sabato, dicembre 24, 2005

Natale 2005

Oh, Bambino Gesù / abita di nuovo la tenda / Sole di Giustizia / illumina di nuovo / la buona battaglia / non ci vincano / le bestie / non prevalgano / i regni dell'errore / rivelaci di nuovo la pace vera / distruggi l'Iniquo / la guerra sia vinta da tutti.

E ricordaci
chi siamo.
Tanti selvatici Auguri di Santo Natale.

mercoledì, dicembre 07, 2005

Padri e aborto: la realtà italiana, la speranza americana

Una realtà tradizionalmente oscurata, nel dramma dell’aborto, è la posizione del padre dinanzi alla vita concepita. Più precisamente: la vulgata politicamente corretta che ha fatto del “diritto all’aborto” una bandiera, si ricorda dei maschi soltanto per stigmatizzare (giustamente, diciamo noi) l’egoico disinteresse di molti padri per le sorti dell’essere umano vivente allo stadio embrionale di cui hanno attivato il processo procreativo, ossia per denunciare la solitudine in cui spesso è lasciata soffrire la donna/ madre nel momento della decisione cruciale.
Non si vuole vedere, tanto per cominciare, che tale drammatica solitudine è radicata sovente nello stesso bigotto manierismo politically correct, per il quale il compito del maschio dinanzi ad una gravidanza difficile dovrebbe ridursi, nel migliore dei casi, ad una posizione del tipo: “cara, decidi tu”, eventualmente con l’aggiunta vieppiù buonista e delicata: “sarò al tuo fianco, qualunque sia la tua scelta”. Perché, si sa, l’aborto è una questione femminile, di diritti delle donne.
La rimozione della realtà qui operata dalla volgarizzazione dell’ideologia femminista, espressione moderna di ben più arcaiche forze archetipiche (i cui campioni, è superfluo sottolinearlo, sono naturalmente uomini di potere/ maschipentiti), si sposa bene con l’ipocrisia autoderesposabilizzante del soft male, novello buonista Ponzio Pilato il cui democraticissimo menefreghismo si risolve naturalmente in peso oppressivo che schiaccia le vite femminili.
Non invidiamo le donne, il loro “diritto all’aborto”, la loro statale, legale e politicamente corretta solitudine.
Non invidiamo neppure chi si assume la responsabilità di continuare a non vedere il dolore maschile per la vita calpestata, la violenza legale che impedisce ai padri di esercitare il loro naturale dovere di protezione dei propri figli.
Perché non si può più non vedere, e chi non vuole vedere dovrà risponderne.
Le cronache raccolgono sempre più frequentemente il grido di dolore di padri che si oppongono, inascoltati dal potere senza cuore, alla superficiale accettazione dell’aborto dei propri figli come “diritto femminile”. Padri ignorati dalla legislazione italiana, padri il cui “sì alla vita” incontra una porta sbattuta in faccia. Per non parlare del dolore inconscio dei padri tenuti addirittura all’oscuro della gravidanza (la legge italiana, in questo senso, è un’istigazione a delinquere).
La
testimonianza di Fabio da Cremona è l’ultima, di una lunga serie, che abbiamo raccolto. A lui tutta la nostra vicinanza e solidarietà.
Ciò che conforta è che pur nell’arretratezza del dibattito italiano in materia – arretratezza che, com'è consuetudine, viene spacciata per “progresso acquisito” – profondi settori della nostra società, ben lontani dalle gaiezze della società dello spettacolo, si stanno facendo carico di una responsabile “visione del mondo e della vita”, a tutela della sacralità della vita e nel pieno rispetto delle sensibilità individuali. Il
Documento per il padre, pubblicato nel 2001 anche a seguito dello scalpore suscitato dalla denuncia di un giovane napoletano che, non arresosi alla decisione della sua ex fidanzata di abortire, si rivolse finanche al Presidente della Repubblica, rimanendo evidentemente inascoltato, continua a raccogliere ampie adesioni fra insegnanti, giornalisti ed editori, professionisti, avvocati, gruppi ed associazioni, cittadini comuni.
Così recita, fra l’altro, il Documento per il padre: «La prassi oggi vigente priva il padre di ogni responsabilità nel processo riproduttivo. Una situazione paradossale, ingiusta dal punto di vista affettivo, infondata dal punto di vista biologico, devastante sul piano simbolico. Per il bene dei figli e della società è necessario che al padre sia consentito di assumere le responsabilità che gli toccano in quanto coautore del processo riproduttivo. […] E’ necessario avviare una riflessione collettiva che equipari realmente la dignità della donna e dell’uomo nella procreazione, a garanzia della vita, della famiglia e della società. L’interesse e la volontà della donna devono essere opportunamente tutelati, nel quadro della cura sociale di difesa della vita, e di promozione della famiglia, nucleo vitale della comunità. I sottoscritti cittadini e gruppi lanciano quindi un forte richiamo alle forze della politica, e della società civile, perché ripensino le norme e rimuovano i pregiudizi che sottraggono, al di là di ogni senso comune, il padre alla vita del figlio» (I presupposti e le finalità del
Documento per il padre, sono esaminati in una prospettiva cristiana nel fondamentale libro di Antonello Vanni, Il padre e la vita nascente. Una proposta alla coscienza cristiana in favore della vita e della famiglia, Francesco Nastro Editore, Luino, 2004).
Favorevoli notizie arrivano altresì dall’America, la cui dinamica società continua ad essere beneficiata dal buon vento della Rivoluzione Conservatrice. La Corte Suprema sembra intenzionata a rivedere la legislazione abortista, prevedendo misure di tutela della vita, fra cui l’obbligo di informare il padre della gravidanza. Perché possa assumersi le sue responsabilità. Perché la donna sia meno sola. Perché più forze siano pro-life.
Che il buon vento soffi fin qui.
Che il buon vento amico spazzi via il tanfo di morte, che gli ipocriti manierismi non riescono più a coprire.



venerdì, dicembre 02, 2005

Categorie a rischio


Diceva Ernst Jünger che nessuno di noi può avere la certezza di non appartenere ad una categoria che domani mattina sarà fuori legge. Se le violenze commesse nel nome del politicamente corretto hanno la tendenza ad esser legalizzate, non c'è molto da star allegri nell'apprendere che le linee aree Qantas e Air New Zealand si sono messe nel solco della British Airways, che già dal 2001 ha vietato agli uomini soli di sedersi accanto ai bambini nei suoi voli. Leggete qui.
Qui sotto, invece, rilanciamo la risposta di
Claudio Risé ad un suo lettore che lo sollecitava sul caso British Airways, dalla rubrica "Psiche Lui" dell'inserto del Corriere della Sera, Io donna, n. 14, 2001. Eccola. E invitiamo a boicottare le linee aree British Airways, Qantas e Air New Zealand.

mercoledì, novembre 30, 2005

Stato di paura

La paura di morte dell'uomo senza Padre è il sigillo impresso dall'Anticristo allo stato.

Il fumo che nuoce gravemente alla salute

L'altro giorno, conversando con un gruppo di persone dissi loro che l'amore supremo è, secondo me, l'amore segreto. Una volta esternato e condiviso, l'amore sminuisce. Languire tutta vita per amore, e morire d'amore senza mai invocare il nome dell'amato, o dell'amata, ecco qual è il vero significato dell'amore. Una poesia dice: Morirò per il mio amore./ La verità saprai solo dal fumo che aleggia.../ Il nome del mio amore, fino all'ultimo, segreto.
Hagakure - Libro II

Questo mucchio di cazzate ci fa ben comprendere la necessità di passare al setaccio della ragione ogni tradizione particolare. Con tutto il rispetto, s'intende.

lunedì, novembre 28, 2005

sabato, novembre 26, 2005

Lo stupro di una civiltà

L'altra sera, a Bologna, fra l'indifferenza dei passanti, i nuovi barbari hanno stuprato.
Hanno stuprato una studentessa friulana, trentenne.
Hanno stuprato una vecchia sdentata, la nostra civiltà.
Coraggio, ragazza.
Il tuo dolore sia la nostra sveglia.
UPDATE (27/11/05): Restiamo dentro a questo orrore.
Non sei sola, ragazza.

mercoledì, novembre 23, 2005

Libertarians for Life, Fathers for Life

Continua il dibattito sull’aborto. Il palcoscenico politico appare diviso tra chi, la maggioranza delle forze che sostengono l’attuale governo, difende la legge 194/78 chiedendone l’attuazione integrale, ossia anche dei suoi primi cinque articoli, a tutela della maternità, e chi, la maggior parte delle attuali forze di opposizione, attacca la 194/78, non volendone la sua piena attuazione, e difendendo pertanto la prassi con cui la legge è stata applicata in questi decenni.
Bypassando il dibattito strettamente politico, qui si ritiene positiva la riapertura di un confronto pubblico aperto e franco sulla difesa della vita, sui giornali e specialmente in libera blogosfera.
Sgombrando però il campo da un equivoco ricorrente. A quanto pare, vale ancora, infatti, il riflesso condizionato per cui criticare il modo in cui la legislazione abortista è stata introdotta prima, e applicata poi, in Italia significa passare dalla parte degli oscurantisti nemici della libertà (in particolare di quella femminile), mentre chi difende la legislazione abortista e la sua attuazione sarebbe un libertario difensore dei diritti civili.
Ora, prego qualcuno che sia in grado di farlo di spiegarmi cosa c’è di libertario nell’aborto di stato. Nel piccolo ospedale di stato qui vicino vengono praticati dai quattro ai cinque aborti a settimana. Vi contribuisco anch’io, con le tasse che pago, essendo a carico del S.S.N. E’ come se si costringesse ad esercitare la funzione di boia un uomo contrario alla pena di morte. E non è semplicemente una questione di soldi, bensì morale. Di diritto naturale. Di proprietà.
Ancora, mi chiedo cosa ci sia di libertario in una legge che esclude coercitivamente il padre (lo deresponsabilizza) nel momento della decisione fondamentale sul futuro del figlio che ha contribuito a concepire. E’ forse un criterio libertario chiudere pregiudizialmente fuori dalla porta il padre, e lasciare la mamma con il piccolo in mano a funzionari di stato?
Secondo me: no. Anche per questo ho aderito al Documento per il padre.

martedì, novembre 22, 2005

Sant’Agostino e le gerarchie ordinanti

Gerarchia è il nome di uno dei più grandi tabù dell’immaginario contemporaneo. Lo è soprattutto per la mentalità democratica di massa e secolarizzata, che ha reso impronunciabile tale parola. Scriveva A. de Tocqueville: «Quando tra un popolo non esiste più religione, il dubbio si impadronisce delle più alte sfere dell’intelligenza e paralizza in gran parte le altre. Ci si abitua ad avere sulle materie che interessano a noi e i nostri simili, solo delle idee confuse e mutevoli; si difendono malamente le proprie opinioni o le si abbandona e, siccome si dispera di potere risolvere da soli il maggiore dei problemi che il destino umano presenta, ci si riduce vilmente a non pensarci più. Uno stato simile non può mancare di fiacchire gli animi; allenta le molle della volontà e prepara i cittadini alla servitù. Così succede non solo che essi si lascino portare via la libertà, ma che spesso la cedano».
La deriva nichilista contemporanea, lo “svanimento” della libertà ha fra le sue cause la rimozione del significato di gerarchia, ovvero la sua confusione con il potere e lo stato. Eppure ogni singolo essere umano, agendo, opera una selezione, una valutazione di idee. L’attività gerarchizzante è costitutiva della psiche umana. La Scienza Economica utilizza il concetto di preferenza. E il “politico”, come insegna G.M. Chiodi, è «l’attività di gerarchizzazione del simbolico».
Il seguente brano è tratto da La città di Dio. Sant’Agostino vi illustra le gerarchie ordinanti dell’antropologia cristiana: fra ragione, bisogno e utilità.

«Tra quelle cose che esistono in qualsiasi modo d’essere, e sono diverse da Dio che le ha create, le cose viventi vengono poste al di sopra degli oggetti inanimati; quelle che hanno il potere di riprodursi, o hanno uno stimolo in tale direzione, sono superiori a quelle che mancano di tale impulso. Tra le cose viventi, quelle senzienti sono situate al di sopra di quelle insenzienti, e gli animali sopra le piante. Tra le senzienti, quelle intelligenti hanno la precedenza su quelle non dotate di pensiero – gli uomini sulle bestie. Tra le intelligenti, gli esseri immortali sono più in alto dei mortali, e gli angeli sono più in alto degli uomini.
Questa è la classificazione secondo l’ordine della natura; ma ne esiste un’altra che impiega l’utilità come criterio di valore. Secondo quest’altra scala dovremmo porre alcune cose inanimate prima di alcune creature dotate di giudizio – tanto che se ne avessimo il potere dovremmo essere pronti a rimuovere tali creature dal mondo naturale, o ignorando il posto che esse vi occupano o, pur conoscendolo, subordinandole ancora alla nostra convenienza. Ad esempio, non sarebbe preferibile avere in casa del cibo piuttosto che delle pulci? Non c’è niente di sorprendente in questo […].
Esiste dunque una grande differenza tra una considerazione razionale, col suo libero giudizio, e la coercizione del bisogno, o l’attrazione del desiderio. La considerazione razionale decide della posizione di ciascuna cosa, nella scala d’importanza, in base ai suoi meriti, laddove il bisogno pensa solo al proprio interesse. La ragione cerca la verità come viene rivelata all’intelligenza illuminata; il desiderio propende per ciò che lusinga con la promessa di un godimento di sensi».

domenica, novembre 20, 2005

La differenza fra C.A. Ciampi e G.W. Bush, ovvero perché è da scongiurare il Ciampi-bis

Quando Carlo A. Ciampi si recò in visita ufficiale in Cina nel dicembre dello scorso anno, salutò il tripudio del tricolore in piazza Tienanmen chiedendo la sospensione del divieto internazionale di vendere armi alla Repubblica cinese. Visitò anche il tempio confuciano di Pechino. Nulla fu detto sulla condizione dei cattolici di quel Paese.
In questi giorni in Cina è giunto George W. Bush. Il suo primo atto politico: partecipare ad una funzione religiosa in una Chiesa protestante.
Dio ci salvi dal Ciampi-bis.

L’aborto, lo stato e l’etica dei comunisti

«Non sarebbe etico»: così Massimo D’Alema e Piero Fassino hanno commentato la proposta del Ministero della Salute di far partecipare ai consultori pubblici i volontari del Movimento per la Vita. La dichiarazione, perfettamente coerente con la militanza dei Democratici di Sinistra sul fronte della cultura di morte (Fassino definì l’MpV: “integralista”, in un dibattito ante referendum sulla legge che disciplina la fecondazione artificiale), ha il merito di portare allo scoperto la cosiddetta etica dei comunisti: RU486 a go-go, impegno affinché le donne non commettano il tragico errore di rifiutare la vita nascente: non se ne deve parlare.
Eppure, la legge 194/78, fra gravi omissioni (la più macroscopica delle quali, su cui ritorneremo, è
l’esclusione legale del padre nel momento della decisione cruciale), già prevede la presenza dei volontari nelle strutture consultoriali. Si tratterebbe, dunque, di applicare la legge, nelle sue parti che in questi decenni sono rimaste colpevolmente inapplicate, perché culturalmente rimosse.
Qui si giudica in modo estremamente positivo il fatto che movimenti volontari pro-life (l’MpV non sarebbe necessariamente l’unico) si riapproprino di spazi statali, terre di nessuno diventate luoghi di somministrazione di morte. Un aspetto scandaloso della legislazione abortista del nostro Paese, finora taciuto per comprensibilissime ragioni politiche ma che prima o poi dovrà esser sollevato, è infatti la statizzazione dell’aborto: in Italia oggi l’aborto è di stato, “gratuito”, a spese dei contribuenti, anche degli antiabortisti. Se la legalizzazione dell’aborto è un crimine contrario alla legge di natura, la statizzazione dell’aborto eleva all’ennesima potenza tale ingiustizia.

sabato, novembre 19, 2005

Cowboys

L'articolo che segue è tratto dal numero 29, Settembre 2005, di Enclave. Rivista libertaria. Lo ripropongo nella sua interezza, su gentile concessione dell'Editore, perché vi ho ritrovato le ragioni profonde per cui anche a me sono sempre piaciuti i film western.

Perché la mia generazione ha amato i film western
di Gary North

Perché il western?
Come i ragazzi della generazione precedente alla mia, anch’io sono cresciuto con i film western. Il tramonto del western è avvenuto negli anni Sessanta, come parte di un più generale cambiamento culturale, decisamente verso il peggio.
Io sono di Los Angeles, dove la televisione è arrivata presto. I miei genitori comprarono una TV a 10 pollici nel 1949, e il primo spettacolo che guardai fu Il ranger solitario. A quel tempo, il sabato mattina era pieno di western di serie B fatti negli Anni Trenta e primi Anni Quaranta.
Il western è unicamente americano, e la maggior parte dei film e dei romanzi di questo genere sono ambientati durante un breve periodo della storia americana: dal 1865 al 1890. Il western ha avuto però un enorme successo anche fuori dagli Stati Uniti. C’è qualcosa nei film western che affascina il mondo intero. Ma cosa?
Io credo che ad attrarre siano i suoi temi fondamentali. La maggior parte dei film western presentano infatti almeno uno di questi temi: codardia contro senso dell’onore; difesa della proprietà privata della terra; applicazione della legge; i limiti morali della vendetta.
Questi sono temi maschili. Le donne raramente sono interessate ai western come gli uomini. Quando penso alle donne nei western, mi vengono in mente i personaggi interpretati da Jean Arthur in Il cavaliere della valle solitaria e da Grace Kelly in Mezzogiorno di fuoco. La Arthur non vuole che suo marito rischi di essere ammazzato per difendere la loro piccola fattoria, perché è più conveniente andarsene. La Kelly impersona una quacchera pacifista che cerca di dissuadere suo marito, sceriffo all’ultimo giorno di lavoro, dal rimanere in paese un giorno in più per difendere la legge e l’ordine. Sarebbe più facile per lui scappare prima che arrivi la banda con il treno delle 12. Entrambe le donne si comportano in maniera logica, ma i loro mariti respingono l’analisi costi-benefici. E’ una questione di codardia o di onore.
I quattro temi di cui sopra sono universali perché su di essi si fonda ogni civiltà. Se molti uomini si comportano da codardi, se la proprietà privata non viene difesa dalla legge, se i sistemi di applicazione della legge diventano corrotti ed ingiusti, e se non ci sono limiti alla vendetta personale, la civiltà è a rischio e la società perde la sua libertà.
Nei western di serie B i buoni portano cappelli bianchi, i cattivi cappelli neri. Talvolta un buono veste di nero, ma deve essere completamente nero dalla testa ai piedi. C’è una coerenza in questa moda, perché non lascia dubbi sulla malvagità dei cattivi. Le tonalità di grigio erano roba per i western da adulti. I ragazzi vogliono cose moralmente chiare, e i film western gliele offrivano.
In difesa della proprietà privata
Il tema delle malvagità delle compagnie ferroviarie è molto frequente nei western. I proprietari delle ferrovie cercano sempre di prendersi la fattoria di questa o quella famiglia. L’avvocato della ferrovia è un corrotto, e il governatore è probabilmente della partita. Questa era una buona lezione per noi ragazzi: non fidarti automaticamente che sia lo Stato a difendere la proprietà privata quando ci sono in gioco grosse somme di denaro.
Un altro tema classico è quello del grande proprietario terriero che toglie l’acqua ai piccoli agricoltori e allevatori della zona. Dopodiché si offre di comprare le loro proprietà a prezzi stracciati, in combutta con lo sceriffo, che è nel suo libro-paga. Ma uno dei locali resiste. Sorgono così due questioni: chi difenderà adesso i proprietari che resistono, e come? Talvolta interviene in soccorso uno sceriffo federale, che agisce da solo e in anonimato. Questo però è un tema tipico dell’era del New Deal: meglio fidarsi del governo federale che degli sceriffi e dei governatori locali. Più spesso l’eroe è un privato cittadino, un pistolero solitario amante della giustizia. Il ranger solitario ne era l’archetipo. Aveva i mezzi per intervenire perché era proprietario di una miniera d’argento.
Usava perfino pallottole d’argento. In questo modo la mia generazione ha compreso il valore dei metalli preziosi.
Molto frequente è infatti il tema delle miniere d’oro. La miniera è posseduta di solito da un vecchio, da una vedova o da una giovane donna in età da marito che l’ha ereditata dal padre, ucciso per mano di sconosciuti in un vile agguato. Ci sono dei corrotti che mirano alla miniera, e che hanno contraffatto i titoli legali. Prima lezione: l’oro ha valore; seconda lezione: i titoli legali sono documenti importanti, ma possono essere manipolati dai funzionari locali disonesti.
Nel film Silverado sono presenti altri classici temi: un grande allevatore che cerca di impossessarsi delle terre altrui, la vulnerabilità dei titoli legali, uno sceriffo disonesto ex fuorilegge, i coloni indifesi, la questione di chi possa far applicare la legge, e la questione dei limiti alla vendetta personale. Le parole chiave del film sono quelle pronunciate da Danny Glover, uno sceriffo di un’altra città armato di fucile, abbastanza saggio da non riconoscere i propri limiti giurisdizionali: «Questo non è giusto, e io ne ho abbastanza delle ingiustizie». Questa frase rappresenta l’anima e il cuore dei vecchi film western. Ha insegnato alla mia generazione come si affrontano le ingiustizie facendo uso del secondo emendamento.
La fine del western
Negli anni Sessanta la cultura americana cambiò, e anche i film western persero il loro ruolo. Arrivarono i beatles e la controcultura bohemien conquistò la gioventù, come ha raccontato David Brooks nel libro Bobos in Paradise.
Anche il western classico è individualista, ma borghese. Il western tiene in alta considerazione la proprietà privata, che è sicuramente un valore borghese. Qui il difensore della proprietà privata è sempre un individuo, o un piccolo gruppo indipendente. Questo non è l’individualismo dei bohemien, che rifiutano la cultura borghese in nome della trasvalutazione di tutti i valori. Questo è l’individualismo delle persone che confidano negli standard morali permanenti, e che vedono questi standard traditi dai funzionari disonesti.
La cultura borghese dipende da individui morali che non hanno paura di agire in difesa dei principi fondamentali.
I vecchi temi hanno ancora una certa audience, ma i cappelli neri e i cappelli bianchi dei cow-boy sembrano aver fatto il loro tempo. Peccato.

Non per il potere

Ciò che disturba, nell'apprendere che il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto sulle quote rosa non è tanto l’introduzione di un principio discriminatorio nell’accesso al parlamento della repubblica italiana. Fuori dai denti, qui non si considera tale istituzione un luogo di possibile affermazione totale della maschilità, come dono pieno e libero di sé.
Lo scandalo è semmai quest’idea, sempre emergente dalle menti degli statalisti di ogni schieramento, che lo stato debba rimodellare in modo coercitivo la società civile, rieducare uomini e donne (ridotti a cittadini), colmare i “deficit di sistema”, fissati a tavolino da élite (per definizione, disinformate).
L’invadente e violento potere politico secolarizzato della modernità si giustifica per l’appunto con la necessità di sedare i conflitti, abolire le discriminazioni, governare i mercati, ma finisce sempre per moltiplicare le ostilità e le contese. Inevitabilmente, giacché il mito della neutralità politica è un mito utopico e soprattutto disumano.
Oltre al piano della
guerra tra i sessi c’è dunque il dramma del potere secolarizzato che, avendo perso ogni riferimento trascendente, si nutre di diktat positivisti.
Mentre la giustizia è questione di riconoscimento (difficile, nella libertà) di diritti naturali.
Onore comunque ai resistenti che in Consiglio dei Ministri non hanno ceduto ai ricatti elettoralistici e politicamente corretti, bocciando il decreto sulle quote rosa: Antonio Martino, Beppe Pisanu, Carlo Giovanardi.

sabato, novembre 12, 2005

Statalismo alla scandinava in salsa rosa

Da La Repubblica del 7 novembre u.s. apprendiamo il programma del Partito di iniziativa femminista, fondato in Svezia nel mese di aprile. «L’esile e sorridente leader Gudrun Schyman, già segretario dell’ex Partito comunista», non ha dubbi nell’indicare la priorità: tassare tutti i maschi, dalla nascita. Tassare i maschi in quanto maschi, perché siccome gli uomini guadagnano il 25% in più delle donne devono rifondere le somme usurpate fin dal giorno in cui vedono la luce. Un altro punto qualificante del programma è l’eliminazione dei nomi sessuati, l’obbligo di Stato di utilizzare soltanto nomi neutri, cosicché, da grandi, i cittadini possano liberamente decidere se si sentono maschi o femmine.
La notizia potrebbe scivolare via come un aneddoto curioso, la posizione balzana di un partitino estremista, non fosse che il nord europeo progressista e civilizzato ci prospetta altre sorti, magnifiche e progressive. Leggiamo dunque, per esempio sul Corriere della Sera dell’11 novembre, che in Norvegia le aziende che non avranno nel Consiglio di Amministrazione una quota minima del 40% di donne, saranno chiuse d’autorità. Tempo due anni per adeguarsi, giacché Karita Bekkemellen, la ministra dell’infanzia e della famiglia del governo di sinistra «non ha intenzione di aspettare 20-30 anni perché uomini sufficientemente intelligenti nominino finalmente donne nei Consigli di Amministrazione».
Dalla lettura di queste notizie non emerge certo lo stupore per l’insana alleanza fra coercizione statale e violenza assassina femminista: trattasi di coppia di fatto unita per l'organizzazione della criminalità.
Conviene piuttosto sperare nel meglio, preparandosi al peggio (la dimestichezza con le catastrofi richiede sacrifici, ma aumenta la consapevolezza della propria natura), rileggendo Murray N. Rothbard (The Etichs of Liberty):
«Nessuno ha il dovere morale di obbedire allo Stato (tranne nel caso in cui lo Stato si limiti a sostenere il giusto diritto della proprietà privata contro l’aggressione). Infatti, essendo un’organizzazione criminale, e giacché tutte le sue entrate e tutti i suoi beni derivano dal crimine della tassazione, lo Stato non può avere alcuna giusta proprietà… Anche mentire allo Stato, quindi, diventa a fortiori un atto legittimo. Proprio come nessuno ha il dovere morale di dire la verità a un rapinatore che gli chiede se ha in casa oggetti di valore, a nessuno può essere imposto il dovere morale di rispondere sinceramente ad analoghe domande poste dallo Stato, ad esempio nella compilazione dei moduli per il pagamento delle imposte…
Tutto questo, naturalmente, non significa che dovremmo raccomandare o esigere la disobbedienza civile, l’evasione fiscale, o il mentire allo Stato, in quanto la prudenza, in considerazione della forza maggiore dispiegata dall’apparato statale, ci sconsiglia dal farlo. Affermiamo soltanto che queste azioni sono giuste e moralmente lecite».
Gli amici libertari norvegesi sapranno difendersi, pragmaticamente, dalle norme sui CdA.
Da parte nostra:
non lasceremo bruciare
le nostre abitazioni
poche ciacole,
armarsi, altro che balle!
Padri sulla soglia di casa
Do not disturb

domenica, novembre 06, 2005

La forma della libertà

La libertà è il bene più prezioso donato dal Padre all’uomo suo figlio. In quanto bene creato, originato e donato dal Padre, la libertà non appartiene di necessità al tempo storico, ed alle sue organizzazioni politiche e sociali. La libertà è minacciata dalla schiavitù del male: più precisamente dalla schiavitù del nichilismo che è confusione fra bene e male.
Oggi, sempre più ostacolato appare soprattutto il riconoscimento della “forma della libertà”.
Secondo Emanuele Castrucci, l’“epoca della forma” è l’epoca in cui «è aperta all’uomo la possibilità di pervenire ad una sintesi complessiva, ad una comprensione etica del reale capace di “salvare” i fenomeni». Per Castrucci, il “ritrovamento” delle forme e, con esso, la possibilità di “salvare i fenomeni”, entra radicalmente in crisi con l’organizzazione scientifica e tecnologica dell’esistenza umana. Ernst Jünger, invece, pensa che le forme siano riconoscibili anche in un ambiente tecnologico, purché liberato dalla mentalità decadente che ha segnato in profondità la modernità politica.
Perso nei labirinti della causalità, l’uomo secolarizzato e debole di un’Europa depressa e dimentica della sua grandezza è divenuto incapace di riconoscere le forme che danno senso agli avvenimenti, ordinandoli.
La forma della libertà è sigillo radicale: «La forma è, e nessuna evoluzione la accresce o la diminuisce […]. L’evoluzione conosce principio e fine, nascita e morte, da cui la forma è immune». Ciò nondimeno la forma è storica, si storicizza nella scelta del singolo, «l’uomo libero come Dio l’ha creato», di aderirvi.
Esplorare la forma della libertà è avvicinarsi alla verità, senza farsi guidare da criteri moralistici, estetici o utilitaristici.
Il passaggioalbosco, la confidenza con la natura incontaminata e creata dell’essere umano, illuminata dalla luce della coscienza paterna, da una ragione recta (realista: né in sonno, né sognante incubi mostruosamente artificiali), è la via del ritrovamento della forma della libertà.

domenica, ottobre 30, 2005

Fondamenta

Le teorie economiche valgono "nella nave", la proprietà invece, quieta e immutabile, riposa nel bosco e costituisce l'humus fecondo da cui nasceranno nuove messi.

Ernst Jünger