrare nel labirinto di archetipi psicologici o sociologici, Ferliga non nega la violenza maschile, ma rifiuta la generalizzazione della campagna e mette in guardia dal messaggio che potrebbero recepire i minori. «La provocazione ricercata - avvisa il terapeuta - potrebbe rivelarsi controproducente, senza contare le mie perplessità sull’utilizzo di minori per lo scatto delle immagini».

La stessa riflessione compare sul
documento pubblicato dal sito di Risé che s’interroga sull’opportunità di rendere protagonisti due bambini in esplicite scene di violenza. «Un'istigazione - si legge nel sito - che non ha nulla da invidiare ai peggiori videogiochi elettronici».
La polemica scatenata dai manifesti è approdata anche nelle pagine di alcuni giornali nazionali che intravedono nella «maldestra» comunicazione la realizzazione di una «campagna antipapà». Ma a parere di Paolo Ferliga sarebbe interessante verificare anche le reazioni dei giovani. « I bambini sprovvisti della fantasia riprodotta sui manifesti - suggerisce Ferliga - rischiano di recepirla, esattamente come accade per programmi televisivi violenti sconsigliati, appunto, per i giovanissimi».
Con tali precisazioni, Paolo Ferliga s’interroga sul ruolo delle istituzioni e lancia la sua provocazione: «I dati evidenziano come la maggior parte degli infanticidi sia commesso da donne, ma se questa circostanza diventasse l’appiglio per disegnare un campagna del tenore di quella proposta, le donne giustamente si sarebbero scandalizzate».

Scandalizzata, per ora, è la Cisl di Brescia, che in una lettera a firma del segretario generale Renato Zaltieri indirizzata a tutti i promotori della campagna, non solo rivela di aver ricevuto «lamententele» da parte dei propri iscritti, ma prende decisamente le distanze dall’iniziativa: «La cosa appare ancora più grave, oltre ai contenuti che non condividiamo, in quanto i manifesti riportano la sigla e il logo della nostra organizzazione sindacale, quando non ci è stato chiesto, e comunque non avremmo concesso l’autorizzazione al suo utilizzo per diffondere un messaggio che mette in evidenza, in negativo, la figura del papà nell’ambito familiare». Per questo Zaltieri chiede «che venga smessa la diffusione dei manifesti e che si provveda a toglierli immediatamente dalle affissioni». In caso contrario, la Cisl si riserva di assumere le iniziative che riterrà «idonee» nelle «sedi opportune».


«Se ne parla? È già un risultato» Ma qualcuno fa marcia indietroI promotori stupiti da tanto clamore

Le polemiche innescate dai media e da diversi psicologi sulla strategia pubblicitaria della campagna contro la violenza sulle donne smorzano l'entusiasmo iniziale dei firmatari, che oggi avanzano parecchie perplessità su immagini e slogan. Lo stile utilizzato e il messaggio sotteso sembrano non piacere neanche ad alcuni committenti. Eppure i cartelloni affissi testimoniano una volontà comune nel progetto realizzato da sei Comuni, dalla commissione pari opportunità della Loggia, dai sindacati e dalla Consigliera provinciale di parità, organo autonomo del Ministero del lavoro, espresso nell’omonima commissione in Broletto da Tiziana Belleri. Spetta a Paola Vilardi illustrare le competenze di Tiziana Belleri, irreperibile per tutta la giornata di ieri.

«La figura di nomina ministeriale - spiega Paola Vilardi che si dissocia dal contenuto della campagna - gestisce in autonomia il budget con il quale è stata finanziata l’iniziativa, ma essendo scaduto il mandato della delegata, Tiziana Belleri esercita le funzioni in qualità di supplente».
La presidente del Consiglio provinciale, nonché componente della commissione pari opportunità, ammette di avere visto i bozzetti, ma prende le distanze dalla concezione della campagna considerata «una forma di cannibalizzazione della figura maschile». Anche in Loggia le precisazioni sono d’obbligo: «Abbiamo aderito a un’iniziativa di altri», - sottolinea Piera Maculotti, presidente della commissione pari opportunità del Comune. Nonostante le titubanze sulla bontà della comunicazione messa in campo dai promotori, Piera Maculotti conferma: «La violenza sulle donne esiste e sono molto soddisfatta che il movimento degli uomini si faccia sentire. Uscire dal silenzio rappresenta un’occasione per aprire il dibattito, anche se mi dispiace che qualcuno si sia offeso». Convinta che la complessità caratterizzi lo spaccato della violenza domestica, Piera Maculotti sottolinea, però, la difficoltà a riprodurre ogni sfumatura in uno scatto: «Non si può chiedere a un manifesto di fotografare i mille doverosi distinguo che, al contrario, possono emergere in convegni o seminari». Semplificare, dunque, sarebbe l’obiettivo naturale della comunicazione, ma resta da approfondire perchè tutti gli uomini, indistintamente, si sentano chiamati in causa.

«Gli uomini esprimono sentimenti condivisibili - ammette la responsabile della Commissione - ma sarebbe assurdo che in una campagna, seppur dura, contro gli incidenti in auto, tutti gli automobilisti si sentissero criminalizzati». Uscire dagli ambiti dei convegni per denunciare un fenomeno riportato dai dati Istat era l'obiettivo della Cgil, che mette in guardia dal possibile smarrimento del reale senso della campagna. «Anch’io - rivela Ida Arici della Camera del Lavoro - non condivido le generalizzazioni, ma scatenare una polemica sulle foto è quanto meno curioso. A fronte delle aggressioni fisiche o psicologiche da sempre registrate nei confronti delle donne». L’indignazione non sarebbe sufficiente, quindi ben venga la discussione del problema innescata dalle tinte forti delle immagini. «La violenza familiare - aggiunge Arici - assume diverse valenze ed è catalogabile in molti modi, ma esiste». Questo, dunque, il senso dei manifesti oggetto di una polemica rovente, ormai alla ribalta nazionale, che investe il contenuto della campagna e le responsabilità sulla sua realizzazione. f.p.

lunedì, dicembre 11, 2006

Sei un padre? Sarai un padre? Allora sei una bestia

Firmato: la Commissione Pari Opportunità di Brescia, la CGIL-CISL-UIL e alcuni comuni del circondario

(Il testo che segue è stato diffuso dai firmatari del Documento per il padre, in risposta ai manifesti e cartelloni promossi nel bresciano dalla Commissione per le Pari Opportunità, gruppi sindacali e comuni della zona. Una versione in formato volantino del presente testo è scaricabile (e liberamente distribuibile) visitando questo indirizzo)

Anche Len Masterman, lo studioso che aveva allertato la pedagogia europea segnalando il carattere subdolo e non trasparente dei media, si sarebbe pietrificato davanti ai cartelloni esposti, torri-avamposto di una oscura malvagità incombente, all'intera cittadinanza di Brescia. Bisogna sapere infatti che: mentre i bambini di dieci anni si tolgono la vita buttandosi da un balcone a seguito della separazione di mamma e papà, mentre l'ultima Relazione sulle tossicodipendenze del Ministero della solidarietà sociale al Parlamento ci dice che i più esposti al pericolo sono i ragazzi che vivono in una famiglia affettivamente disgregata e affettivamente confusa, e mentre da anni il mondo dell'educazione, del contributo scientifico della psicologia e dell'attivismo culturale desiderosi del bene della persona umana si muovono con vigore verso il riconoscimento e la valorizzazione della figura paterna oltre che della integrità della famiglia stessa, ecco che qualcuno, dimostrando (dato il ruolo istituzionale rivestito) una grave incompetenza sul dibattito appena citato, ha deciso di minare il cammino positivo intrapreso dalla nostra comunità.
Vediamo come.

Con il pretesto della "pubblicità progresso" la Commissione Pari Opportunità di Brescia, la CGIL-CISL-UIL e alcuni comuni del circondario, con la consulenza di qualche esperto di comunicazione o di bieca psicologia pubblicitaria (come è ormai d'uso nella società dei consumi che ha fatto dell'essere umano una merce in svendita), hanno affisso in ogni angolo della città lombarda e sotto diversa forma (dai cartelloni ai volantini) le immagini che qui riportiamo.

Linguaggio + immagine, metafora, allusione, sarcasmo, … potremmo citare tutti gli espedienti dell'antica arte retorica qui intenzionalmente utilizzati. Ciò che conta è che, forse, ogni padre che si è fermato ai piedi di questi cartelloni, ripensando alla sua storia e al suo passato, all'amore nutrito da sempre per i suoi figli e la sua famiglia, alle tacite offerte di un faticoso ma gradito sacrificio quotidiano per il bene delle sue creature, si è sentito ronzare nelle orecchie un unico messaggio: «sei un padre? allora sei una bestia».
Non è chiaro con quale criterio omologante o con quali sconosciuti dati statistici si voglia indurre un'intera cittadinanza, utilizzando uno strumento costruito appositamente a carattere persuasivo (e quindi minacciante la libertà dell'osservatore), a ritenere vera e generalizzata l'associazione padre = violenza.
Eppure quel padre, ormai fortemente turbato e sceso dall'auto lasciando lo sportello aperto, non ha mai fatto del male a nessuno dei suoi figli, anzi li ha sempre adorati e li sta amando donando loro la sua intera vita. Tanto meno ha mai fatto del male ai loro occhi, nei quali invece ha sempre visto la più cara luce del vivente, un vivente che ha qualcosa anche dei suoi.

Ma il misfatto continua: Masterman esortava a riconoscere e a combattere l'effetto inoculatorio dei media, che aveva studiato e visto all'opera nei più oscuri regimi totalitari del Novecento: il messaggio, intenzionalmente costruito con raffinata strategia comunicativa, produce un effetto di colonizzazione dell'immaginario inducendo spesso distorte rappresentazioni mentali o determinati comportamenti. Soprattutto nei soggetti in età evolutiva: i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, forse proprio i figli di quel padre ammutolito sotto il cartellone, che in ogni angolo di Brescia si sono trovati davanti l'immagine seguente che sembra ottenere proprio l'effetto contrario al presunto "progresso" che propone.

Di fronte a questa immagine ci interroghiamo sulla vera violenza: quella dei committenti di questa pubblicità che non hanno esitato (e intendiamo chiedere anche con quali risorse ne hanno convinto i genitori) ad utilizzare due bambini inducendoli a rappresentare una simile scena; ancora quella dei committenti che indifferenti ad ogni effetto negativo di tipo psicologico che questa rappresentazione potrebbe generare non solo sui bambini che sanno leggere (inducendoli al disprezzo e al sospetto nei confronti della figura paterna) ma anche sui bambini che non sanno leggere (con una istigazione alla violenza che non ha nulla da invidiare ai peggiori videogiochi elettronici).
E come durante il totalitarismo la bufera non cessava di abbattersi e trascinava con sé nel buio anche il futuro, anche questa violenza si abbatte sulla immaginazione dei ragazzi più grandi (i futuri padri) che uscendo dalle scuole di Brescia, o forse proprio sugli scalini del Liceo Arnaldo, hanno visto in quella frase stampata con il colore del sangue la condanna che si porteranno sul braccio come un marchio infamante per tutta la vita: «sei un uomo? sarai padre? ecco allora quello che sarai: un violento».

Al fine di procedere con una denuncia dei committenti e di tutti i soggetti coinvolti in questa operazione mediatica per violazione dei seguenti articoli della Costituzione Italiana:

art. 2 sulla tutela dei diritti inviolabili dell'essere umano (in particolare la dignità umana), art. 3 sulla pari dignità sociale di tutti i cittadini (gli onesti padri di famiglia svalutati da queste pubblicità) e sulla deliberata attuazione di comunicazioni che limitano il pieno sviluppo della persona umana (i giovani la cui prospettiva di futuro come figura paterna è stata annichilita), art.31 e art. 32 sulla protezione (della salute psichica e fisica) dell'infanzia e della gioventù (i bambini recettori, vittime del messaggio disorientante affisso sui muri della loro città, e i bambini utilizzati per la pubblicità, che hanno rappresentato una notevole fonte di lucro su cui intendiamo fare chiarezza rendendo pubblico al più presto il nome dell'azienda di comunicazione nonché le spese che questa operazione ha comportato per la cittadinanza di Brescia)

inviamo la presente per una perizia della strategia comunicativa utilizzata ed un esame ad opera di esperti dei potenziali danni cui sono stati e sono esposti i destinatari dell'operazione mediatica

1) al MED, l'associazione italiana costituita dai più autorevoli pedagogisti e studiosi della media education, nata con lo scopo di valutare l'impatto che la cultura dei media produce sui cittadini e sulle nuove generazioni, 2) all'Istituto dell'autodisciplina pubblicitaria che ha tra le sue finalità quella di verificare la correttezza e l'onestà del messaggio pubblicitario valutandone anche l'effetto sul destinatario, 3) al Ministero della Solidarietà sociale presso il Centro nazionale di documentazione e analisi per l'infanzia e l'adolescenza ed il suo Osservatorio destinati dal Governo Italiano alla tutela della salute fisica e psichica dei minori
www.minori.it, 4) al Ministero della Salute presso il Dipartimento della Prevenzione della Comunicazione che ha come compito quello di vigilare sul territorio nazionale in tema di tutela della salute, delle condizioni di vita e di benessere delle persone, 5) al Ministero della Pubblica Istruzione segnalando l'effetto diseducativo di queste pubblicità che mettono in ombra l'immagine paterna proprio mentre lo stesso Ministero ha avviato una campagna di interlocuzione specifica con padri e madri per tutelare il bene dei figli http://www.pubblica.istruzione.it/index_famiglie.shtml, 6) a tutti i cittadini affinché conoscano come vengono usati i loro soldi e nell'interesse di chi.

I firmatari del Documento per il padre
http://www.claudio-rise.it/documento_per_il_padre.htm


(Scarica la versione acrobat di questo testo cliccando qui e distribuisci il volantino)

Manifesti choc a Brescia. Il papà è l'orco di casa


(di Nino Materi, da “Il Giornale”, 11 dicembre 2006, www.ilgiornale.it)

Non è vero che a Natale siamo tutti più buoni. A Brescia e provincia, ad esempio, hanno deciso che i papà sono tutti più cattivi.
La Commissione Pari Opportunità del Comune; i sindacati Cigl, Cisl, Uil e sei amministrazioni dell'hinterland (Concesio, Gardone Val Trompia, Lumezzane, Marcheno, Sarezzo e Villarcina) hanno fatto affiggere dei manifesti a sostegno della «Campagna contro la violenza maschile sulle donne». Peccato che, per far passare il lodevole messaggio, abbiano scelto come mostro la figura del papà.
Due immagini choc dove il padre viene evocato come chi in famiglia parla solo con le mani: nella prima foto una ragazzina mostra l'occhio livido, e la scritta spiega: «Gli occhi neri sono di suo padre»; nel secondo scatto si vede un bambino che aggredisce una coetanea al grido di «Lo fa anche papà».
Anche dando per scontata la buona fede di chi ha ideato gli slogan, resta lo sconcerto dei tanti papà che ieri attraversando le strade di Brescia si sono sentiti accusati ingiustamente di essere dei genitori picchiatori. Passeggiando nel centro storico di Brescia, non abbiamo trovato nessuno (neppure una donna) che condividesse il senso di questa campagna che da «antiviolenza» si è trasformata, suo malgrado, in una campagna «antipapà».
Il signor Eugenio Pelizzari, a nome di molti altri genitori bresciani, ha deciso di esprimere il generale disappunto scrivendo una lettera aperta alla presidente della Commissione Pari Opportunità del Comune, Piera Maculotti: «In maniera insensata e col denaro dei contribuenti, i padri, tutti i padri, si vedono collocati, senza se e senza ma, nella categoria dei mostri».
«Tra chi ha realizzato questi manifesti - denuncia al Giornale il signor Pelizzari - evidentemente non ci sono padri. Altrimenti si sarebbero vergognati di offenderli in modo così clamoroso attraverso un'autentica istigazione all'odio contro i papà».
Dello stesso parere anche i firmatari del «
Documento per il padre» che polemizzano con gli ispiratori della campagna: «Ogni padre che si è fermato ai piedi di questi cartelloni - spiega Antonello Vanni - si è sentito ronzare nelle orecchie un unico messaggio: Sei un padre? Sarai un padre? Allora sei una bestia».
«Il senso di quell'immagine è ben diverso - si difendono enti locali e sindacati sponsor dell'iniziativa -, volevamo denunciare le violenze sulle donne che spesso vengono consumate in famiglia, non certo criminalizzare indiscriminatamente il ruolo del padre».
Padri che, in caso si separazione, perdono in un solo colpo moglie, figli e casa; inascoltati da Tribunali spesso indifferenti sia al loro dramma, sia a quello dei figli che vedono la propria stessa identità messa a rischio da questa rottura. «Io lavoro con molte persone di Brescia e so, come dimostrano le statistiche, che la violenza non è prodotta dai padri, ma dalla loro assenza», sottolinea lo psicanalista Claudio Risé.
Ieri sera in Piazza della Loggia un Babbo Natale distribuiva caramelle ai bimbi. Sotto la barba bianca si nasconderà un orco?

sabato, dicembre 09, 2006

Stato, famiglia, persona, pacs

In questi giorni si fa un gran parlare di “pacs”, nelle diverse e spesso indefinite accezioni della parola. A fissare l’agenda è il dibattito politico, i cui attori oscillano tra sincere affermazioni, residui ideologismi e postideologiche attenzioni a rendite elettorali. Dopo l’infelice e confusa delibera del consiglio comunale patavino, la questione è assisa alle cronache nazionali per la decisione del governo di stralciarla del tutto dalla Finanziaria, con l’impegno di normare le “unioni di fatto” entro il prossimo mese di gennaio. Anche in rete si discute, personalmente sono intervenuto da Melandrina e Astrolabio.

Qui desidero ribadire il mio No ai “pacs”, da intendersi come un No ad ogni tipo di riconoscimento pubblico e politico di enti diversi dalla famiglia, l’unione naturale e (relativamente) stabile tra un uomo e una donna, così come è individuata anche dalla costituzione italiana vigente, e destinata in potenza a favorire l’educazione delle persone, lo sviluppo della società, la crescita della civiltà. Il rapido riferimento alle varie posizioni partitiche in materia, sarà strumentale a questo No, e non viceversa. Contestualmente accenno all’importanza di affrontare temi quali l’autonomia individuale, lo statalismo etico, la tutela della famiglia con la prudenza necessaria alla loro complessità, e osservando che «soprattutto nella libertà può manifestarsi quel principio vitale, che tende alla guarigione dell’individuo e della comunità» (Claudio Risé).

Da qui a qualche mese si continuerà a discutere del tema, perché la sinistra al governo ha tutta l’intenzione di proseguire nella sua opera eversiva, imponendo la legalizzazione di unioni civili senza distinzioni di sesso. La proposta presenta forti contenuti ideologici ma anche sociali ed economici, dato che si dice interesserebbe fra l’altro successioni, graduatorie pubbliche, pensioni di reversibilità. Con gli inevitabili costi per il paese, anche in termini molto concreti (di aumento della spesa pubblica, per esempio). E’ ipotizzabile che i cattolici governativi scenderanno a patti con le sinistre, trovando un compromesso. Pur di salvare poltrona e potere. Come si è affrettato a raccomandare Mastella.

Dall’altra parte il “popolo della libertà” ha ascoltato parole chiare dai suoi leaders in Piazza San Giovanni: No ad ogni tipo di svalutazione della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. (E benché da più parti si tenti di far passare l’idea che le unioni civili non c’entrino nulla con la famiglia, tutte le pacsate attaccano la famiglia nella misura in cui pretendono un irrazionale ed ingiustificato riconoscimento politico, finora giustamente solo ad essa riservato).
Tuttavia si ricordano anche dichiarazioni aperturiste di Sandro Bondi ed altri esponenti di ciò che rimane della Casa delle Libertà. Ed è soprattutto la sparuta, ma ben agguerrita e molto presente nel web, pattuglia dei Riformatori Liberali – Radicali per le libertà a reclamare una normazione delle unioni civili. Da quel che ho potuto leggere e fatti salvi errori ed omissioni i “pacs” voluti da Taradash e dai Salmoni differiscono dalla sinistra proposta per due ordini di ragioni: A) si vorrebbe riguardassero solo coppie omosessuali (le coppie etero, si dice, se vogliono esser “riconosciute” hanno a disposizione il matrimonio); B) si vorrebbe avessero solo effetti in termini di “diritti civili”, e non anche sociali/economici (in realtà questo punto è lasciato ancora oscuro, e pochissimo sviluppato).
Ora, per quanto riguarda il punto A), mi sembra francamente un fantasioso tentativo di distinguere i pacs dalla famiglia, che paradossalmente rischia di aggravare la proposta, e renderla ancor più infondata da un punto di vista liberale: perché allora si rende palese che ciò che preme non è tanto l’affermazione dell’autonomia individuale di fronte ad una regolamentazione di stato, ma la pretesa di un riconoscimento politico preciso per le coppie gay. Rimane poi la domanda di fondo: perché una coppia (gay) dovrebbe ricevere maggior riconoscimento di altri tipi di convivenze? (A Padova per non saper rispondere a questa domanda si sono inventati la “famiglia anagrafica”).
Sul punto B) non mi dilungo proprio perché (volutamente?) non ancora chiarito. Mi limito ad osservare che da un lato ad oggi è certamente pura illusione pensare di dare statuto pubblico a “nuove convivenze”, senza quelle conseguenze di natura sociale/economica ben tracciate dai “pacs di sinistra”. Dall’altro il “riconoscimento pubblico” rappresenterebbe in sé comunque un’opzione statalista e costruttivista (cosa che mi rendo conto difficile da comprendere se si parte da una visione superficiale dello “statalismo etico”, unicamente incentrato sugli obblighi/divieti, retaggio di un certo libertarismo controculturale). Oltre che violenta, perché imporrebbe a chi non vuole riconoscere, di riconoscere.

Non ho qui la possibilità di illustrare perché l’unione stabile tra un uomo e una donna sia l’unica che può essere oggetto di un razionale e fondato pubblico riconoscimento in una società politica vitale, o perché la famiglia sia il nucleo comunitario fondamentale della nostra civiltà libera. Si potrebbe ricordare con Hayek che la famiglia, proprio in quanto ordine spontaneo e contro-potere rispetto ad istanze standardizzanti, assieme alla proprietà individuale, è l’elemento che ha permesso lo sviluppo di ordini sociali stabili (ed evolutivi) in cui gli individui hanno potuto interagire tra loro, o con Scola l’usanza da sempre rintracciabile in tutte le società di dare un riconoscimento pubblico (il patto del matrimonio) all’amore che nasce tra l’uomo e la donna, trascrizione simbolica di un’istanza profondamente umana.

Vorrei piuttosto evidenziare come la “tutela della famiglia” richieda naturalmente una critica radicale ad ogni tipo di statalismo. Nella consapevolezza, ben spiegata da Carlo Lottieri (in Denaro e Comunità. Relazioni di mercato e ordinamenti giuridici in una società liberale, A. Guida Editore), che «sono due le modalità con cui lo statalismo minaccia le libere comunità familiari: avversandole e aiutandole».
Lo statalismo (non il capitalismo) porta sempre con sé il frutto velenoso dell’atomismo: sull’argomento si dovrà ritornare, ma si pensi agli effetti perversi ed eversivi e dissolventi sulle relazioni famigliari delle politiche di previdenza e sicurezza sociale. Lo statalismo è in sé “rivoluzionario”, perché eversivo degli ordini naturali, e sempre costruttivista, anche quando agisce “dal lato dell’offerta”. I conservatori che non approfondiscono quest’aspetto, commettono lo stesso errore dei succitati nihilo-libertari.

In conclusione e riassumendo. Personalmente considero ogni proposta di legalizzazione dei pacs volta a dare pubblico riconoscimento ad unioni diverse da quelle famigliari, illiberale, irrazionale, infondata e pericolosa. Sono per un rafforzamento dell’autonomia individuale laddove ci fossero specifici impedimenti alle libertà di scelta: ci venissero elencati con precisione e si trovassero singole soluzioni. (Dicesi non a caso autonomia individuale, senza riferimento a pacs o “coppie”. Così ne trarrebbero beneficio tutti).
Ritengo prioritario adoperarsi per salvare la famiglia dalle minacce provenienti dalle “culture di morte” e dal welfare state.
Penso infine che nell’ambito di un unico ed univoco riconoscimento della famiglia, il diritto che la disciplina dovrebbe essere liberalizzato, nel senso di introdurre la possibilità del
covenant marriage, per dare la possibilità a chi lo vuole di uscire dalle vigenti legislazioni divorziste (e magari abortiste), in un quadro maggiormente pluralista.

martedì, novembre 28, 2006

Lo stato che droga: la denuncia di un gruppo di educatori

L'appello che segue esprime il punto di vista di un gruppo di insegnanti ed educatori sulla recente irrazionale modifica dei limiti quantitativi di droga per uso personale, proposta dal governo Prodi.
Lamentano in particolare gli autori dell'appello, la schizofrenia indotta da messaggi contrastanti provenienti dagli organismi statali e dalle strutture legislative.
Un punto di vista che merita attenzione ed ascolto, per gli spunti profondi di riflessione che ci offre, nell'appassionata denuncia.

Leggi l'appello.

UPDATE: No allo stato che droga - Il blog

giovedì, novembre 23, 2006

Movimento Libertario


Libertà e responsabilità viaggiano sullo stesso binario e sono due facce della stessa medaglia. E’ importante che la gente capisca che se vuole la libertà deve accettare di riconoscersi responsabile delle proprie azioni ed imparare a non delegare ad altri le proprie scelte o di farlo in maniera consapevole.

Il Manifesto del Movimento Libertario.

Appendice al Manifesto Libertario.

sabato, novembre 18, 2006

Legge di Bilancio e Catastrofe pedagogica

Il seguente appello, promosso dall'Associazione di insegnanti Gilda, evidenzia come una legge di bilancio possa ben riflettere una cultura drammaticamente diseducativa per un intero popolo e per gli individui che lo compongono.
Qui si continua a ritenere che la libertà educativa sia l'unica vera sorgente responsabilizzante sia per chi deve fare il suo percorso in entrata nella realtà della vita, sia per chi esercita l'opera educativa.
Nel frattempo si deve combattere il degrado in cui versa la scuola italiana, che pare aggravato dalle decisioni/reazioni del governo in carica.
APPELLO

In occasione del Convegno Regionale “E’ possibile ancora una educazione nella scuola?”, che si è svolto presso il Liceo Artistico “A. Modigliani” di Padova, il 20 ottobre scorso, i Relatori – Paola Cavallari, Roberta De Monticelli, Paolo Ferliga, Lino Giove – e gli intervenuti (docenti, dirigenti scolastici, studenti SSIS e di Scienze della Formazione) rivolgono al Governo e alla opinione pubblica tutta il seguente appello.

Catastrofe pedagogica
“E’ l’emergenza della nuova scuola che pone a propria norma-valore
il successo e l’indulto…”


La scuola italiana sembra assistere inerte alla propria esautorazione.
La grande sfida di civiltà degli anni sessanta e settanta – passare dalla scuola d’élite alla scuola di tutti – rischia di essere persa.
La cultura pedagogica e sociologica, che ha accompagnato e sorretto questa storica trasformazione, si è progressivamente accentrata intorno a due norme-valori dominanti: l’indulto e il successo.
L’indulto, inteso come mancato riconoscimento di responsabilità, legato ad un certo ipersociologismo della scuola, che di fatto azzera responsabilità e “colpe” individuali, è divenuto da lungo tempo legge di fatto e molti studenti, quasi sempre con il convinto sostegno delle loro famiglie, ne “beneficiano” in modo diffuso e permanente.
Il diritto al successo scolastico, o “formativo”, come recita il regolamento dell’autonomia scolastica, è invece legge scritta: tutti possono – devono essere promossi.
Una legge scritta che, per la sua completa applicazione, necessita però di essere ancora richiamata. A questo scopo la Finanziaria 2007 prevede “interventi finalizzati alla prevenzione e al contrasto degli insuccessi scolastici attraverso la flessibilità e l’individualizzazione della didattica, anche al fine di ridurre il numero dei ripetenti” (art. 66). Questi interventi devono essere ‘idonei’, cioè tali da permettere “una riduzione del 10% del numero dei ripetenti dei primi due anni di corso della scuola secondaria… per una minore spesa di euro 56 milioni a decorrere dall’anno 2008, ed euro 18,6 milioni per l’anno 2007” (collegato alla Finanziaria).
Un elemento accomuna gli assiomi portanti della nuova scuola: la negazione dell’essere del “bambino – ragazzo – adolescente”: se questi non si comporta bene o fa addirittura qualcosa di grave, la responsabilità viene genericamente attribuita al contesto sociale, se questi non ottiene buoni risultati di profitto la responsabilità viene fatta risalire al docente o ancora al contesto in cui lo studente cresce.
C’è qualcosa di devastante, ci dice Roberta de Monticelli, in questa pedagogia.
Posta la proposizione: “Tu sei libero, tu esisti, ciò che fai ha conseguenze”, appare evidente che il fatto di annullare conseguenze e responsabilità significa non riconoscere l’esistenza dell’altro.
E’ la pedagogia dell’inesistenza.

La pedagogia dell’inesistenza produce nel bambino – ragazzo – adolescente quella disperata richiesta di riconoscimento che si manifesta in forme di giorno in giorno più estreme e violente, fuori e dentro la scuola.
Ad esse la scuola non risponde. Né lo può fare.
L’indebolimento del codice normativo, dovuto anche alla quasi totale assenza nella scuola della figura maschile (Paolo Ferliga), ed i messaggi implicitamente ed esplicitamente persecutori nei confronti dei docenti – chi dà valutazioni negative non sa insegnare – inevitabilmente rafforzano le due norme-valori dell’indulto e del diritto al successo.
Noi tutti chiediamo che:
- venga cassata la norma della Finanziaria che si pone l’obiettivo di “far cassa con le promozioni coatte” e che esautora totalmente la funzione docente;
- venga concesso diritto di voce e di ascolto a tutti coloro – dall’intellettuale al più semplice insegnante – che non danno ancora per persa la grande sfida di civiltà della scuola di tutti. Poiché la scuola non può essere – non deve essere – il luogo dell’ignoranza e dell’inciviltà.


Aderiscono all’appello:
Prof.ssa Roberta De Monticelli (docente di Filosofia della Persona all’Università Vita e salute San Raffaele - Milano)
Prof. Paolo Ferliga, filosofo e psicoterapeuta, autore de “
Il segno del padre
Prof.ssa Paola Cavallari, docente di filosofia e collaboratrice della rivista “Esodo”
Prof. Lino Giove, docente di filosofia, perfezionato in Filosofia della Scienza
Prof.ssa Serafina Gnech, Centro Studi della Gilda degli Insegnanti
Prof. Giorgio Quaggiotto, docente e Coordinatore Provinciale della Gilda degli Insegnanti di Padova

venerdì, novembre 10, 2006

Santoro chieda scusa per sé

A parte che ancora non si è capito se il famoso epiteto "gnocca senza testa" era rivolto a Rula, o alla ragazzina bionda (cui non sarebbe del tutto impertinente), spassosissimo questo commento di Phastidio.
Anche qui ci si dissocia da Santoro, e si attende che il comunista piagnone chieda scusa ai Veneti per i continui servizi insultanti che è uso da parecchi anni rivolgergli. Mona che non è altro.

martedì, novembre 07, 2006

Oltre il "divertimento", la speranza nel cuore

Vi ricordate gli anni ottanta? No, non parlo degli italioti strascichi violenti d’odio ideologico, delle delinquenze partitiche e clientelari o dell’edonismo della “Milano da bere”. Nel mondo anglosassone la rivoluzione liberale e conservatrice, protagonisti Ronald Reagan e Margaret Thatcher, segnò una fase di profondi cambiamenti. Sul piano internazionale, la sfida con il moribondo mondo comunista fu vinta anche grazie alla duplice azione del Presidente/Attore e di Giovanni Paolo II il Grande. Sul piano interno gli anni ottanta, soprattutto in America, rappresentarono una fase di liberazione di energie.
Al di là della qualità delle riforme e delle politiche intraprese (che potrebbero pure essere oggetto di una critica dottrinaria liberale), quel che si vorrebbe evidenziare è la narrazione di un liberalismo conservatore animato da una grande fiducia nel futuro dell’uomo e della sua libertà. Una cultura politica non interventista, ma d’attacco, intrisa di ottimismo e di slanci positivi. Una guida politica che invitava a scommettere sulla libertà uno dei popoli al mondo più legati alle proprie tradizioni e ai “Padri della Patria”. Molti confusero (e confondono) tutto questo semplicemente con l’edonismo e il consumismo. (Curiosamente, sono per solito gli ipocriti seguaci delle teorie stataliste e sindacaliste: cioè quelle che teorizzano precisamente il sostegno artificiale dei consumi. Ma tant’è. Fanno il paio con i figli dell’autonomia che battono i piedini se lo stato non paga l’acqua dei loro “centri sociali”, e non stanno male neppure con i nemici del “precariato” sul lavoro, che però han fatto di tutto (e ancora continuano a fare) per render precario ciò che di più sacro c’è nella vita, a cominciare dalla vita stessa. Non ci curiam di loro, qui).

Mi veniva in mente questo tradizionale legame tra un solido ottimismo (l’americano think positive tanto disprezzato dalla più sofisticata intellettualità europea) e la cultura della destra liberale, leggendo un pamphlet che non dovrebbe mancare nella biblioteca di un giovane conservatore, perché tratteggia con semplicità la realtà con cui una moderna cultura conservatrice deve confrontarsi. Indirettamente, ci aiuta a capire chi è il conservatore, oggi. L’autore è Peter Hahne, il titolo: La festa è finita. Basta con la società del divertimento (Marsilio, 2006).
La tesi di fondo è che lo shock e il lutto dell’11 settembre 2001 e dell’11 marzo 2004 hanno richiamato, o stanno richiamando, alla realtà quell’umanità occidentale (il riferimento al caso tedesco, nel libro, può estendersi) che si era persa, e ancora rischia di perdersi, nella “società del divertimento”.

Ma cos’è la società del divertimento? E’ la società in cui la distrazione dalla realtà - la “immaginazione gregaria”, direbbe Jünger -, rinchiude l’uomo nelle gabbie della superficialità incosciente o del cinismo disperato. Il dramma catalizza paure e insicurezze latenti, e offre possibilità rigeneratrici. Nella sfera privata come nel “discorso pubblico” prendono quota temi di natura esistenziale: l’attenzione alle realtà, e agli affetti, più semplici, la ricerca di punti fermi, la responsabilità verso le future generazioni, la questione della nostra identità.
Fuori da Disneyland, la cultura dell’Io (del piccolo io), può aprirsi ad un ragionamento sulle virtù necessarie alla sopravvivenza di una società libera.
I moralismi e i fondamentalismi degli ideologi radicali (eredi di quella battaglia del ’68 contro la famiglia, ogni forma di tradizione e di autorità, che però era essa stessa un grido, un’invocazione al Padre, che non ha trovato risposta) appaiono insufficienti a rispondere alle sempre più pressanti domande di senso. La biopolitica rappresenta sfide che investono la sostanza dell’essere umano, che non può essere liquidata sbrigativamente.
La “degenerazione della libertà in tempo libero”, l’esplosione socialista ed indiscriminata dei cd. “diritti sociali e civili”, ci ha fatto perdere di vista che la libertà implica rinunce e responsabilità, e queste si promuovono con un’opera educativa, che introduce alla realtà. La felicità ed il successo richiedono impegno, lavoro e ricerca senza distrazioni. Non sono distribuibili gratuitamente né da mamma-stato né da filosofie utilitariste e edoniste.

Il rinnovato sguardo anti-ideologico sulla realtà, invocato da Hahne, si focalizza su alcuni elementi.

La centralità della famiglia, marginalizzata dai vecchi ideologismi e minacciata dai nuovi costruttivismi (vedi alla voce pacs). Ma anche dalla pseudocultura della distrazione, dell’ignoranza che porta a delegare allo stato o comunque ad estranei, le primarie funzioni educative. Uscire dalla società del divertimento significa anzitutto riprendere consapevolezza dei lavori più importanti del mondo: il mestiere di padre e il mestiere di madre.
I pericoli di una “guerra tra generazioni”, con conseguenze economiche catastrofiche, causata, a sentire le vecchie classi politiche, dalla curva demografica. Come se questa fosse stata imprevedibile, o la politica non avesse contribuito a determinarla. Come se il disastro non c’entrasse nulla con il fatto che intere generazioni hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, e politici miopi e ladri hanno svuotato le casse (diligenti seguaci del vecchio edonismo keynesiano).
Il confronto con altre civiltà, che ci invita ad approfondire le nostre origini, le nostre radici, a ritrovare le forze per costruire il nostro futuro.
Il desiderio di superare lo scetticismo radicale, di “ritrovare la misura”, una nuova forma di unità politica esente da ogni fondamentalismo, le opportunità offerte da un rapporto positivo con il teologico, l’esigenza di esempi più che di prescrizioni. E quella di superare l’atomismo per rianimare la vera dimensione attorno la quale si costruisce una società liberale: la relazione con l’altro da sé.
Secondo Hahne nella società dell’informazione, un nuovo realismo richiede narrazioni che informino veramente, cioè “mettano in forma”, aiutino a capire, a distinguere ciò che è bene e deve essere imitato.

Diceva Prezzolini che il conservatore distingue gli elementi naturali e fondamentali di una società: la proprietà privata, la famiglia, la patria (che è più di uno stato) e la religione. Il conservatore dovrebbe ripetere poche cose e semplici, presidiare certi limiti, con una ritrovata, rinnovata e costante attenzione alla realtà della vita.
«Ciò di cui abbiamo bisogno non sono gli arbitri, ma gli attaccanti. Uomini che si mettano in gioco, che si rimbocchino le maniche e si diano da fare. Abbiamo bisogno di portatori di speranza, non di portatori di preoccupazioni. Gente con capacità di visione e di prospettive».

Si esce dalla superficialità incosciente e dal cinismo disperato della “società del divertimento” con la speranza nel cuore.

lunedì, novembre 06, 2006

Right Choice: get real!

E' nato il nuovo aggregatore, luogo d'incontro e confronto per blogger laici e liberali, conservatori e cattolici. S'ispira liberamente al movimento sociale, culturale e politico della right nation americana, da molti sbrigativamente già condannato al declino. Come se la cifra dei temi e sentimenti sollevati, fosse disponibile ai sondaggi elettorali, o riconducibile alle vicende di questo o quel partito.
La nuova piattaforma si è data un manifesto, si rivolge a queste persone, con questo regolamento.
Leggeteli con attenzione e se vi sentite di sottoscriverli, aderite anche voi a
The Right Nation.

domenica, settembre 17, 2006

Ispirato

On line accreditati giornalisti - gli stessi che già non avevano capito un'acca del discorso di Ratisbona -, han già cominciato la litania sulle "scuse del Papa" ai musulmani. Verosimilmente, i quotidiani di domani ne saranno pieni, con dhimmi, laicisti e guerrafondai a far la gara: «si è scusato poco, e comunque lo sbaglio grave rimane» (stile NYT e Guardian); «non doveva scusarsi, piegare la testa all'intollerenza islamista».
Il bello è che Benedetto XVI all'Angelus di oggi non si è affatto scusato, ed anzi ci è parso particolarmente ispirato:

«Piove un poco, ma noi siamo forti»

Magistrale e paterno, come sempre. Con buona pace dei fratelli musulmani.


Leggi anche: Alef, A Conservative Mind

martedì, settembre 05, 2006

La verità della libertà

Al Workshop Ambrosetti di Cernobbio, il Patriarca di Venezia Angelo Scola è intervenuto sul rapporto fra Religioni e politica.
La relazione del Cardinale, come sempre molto acuta, grazie alla meritoria agenzia d'informazione cattolica
Zenit, è disponibile a questo indirizzo.
Buona lettura.

mercoledì, agosto 16, 2006

Ancora sul consumo, e il consumismo

L'argomento, in apparenza delicato, nella sua svariata complessità, per i selvlibertari, lo si era già trattato qui e qui. Interrompo ora la bevuta del mio vino (la vacanza), per raccomandare la lettura di questo bel post di Jackie, coblogger di Ideas Have Consequences.
Che mi suggerisce, tra le altre cose, quanto importante sia oggi formarsi una robusta cognizione economica della realtà, indispensabile elemento di una complessiva teoria dell'azione.
Nell'epoca in cui il Principe si è scelto per consiglieri gli economisti, l'ignoranza economica è fra le componenti primarie della distorsione delle percezioni della realtà (e non solo delle percezioni, a ben riflettere...), che incatena sempre più. L'immagine che ci si presenta alla vista, è quella antichissima dell'Uroboros, il serpente che si morde la coda. L'effigie del Leviatano.
Jackie, basandosi sulla teoria austriaca, ci spiega perché «nessun consumismo sarebbe possibile in una società libera». Fatto che non ci coglie di sorpresa, dato che fra imboscati ci è parso da tempo di intuire, su un altro piano di analisi, la comune radice psicologica, oseremmo dire spirituale, della statualità burocratica e dei comportamenti di consumo insensato e compulsivo.
(E sia detto senza ombra di moralismi, giacché da queste parti si rispetta e si ama molto per esempio il lusso).

sabato, luglio 29, 2006

Vacanza

Giù nella sala, il Condor ha levato le mense: è l'ora in cui devo fare attenzione. Forse vorrà proseguire la conversazione nel bar notturno. Non è segnato nell'ordine di servizio, ma devo tenermi pronto, e, come al solito, ne riporterò un buon bottino.
Ma il telefono tace, posso dunque mettermi a bere il mio vino.
E. Jünger, da Eumeswil


Blog sospeso, probabilmente per un paio di settimane.
Un caro saluto a tutti gli Amici che hanno la bontà di passare di qui, con l'augurio di far crescere, rigoglioso, il selvame, nel lavoro come nel riposo, e ovunque la vita ci chiami ad Essere.

mercoledì, luglio 26, 2006

Socialismo e secolarizzazione: via da qui

Per Carità, abolite lo stato sociale. Potrebbe riassumersi anche così questo articolo/invocazione di Vendran Vuk, del Mises Institute. Che contiene una serie di osservazioni potentissime, capaci di illuminare il carattere eversivo delle realtà più elementari insito nelle politiche statal/welfariste. Le quali «spiazzano - parola dell'Autore - il nostro senso di responsabilità morale» (basterebbe lavorare con dovizia su questa frase, per aprirsi a scenari di giustizia vera).
Se Vuk spiega fra l'altro che «l'agenda dello stato è distruggere la famiglia [...perché] il ruolo della famiglia è pericoloso per la sua sopravvivenza», è certo che il moderno statalismo si è sviluppato sul cardine di una storicamente anormale autoreferenzialità (costruita su teoremi giuridici illogici e irrazionali). E' il movimento della secolarizzazione che impone il monopolio astratto della legge positiva, disponibile, infondata. La legge dettata dal sovrano, ribelle al Padre, ed orgogliosamente estranea alle relazioni naturali (in primo luogo famigliari), destinate a subirla. A sopportarne le drammatiche conseguenze.
Guglielmo Piombini in
questo ottimo articolo illustra bene il legame che unisce socialismo e secolarizzazione, nonché l'impatto di quest'ultima sulla stessa prosecuzione di comunità e gruppi umani. Il carattere antivitale del processo di secolarizzazione è puntualmente registrato dai dati demografici. Così la vecchia Europa, degna erede di quella rivoluzione francese che ha fondato la modernità statuale, sembra destinata ad invecchiarsi sempre più, e pertanto ad esser colonizzata (da quell'Islam "moderato"/strisciante, che molti cominciano a considerare ancor più pericoloso di quello apertamente fondamentalista).
Negli Stati Uniti, meno secolarizzati, perciò complessivamente più giovani e vitali, i dati degli stati e delle città più liberal si avvicinano agli standard europei, a fronte di una ben più prolifica Bible-Belt. Destinata dunque a pesare sempre più, anche politicamente.
L'articolo di Piombini suggerisce l'importanza della questione demografica, in Italia purtroppo ancora del tutto ignorata o affrontata superficialmente. E ci avverte, sin dal titolo, che il «futuro demografico è dei conservatori».
Rimane da vedere se noi avremo un futuro, o se i conservatori da queste parti mangeranno carne di maiale.

lunedì, luglio 17, 2006

Liberi di Educare

Lo Stato deve rinunciare in linea di massima a farsi attore propositivo diretto di progetti scolastici ed universitari per lasciare questo compito alla società civile.


Straordinario il monito del Patriarca di Venezia Angelo Scola.
Si vede che la
festa del Redentore porta Bene!

giovedì, luglio 13, 2006

Consumismo?

No, grazie. Siamo Anarcocapitalisti.

Liberty First
dà lezione sul consumismo.
Leggete e meditate.


UPDATE: non perdetevi neppure questo.

Il dio che ha fallito/1

Consigliare la lettura del libro Democrazia: il dio che ha fallito (Hans-Hermann Hoppe, Liberilibri, 2006, pagg. 463, 19 E.), nel tempo storico in cui i tagliagole islamisti e antioccidentali identificano la nostra civiltà, oltre che con la Cristianità, con la moderna forma di governo, è sicuramente un azzardo. Ma pure un lusso e un privilegio che ci è permesso dal vivere tra bosco e società. E’ altresì fuori discussione che i saggi di Hoppe ivi pubblicati, benché a tratti “estremisti” nelle proposizioni di superamento della mentalità democratica, sono forti di una visione lucida della realtà statalista (e segnatamente del moderno dogma del “principio di maggioranza”, con il quale prima o poi ogni Waldgänger, lontano da ogni snobismo intellettualistico à la micromega, deve fare i conti fino in fondo).
Certo, un liberale (e/o un conservatore) potrebbe liquidare Hoppe con la nota accusa che fino a qualche tempo fa i fascisti/borghesi indirizzavano agli evoliani: cioè di partecipare, con il suo pensiero, ad un “mito incapacitante”. Con il che tale semplicistica insinuazione, oltre ad essere palesemente falsa, non toglierebbe nulla alla verità dello sguardo di Hoppe, e potrebbe porre rapidamente quel liberale sulla via frequentatissima dell’adesione sostanziale, cioè totale, al potere. Via che troppo spesso i “liberali” hanno percorso nei fatti, al di là delle parole, che nel migliore dei casi dicevano altro. Nel peggiore erano confuse, e puzzavano di tradimento.
La strada dell’Inferno, sappiamo tutti di cosa è fatta…

Preferenza temporale e decivilizzazione

Con questo post, ad ogni modo, ben lungi dal voler recensire l’opera di Hoppe, o metterla al riparo da possibili critiche, si intende evidenziarne (a mo’ di introduzione) un primo aspetto interessante, ossia l’efficace applicazione del concetto economico di preferenza temporale all’analisi del processo di de/civilizzazione. In realtà, la preferenza temporale, prima ancora di essere un concetto caro alla scienza economica, è semplicemente una categoria logica dell’azione umana. Discendente dal fatto elementare che, di fronte a circostanze uguali, i beni presenti vengono preferiti ai beni futuri.
E’ merito della Scuola Austriaca, ed in particolare dell’autorevole economista nonché più volte Ministro dell’Impero Austro-ungarico Böhm-Bawerk, l’aver elaborato una Teoria del Capitale interamente incentrata, tanto dal lato dell’offerta che da quello della domanda, sulla consapevole considerazione delle preferenze temporali individuali. Dicesi individuali, poiché se la preferenza temporale è una categoria logica universale, la sua scala è fortemente soggettiva. Persone diverse (o la stessa persona in momenti differenti della propria vita) valutano in modo diverso i beni presenti rispetto a quelli futuri (e quindi si dispongono in modo diverso a scambiare gli uni per gli altri). Huerta de Soto parla a questo proposito di intensità psichica della preferenza.
La soggettività della preferenza non esclude tuttavia la possibile considerazione di variabili naturali o artificiali, nonché elementi ambientali che possono influenzarla. Così è lecito supporre, per esempio, che generalmente e a parità di altre condizioni, una persona anziana che si avvicina al termine della propria vita abbia un elevato tasso di preferenza temporale, a differenza di una persona adulta responsabile che ha davanti a sé molti anni. Se la CNN rispondendo alla nota domanda di Ligabue comunicasse subito che la fine del mondo arriva tra due ore, il tasso di preferenza temporale di ciascun individuo si impennerebbe.
E via dicendo.
Ma prima di continuare a dire, una domanda: come incidono le preferenze temporali sul progresso di un sistema economico (che ribrezzo questa espressione!) e di una società (anche questa non è fantastica)? Mica tutte le teorie coincidono. Secondo la predetta Scuola Austriaca (semplificando in modo imperdonabile), è attorno alla sequenza risparmio-produzione-consumo che si sviluppa naturalmente il benessere economico. Laddove l’elemento fondamentale della sequenza è, precisamente, il risparmio (aggregato evidentemente connesso alla preferenza temporale). Per Mises e Hayek, dunque, il consumo è solo la fase finale della sequenza, il cui sostegno artificiale (tramite politiche welfariste/monetariste), o persino semplicemente ideologiche, è addirittura dannoso alla crescita.
Secondo gli stregoni utilitaristi positivisti scientisti moderni consiglieri del principe, per coloro i quali riducono la realtà dell’essere umano a quattro grafici, due modellini e tre formule matematiche, secondo, insomma, i seguaci del guru edonista più osannato del mondo e venerato nelle università, J.M. Keynes, di cui si ricorda sempre lo sciagurato consiglio: «Eat, drink and be merry, for in the long-run are all dead» (tradotto da Hayek con: «pane oggi, fame domani»), invece, tutto, o molto, si riduce al modellino Investimenti-Consumo, dove ciò che conta è quest’ultimo, che deve esser spinto dalla politica (chi si stupisce perché i sindacati ammanicati con lo stato ogni volta che si parla di crisi economica, predicano il sostegno ai consumi, non ha capito un’acca…).
Il risparmio, per lorsignori, è una disgrazia, giacché, secondo loro, se aumenta il consumo aumentano gli investimenti, se aumentano gli investimenti aumenta il consumo e così fino alla fine dei tempi. Ma se si riducono gli uni, si riducono gli altri, e neppure un dio ci può salvare (fosse vero il modellino)…
Hoppe, in Democrazia: il dio che ha fallito, fa suo il punto di vista austriaco, ed argomenta così: «A prescindere dalle preferenze temporali originarie di una persona e dalla distribuzione iniziale di queste preferenze all’interno di una data popolazione, una volta che esse diventano abbastanza basse da permettere qualche forma di risparmio o la formazione di capitali o beni di consumo durevoli, si mette in moto una tendenza verso una diminuzione del tasso di preferenza temporale, accompagnata da un “processo di civilizzazione”». Il risparmiatore-investitore «generando una tendenza verso il declino del tasso di preferenza temporale, [con] chiunque altro sia direttamente o indirettamente collegato a lui attraverso una rete di scambi, matura dall’infanzia all’età adulta e dalla barbarie alla civiltà».
Merito di Hoppe è di chiarire con argomenti calzanti come tale processo virtuoso sia costitutivo di un ordine fondato sulla rigorosa tutela della proprietà privata. Infatti ogni attacco a quest’ultima frena il processo e al limite fa aumentare i tassi di preferenza temporale. La previsione dell’arrivo di una catastrofe naturale, per esempio, frena il risparmio, così l’aumento del crimine. Tuttavia sia catastrofi naturali che crimini, rappresentano fatti straordinari, contro cui ci si può assicurare, e ci si può preparare.
Ben diverso il discorso per l’azione dello stato e del governo. Quando è lo stato ad attaccare le proprietà, infatti, l’aggressione assume connotati “legali” e ordinari. Con la particolare caratteristica di ridurre non solo la disponibilità di beni presenti, ma anche di quelli futuri del nostro risparmiatore-civilizzatore. Si tratta di una violazione (violenza) permanente, che fa aumentare il tasso della preferenza temporale del nostro, ma comporta altresì un aumento della sua scala di preferenze (in previsione della riduzione futura di beni propri).
Lo stato, quindi, frena il naturale processo di civilizzazione, fino ad un suo potenziale azzeramento, e successivo innesco di una contraria fase di decivilizzazione: «Se le violazioni dei diritti di proprietà da parte del governo divengono abituali e si moltiplicano, la tendenza naturale dell’umanità a creare una riserva sempre in espansione di capitali e beni di consumo durevoli, a diventare sempre più previdente e a porsi obiettivi sempre più distanti può giungere non solo a una battuta d’arresto, ma addirittura a una inversione di rotta, verso la decivilizzazione: individui prima previdenti e scrupolosi si trasformeranno in beoni o sognatori a occhi aperti, adulti in bambini, uomini civili in barbari, e produttori in criminali».
Il welfarismo di stato – secondo Hoppe e secondo ragione – è causa di quell’orientamento al presente (che trova compiuta espressione nella filosofia edonista keynesiana) tipico della nostra società. Orientamento che ha una sua cifra tecnica (Hoppe si sofferma sul parametro dei tassi di interesse), ed una portata psicologica/antropologica, individuale e sociale, avvicinabile verificando indicatori come la disintegrazione famigliare, la diffusione del crimine (il criminale ha naturalmente un alto tasso di preferenza temporale, al pari delle persone inaffidabili, pigre o stupide) e di comportamenti/caratteri disfunzionali e/o antisociali: «Sollevando progressivamente gli individui dalla responsabilità di dover provvedere alla propria salute, sicurezza e vecchiaia, la sfera e l’orizzonte temporale dell’azione di previdenza privata si sono ridotti. In particolare, il valore del matrimonio, della famiglia e dei figli è diminuito, perché di tutto questo vi è meno bisogno quando si può far affidamento sulla “pubblica” assistenza».
Hoppe descrive lucidamente il processo di decivilizzazione scatenato dalla modernità politica come una fase di “infantilizzazione” della società. In termini psicologici (per nulla fuori luogo, dato che per la categoria di preferenza temporale si è parlato di intensità psichica), una regressione dalla Libertà/desiderio dell’uomo adulto al Bisogno immediato/necessità dell'infante. L’austriaco ci avverte però che l’abbraccio della Grande Madre può uccidere, e lo fa adempiendo al compito assegnato al libertario dal suo maestro M. N. Rothbard: «Il libertario è quel bambino della favola che con insistenza ribadisce che “l’imperatore è nudo”».


P.S.: nelle prossime settimane/mesi/anni (in relazione agli impegni di lavoro, alle vacanze, e alla definizione delle mie personalissime scale di preferenza temporale ;) , si vorrebbe ritornare sul libro in oggetto, in particolare per sottolinearne i seguenti punti:

- l’ineluttabilità dell’alleanza fra cultura liberale/libertaria e cultura conservatrice;
- l’inconsistenza fattuale e teorica della sinistra libertaria (ovvero l’incompatibilità della cultura radicale con la libertà umana);
- il secessionismo;
- libero mercato e politica dell’immigrazione;
- l’ordine naturale e le élites;
- l’incompatibilità di una liberty based society (proprietarista) con il relativismo culturale;
- varie ed eventuali.

mercoledì, giugno 28, 2006

TocqueVille: il problema?

Questo blog non ha centinaia di visitatori al giorno, e fra i miei ospiti i cittadini sono probabilmente minoritari.
In ogni caso, per loro e per tutti, consiglio vivamente la lettura attenta di questo post di Watergate (con tutti i commenti).
In merito al quale, Friedrich pone un inquietante quesito.

UPDATE: la domanda di Fried pare abbia trovato una risposta tecnica (vds. sempre nei predetti commenti).

lunedì, giugno 26, 2006

And the winner is...





Da tempo i giovani olandesi hanno cominciato a trasferirsi a frotte in Australia.
Noi, dove si va?

sabato, giugno 24, 2006

Sulle cose ultime ed il culmine del potere

«Qualsiasi cosa affermino o neghino i socialisti di stato, il loro sistema, se accettato, è condannato a condurre a una religione di stato, di cui tutti pagheranno le spese e dinanzi al cui altare tutti devono inginocchiarsi: ad una scuola statale di medicina, dai cui medici generici tutti sono obbligati a farsi curare, ad un sistema statale d'igiene che prescriva ciò che tutti devono mangiare e bere, con che cosa devono vestirsi e ciò che devono fare o non fare; ad un codice morale statale, che non si contenterà della punizione del crimine ma reprimerà anche tutto ciò che la maggioranza vorrà qualificare come vizio; ad un sistema statale d'insegnamento, che proibirà tutte le scuole, accademie e università private; ad una scuola materna di stato, ove i bambini devono essere educati in comune a spese pubbliche; e infine ad una famiglia di stato, col tentativo d'introdurre scientificamente l'eugenismo. Così, l'autorità raggiungerà il culmine e il monopolio il dispiegamento supremo del suo potere».
Benjamin Tucker, da Liberty

«Forma è possesso anche del singolo, e il più alto e incancellabile diritto alla vita, che egli condivide con le pietre, le piante, gli animali e le stelle, è il diritto alla forma. Nella forma che gli è propria, il singolo comprende più che la somma delle sue forze e dei suoi talenti; egli è più profondo di quanto non possa indovinare nei suoi più profondi pensieri, ed è più potente di quanto non riesca ad esprimere nella sua più potente azione».
Ernst Jünger, da Der Arbeiter

venerdì, giugno 23, 2006

Mussunculus a Milano

L’altro ieri il ministro Mussi era in Statale a Milano, su invito del rettore.
Un gruppo di ragazzi ha srotolato due striscioni “anche noi eravamo embrioni” ed una scritta per richiamare l’esito del referendum sulla legge 40. Intanto, una trentina di studenti, con appositi baffetti, si sono alzati dalle prime file.
Imperturbabile il ministro ha risposto che fra tre generazioni politica e scienza saranno in grado di produrre l’uomo nuovo.

Questo blog proclama pubblicamente (tanto tristi sono i tempi) di preferire l’uomo di sempre, produttore di scienza e di (poca) politica.
Questo blog dichiara pubblicamente di avversare i naziradicalcomunisti, e di stare con i furbi per la vita contro i ladri per la morte.

(Si ringrazia l’Amico Guido V. per l’illustrazione)

domenica, giugno 18, 2006

Genitori combattenti

Per diventare liberi, ci vuole il coraggio dato dall'essere liberi.
Questa storia racconta del coraggio di genitori che si battono per l'educazione libera dei loro figli, l'educazione del futuro,
secondo Gary North.
Ma questa vicenda consente pure di cogliere il funzionamento di certi meccanismi, e strumenti (come le dichiarazioni internazionali dei diritti), che rischiano di diventare armi di distruzione di massa, a disposizione degli stati.
Leggi qui.

Father's Day

«Ciò che più profondamente si cerca nella vita, la cosa che in un modo o nell’altro è stata al centro di ogni vivente, è stata la ricerca dell’uomo per trovare un padre, non soltanto il padre della propria carne, non soltanto il padre perduto della propria gioventù, ma l’immagine di una forza e di una sapienza alle quali la fede e la forza della propria esistenza potessero essere unite»
T. Wolfe


Il 18 giugno, nei paesi anglosassoni, ricorre tradizionalmente la
festa del papà. Un’occasione per esprimere attenzione al proprio genitore, magari attraverso il tanto vituperato circuito del consumo, con un dono. Ma anche, si spera, un’opportunità per ricordare che questo nostro Occidente sembra impegnato a fare la festa ai padri, 365 giorni l’anno.
Così, proprio oggi, in Italia, manifestano le associazioni dei padri separati, per il diritto alla bigenitoralità. Dalle 10.00 alle 18.00, da Roma a Torino, da Monza a Varese a Caserta, gli attivisti della Gesef, Figli negati, Papà Separati Lombardia, Papà Separati Torino, Caro Papà, scendono in piazza per ricordare il diritto dei figli a mantenere una relazione con entrambi i genitori, dopo il divorzio. Un diritto che ha trovato nella precedente legislatura, finalmente, in ritardo rispetto agli altri Paesi, un sia pur parziale riconoscimento. Ma che rischia di rimanere sulla carta, se la giurisprudenza non dovesse smuoversi dalle sue posizioni più conservatrici.
Se la divorce culture è l’espressione socialmente più evidente dell’attuale evanescenza della figura paterna, essa si inserisce tuttavia in un lungo percorso che ha visto l’Occidente allontanarsi dal padre. La cui eclissi, che trova espressione suprema nella soluzione finale dell’assoluta sua irresponsabilità dinanzi al processo procreativo, è l’eclissi della famiglia come organismo naturale. Le forze scatenate dal processo di secolarizzazione e dal conseguente trionfo statalista hanno prodotto violenza antipaterna, perché antifamigliare. Come ha spiegato puntualmente Claudio Risé (ne Il padre, l’assente inaccettabile, San Paolo), quando il padre cessa di essere il testimone umano della norma del Padre creatore nella famiglia, e quindi il difensore della sua libertà, diventa semplicemente un provider, un procacciatore di alimenti. La sua immagine perde i tratti concreti e simbolici dell’educatore, per acquistare quelli fungibili, disponibili, dell’amministratore/procuratore di reddito. Non è un caso che in tutto il mondo occidentale le funzioni educative siano ormai svolte perlopiù da figure femminili.
La negazione dell’identità paterna si è accompagnata, dunque, alla sostituzione delle funzioni paterne per mezzo dell’accrescimento della potenza coercitiva dello stato. Gli organismi internazionali svolgono un ruolo attivo in questo processo. Già la Conferenza mondiale dell’Onu sui problemi demografici del 1992 – come ricorda Paul Josef Cordes ne L’eclissi del padre. Un grido, Marietti – per quanto riguarda la procreazione umana, si rivolge esclusivamente a persone singole, in linea generale alle donne, come se non esistesse alcun matrimonio. Si scambia maternità con procreazione.
Secondo Oliver North, già combattente in Vietnam e stratega dell’amministrazione americana, il più grande problema degli Stati Uniti «non è vincere la guerra al terrorismo. Il vero problema riguarda gli uomini, che non hanno più la responsabilità per i bambini che hanno generato».
Quella paterna non è dunque una semplice questione, da appuntare in agenda, accanto a mille altre discussioni politiche. Va al cuore della crisi culturale, civile e politica occidentale. Gli americani, pur fra mille contraddizioni, hanno cominciato a riconoscerlo. Se lo facessero anche la vecchia Europa, e la grandematerna Italia, il vero Father’s Day sarebbe più vicino.


Tanti auguri al padre, quindi! E a tutti i viventi che, consapevolmente o meno, si muovono alla sua ricerca.

sabato, giugno 17, 2006

domenica, giugno 11, 2006

Free Seborga?

Nei giorni scorsi le agenzie di tutto il mondo hanno battuto la notizia che sembrava risolutiva: il riscontro del 6 giugno 2006, protocollo n. 33456/06 ha sancito che non vi sono prove che Seborga appartenga all'Italia o altra potenza estera. Nientepopodimenoche il Tribunale internazionale dell'Aja ha dunque sancito l'indipendenza del Principato di Seborga.
Tuttavia oggi leggiamo su "Il Gazzettino" che la Principessa Yasmin von Hohenstaufen, personaggio quantomeno singolare di cui non ci è chiara la legittimità sovrana, intenderebbe restituire Seborga al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
In attesa che sia fatta chiarezza sul destino di questo libero borgo, qui si ripropone per chi non ne conoscesse la storia, un estratto dal libro di Gilberto Oneto, Piccolo è libero. Il ruolo dei piccoli Stati nella storia dell'Europa moderna, Leonardo Facco Editore, 2005.

«Nel 1079 è stato istituito il Principato del Sacro Romano Impero di Seborga e nel 1118 il Principe Edouard ha proclamato la totale indipendenza. Il Principato viene venduto nel 1729 al Regno di Sardegna ma la vendita non viene mai né registrata né pagata. Con il Trattato di Aix-la-Chapelle il territorio non è assegnato alla Repubblica di Genova e scompare da tutti gli atti ufficiali. Identica dimenticanza si riscontra sia al Congresso di Vienna che all'atto della formazione del Regno d'Italia.
Non essendo mai stata ufficializzata la vendita, il Principato non risulta mai formalmente soppresso. Sulla base di questo principio giuridico, il Principe Giorgio I (Giorgio Carbone) ha indetto nel 1995 un referendum per l'indipendenza che ha decretato con schiacciante maggioranza la separazione dalla Repubblica intaliana. Naturalmente si tratta di un atto che non è mai stato riconosciuto dallo Stato Italiano. Viene oggi battuta moneta locale, il Luigino».

UPDATE: 10, 100, 1000 Seborga è il grido di battaglia di Liberty First. Leggi qui.

sabato, giugno 10, 2006

Ricerca sugli embrioni: appello ai parlamentari europei

A tutti i deputati del Parlamento Europeo

Proprio un anno fa in Italia c’è stato un referendum con cui si voleva abrogare la legge che regola la fecondazione assistita. A quella votazione si è astenuto il 75% degli italiani, favorevoli al mantenimento di quella legge, nella quale, fra l’altro, si vieta la ricerca sugli embrioni.

Il 30 maggio, al Consiglio dell’Unione Europea, il nuovo ministro italiano dell’Università e della Ricerca Scientifica ha compiuto un atto politico grave e prevaricatorio, scegliendo di ignorare il risultato della consultazione democratica dello scorso anno. Il ministro Mussi ha infatti ritirato l’adesione dell’Italia alla “dichiarazione etica” dello scorso 28 e 29 novembre 2005, in cui l’Italia, insieme ad altri paesi europei, si opponeva al finanziamento di ricerche - nell’ambito del settimo programma quadro - che avrebbero comportato la distruzione di embrioni. L’Italia e gli altri paesi firmatari chiedevano che ogni nazione dell’Unione Europea fosse libera di decidere autonomamente se finanziare o no questo tipo di ricerche, nel rispetto della cultura e della volontà di ogni popolo.

Ritirando del tutto arbitrariamente l’adesione dell’Italia a quella dichiarazione, il Ministro Mussi costringe noi italiani a finanziare con i nostri soldi le ricerche sugli embrioni che avvengono in altri paesi europei, e che in Italia non sono legali. Il ministro Mussi ha compiuto un atto politico autoritario, violando la volontà dei cittadini, che si è espressa chiaramente lo scorso anno.

Il nuovo governo italiano ha sostenuto e coperto l’iniziativa del ministro, smentendo tutte le dichiarazioni fatte in proposito durante la campagna elettorale. Il motivo è semplice: la maggioranza dei membri dell’attuale governo fa parte dello schieramento uscito sconfitto dal referendum dello scorso anno. Invece di accettare democraticamente il verdetto popolare del referendum, il governo attuale, che ha vinto con uno scarto di voti minimo, ha deciso di rovesciarlo attraverso arbitrarie iniziative di potere.

Per questo ci rivolgiamo a voi, parlamentari europei. E’ in gioco il rispetto delle regole democratiche nel nostro paese, e quindi in Europa. Vogliamo che sia considerata la volontà popolare espressa dai singoli stati membri dell’Unione, nel corso di libere e regolari consultazioni democratiche. Il prossimo 15 giugno, vi chiediamo di votare contro il finanziamento europeo sulla ricerca sulle cellule staminali embrionali, perché ogni stato possa decidere, in assoluta autonomia, se supportare o no questo tipo di ricerche.

Scienza & Vita, Universitas University, SAluteFEmminile,
Magna Carta, Medicina e Persona, Movimento per la Vita, Fondazione Ideazione


Per aderire, inviare una mail a:
rassegnastampa@medicinaepersona.org

giovedì, giugno 08, 2006

Mises passato al bosco

Post vagamente esoterico, polemicamente dedicato a Massimo Fini.

«Essere ammalati non è un fenomeno indipendente dalla volontà cosciente ... L'efficienza di un uomo non è soltanto un risultato delle sue condizioni fisiche: dipende largamente dalla sua mente e dalla sua volontà ... L'aspetto distruttivo delle assicurazioni sugli incidenti e sulla salute sta soprattutto nel fatto che tali istituzioni promuovono incidenti e malattia, impediscono la guarigione, e molto spesso creano, o ad ogni modo intensificano ed incrementano, i disordini funzionali che seguono alla malattia o all'incidente ... Sentirsi bene è assai diverso che essere in salute in senso medico ... Indebolendo o distruggendo completamente la volontà di star bene e di essere in grado di lavorare, l'assicurazione sociale crea malattia e inabilità al lavoro, produce l'abitudine di lamentarsi - che è essa stessa una nevrosi - e nevrosi d'altro genere ... In quanto istituzione sociale che rende la gente malata nel corpo o nella mente o che almeno aiuta a moltiplicare, ampliare, ed intensificare la malattia ... L'assicurazione sociale ha dunque fatto della nevrosi dell'assicurato una malattia pubblica pericolosa. Se tale istituzione fosse estesa e sviluppata la malattia si diffonderebbe. Nessuna riforma può essere utile. Non si può indebolire o distruggere la volontà d'essere in salute senza per questo produrre malattia».
Ludwig von Mises

sabato, giugno 03, 2006

Un referendum per la libertà

Benzina sul fuoco. E’ questo l’effetto delle prime esternazioni e decisioni del nuovo governo sul già provato senso di appartenenza allo stato italiano di trevigiani e veneti. Cioè la parte del paese dove più alto è il prezzo dello scollamento fra i pagatori di tasse e i consumatori di tasse. Non occorre nemmeno affrontare organicamente il discorso, basta un accenno, un confronto spicciolo, di quelli casuali che nascono dai problemi quotidiani. E ti accorgi che c’è un odio profondo, non retorico/superficiale, per burocrazie e poteri lontani, astratti, che non danno risposte. Zavorre non più sostenibili, in una terra di lavoratori amanti della libertà. Di gente abituata a rimboccarsi le maniche, per sé e per gli altri (si vedano le statistiche sul volontariato…), non a piagnucolare soldi posti e poteri, come fanno i denigratori dei veneti: memorabile Santoro con le trasmissioni sul (suo) mitico NordEst, che da queste parti non dimenticheremo facilmente…
Ora, il governo di Centrodestra aveva pure introdotto alcune riforme innovative, in grado di liberare risorse, ed energie. Ma subito i nuovi potenti vi si sono scagliati contro, voraci e avidi come sono. Penso alla “Legge Biagi”, attorno alla quale si è sviluppato un dibattito svalutativo (protagonisti i sindacati, le sinistre), fuori dalla realtà, fuori da questa realtà.
I quotidiani in questi giorni hanno riportato il caso della Fadalti di Sacile (PN), azienda del settore della casa che dà lavoro a 400 persone. Nell’ultimo anno ha aumentato i propri dipendenti del 25%, grazie ai contratti flessibili, successivamente trasformati in contratti a tempo indeterminato. In provincia di Vicenza le aziende hanno addirittura un altro problema: alla fine dei contratti a tempo determinato molti lavoratori lasciano, anche in presenza di un’offerta di assunzione definitiva (caso toccato anche al sottoscritto, in passato). Cioè molti giovani cominciano a “sfruttare” a pieno le opportunità di un mercato del lavoro moderno.
Non bisogna avere paura della libertà. Mai. Perché più libertà è sempre un bene. Per tutti.
Con la riforma Moratti della scuola sta avvenendo qualcosa di analogo. Nei mesi scorsi è stata boicottata dai sindacati con iniziative al limite della legalità, ed ora è bloccata dal Ministro Fioroni. Un preside di Treviso, che aveva lavorato duramente per far partire con il prossimo anno scolastico il nuovo liceo tecnologico, incassando molte iscrizioni di studenti,
racconta qui il suo disappunto per la “politica dei dispetti”. Che grava sui settori più attivi e dinamici della nostra società. Risultato: mesi di lavoro buttati, studenti a piedi. Scuola vecchia. Morale sotto i tacchi. Sfiducia più nera nelle istituzioni.
Da qualche giorno qui a fianco campeggia il banner della
campagna referendaria per il Sì alla riforma costituzionale, che le forze che sostengono il nuovo governo vogliono stoppare. Se vincesse la logica del conservatorismo istituzionale sarebbe probabilmente la pietra tombale su ogni possibilità di rinnovamento di tutte le terre italiane. Un fatto politico gravissimo che, forse, non avrebbe conseguenze immediate, ma certamente ne avrebbe nel medio/lungo periodo.
Ci auguriamo e ci impegniamo fin da ora perché ciò non accada. Ci impegniamo affinché Italia non sia un nome dei nemici della Libertà.

venerdì, giugno 02, 2006

Il caso Mussi e il carattere antidemocratico e illiberale della "cultura di morte"

La recente presa di posizione del Ministro Mussi, che ha inteso ritirare l'adesione dell'Italia alla "Dichiarazione etica" sottoscritta dal nostro governo nel 2005, ha manifestato le contraddizioni interne all'attuale maggioranza e tutto il carattere antidemocratico e illiberale della "cultura di morte".
Delle prime, qui non si vuole occuparsi, per non perdersi in considerazioni politiciste, quando in ballo c'è la stessa concezione della vita. Soltanto rammarico e tristezza esprimiamo, e ringraziamo Dio per non essere tra loro, per quei cattolici o non (ma laicamente paladini del rispetto della vita umana), che hanno potuto votare per una sinistra, che già nei primi giorni di legislatura ha dato segnali inquietanti.
Per quanto riguarda il Mussi "antidemocratico", che se ne frega del chiarissimo esito di un Referendum svoltosi pochi mesi fa (mentre rimane attaccato all'esito di un altro Referendum di molti anni fa), è già stato detto molto, e c'è poco da aggiungere. Se non ricordare come sia coerente con certo avanguardismo comunista darsi la missione di "educare il popolo".
E' più interessante evidenziare il carattere illiberale dell'uscita del Ministro Mussi. Con la sottoscrizione della "Dichiarazione etica" nello scorso mese di novembre, il precedente governo italiano era riuscito a creare una "minoranza di blocco" (assieme ad Austria, Germania, Malta, Polonia e Slovacchia), con cui di fatto impedire i finanziamenti comunitari alle ricerche su cellule staminali embrionali. Con il ritiro della firma italiana, il Ministro Mussi intende far venire meno tale "blocco", per dare il via libera alla pioggia di soldi dei contribuenti europei in questo campo.
Come già aveva precisamente indicato Giovanni Paolo II nell'Ev.Vitae, l'idea che pratiche contro la vita siano "gratuite", ovvero pagate con "soldi pubblici" aggiunge scandalo a scandalo. Come dovrebbe osservare onestamente ogni autentico liberale, trattasi di opzione inaccettabile (ed è triste, per il destino del liberalismo italiano, osservare che persino persone intelligenti come Benedetto della Vedova si accodino ai cori pro-Mussi).
Da tempo i movimenti prolife americani hanno smascherato efficacemente l'ipocrisia dei "nihilo/libertari" (Rothbard) statalisti, che mascherano, nella loro antilingua, con la retorica delle "libertà individuali", una politica leviatanica aggressiva.
La cultura di morte è antidemocratica, sì. E illiberale.

www.stopplannedparenthoodtaxfunding.com

sabato, maggio 20, 2006

Per la libertà educativa

Questo blog promuove la libertà educativa.

"I proclaim publicly that I favor ending government involvement in education".

I don't want . . .