domenica, novembre 17, 2013

Il nostro Nemico, lo Stato (di Albert Jay Nock)



Pubblicate negli anni Trenta del secolo scorso, le pagine di Our Enemy, the State (trad. it. Il nostro Nemico, lo Stato, Liberilibri), di Albert J. Nock, conservano intatte la loro freschezza intellettuale e la loro drammatica attualità. La disincantata ricostruzione della genesi dello Stato in Nordamerica, che registra il precoce tradimento degli ideali jeffersoniani, si intreccia con l’indagine della ragion d’essere e natura dell’organizzazione politica denominata “Stato”: nel pensiero nockiano, teoria ed attenzione all’ordine naturale affiancano lo studio della storia nella sua definizione.
In questo senso, fondamentale è la distinzione tra potere sociale e potere statale, che si escludono a vicenda, e ancor più tra mezzi politici e mezzi economici. Nelle azioni volte a soddisfare le proprie necessità ed i propri desideri, gli uomini possono infatti impiegare mezzi politici, cioè appropriarsi di ricchezza prodotta da altri, senza compenso, o mezzi economici, ossia produrre e scambiare.
Lo Stato è l’organizzazione dei mezzi politici, antica tentazione luciferina, sirena che ipnotizza l’uomo decaduto moralmente, facendo leva sulla sua naturale tendenza a soddisfare esigenze e desideri con il minimo sforzo possibile.
Qui potrebbe essere opportunamente richiamata la grande lezione misesiana, secondo cui non solo la vera teoria non è separata dall’uomo reale, ma la comprensione della storia non può che avvenire attraverso una solida teoria.
Così, per esempio, quello che noi oggi chiamiamo crony capitalism (capitalismo clientelare) non è affatto l’ultima degenerazione di Stati nazionali in via di disfacimento, bensì un elemento tipico dello Stato moderno (che Nock chiama “Stato mercantile”, forma successiva allo Stato primitivo e a quello feudale). Ci riferiamo alla commistione tra Stato e potentati economici, intenti ad utilizzare mezzi politici per il perseguimento dei propri interessi ed obiettivi. Oltre il feticismo partitocratico – che riproduce “ritualmente” la competizione per il controllo dei mezzi politici -, si potrebbe allora osservare che ogni Stato è uno Stato di “classe”, considerando la fluidità di questo concetto, in relazione ai vari tipi di rendite che si possono lucrare sostenendo il Leviatano.
Molto acute sono poi le riflessioni di Nock sull’atteggiamento dell’uomo di massa nei confronti dello Stato, che oscilla tra partecipazione convinta ed ineluttabilità, nonché sulla “natura eminentemente psicologica” dello Stato stesso.
«L’uomo massificato, ignaro della storia dello Stato, ne considera il carattere e le intenzioni come sociali anziché antisociali; e con questa fede è disposto a concedergli un ampio credito di furfanteria, mendacia e imbroglio, da cui i suoi amministratori possono attingere a volontà. Questo uomo, invece di giudicare il progressivo assorbimento del potere sociale da parte dello Stato con la ripugnanza ed il risentimento che sentirebbe per natura verso le attività di una organizzazione criminale, tende piuttosto ad incoraggiarlo ed a glorificarlo nella convinzione di essere in qualche modo identificabile con lo Stato, e convinto pertanto di acconsentire, lasciando che esso s’ingigantisca senza fine, a qualcosa di cui è parte – egli, in tal modo, sta glorificando se stesso».
L’uomo di massa – anonimo -, s’identifica con la potenza anonima dello Stato. Anche quando quest’adesione non è consapevole, essa è profondamente interiorizzata: l’uomo di massa, il lavoratore, è jüngerianamente “mobilitato”. Nock parla di questa umanità come di un “esercito in marcia”.
«Un esercito in marcia non ha una filosofia; esso si vede come una creatura del momento. Non razionalizza la propria condotta, se non per un fine immediato. […] vi è un tacito accordo contro la condotta razionale: “non tocca a loro chiedersi perché”. Ben diverso il caso della condotta emotiva, più ce n’è meglio è; questa è incoraggiata da un’intera serie di vistosi accessori – bandiere, musica, uniformi, decorazioni – e dalla attenta coltivazione di uno specialissimo tipo di cameratismo. Andando alla “ragione delle cose”, - alla capacità e alla volontà, come dice Platone, “di vedere le cose per quello che sono” – la mentalità di ogni esercito in marcia non è altro che adolescenza molto ritardata; essa rimane persistentemente, incorreggibilmente e notoriamente infantile. […] A noi si addice il morale di un esercito in marcia, e ne siamo fieri».
Ignoranza, illusione, interessi privati e cedimento morale costituiscono le fondamenta dello Stato, ciò che assieme ad esercito e forze di polizia rende quest’istituzione antisociale difficilmente scalfibile nel breve periodo, agli occhi di Albert J. Nock. Ben lungi dall’assumere la posizione di un irresponsabile agitatore, l’Autore di Our Enemy, the State, dedica allora il suo libro al Residuo, il “piccolo resto” di uomini che sente il dovere di testimoniare la verità dell’ordine naturale:
«In ogni civiltà, per quanto generalmente prosaica, per quanto viziata da orizzonti limitati negli affari umani, esistono sempre degli spiriti alieni che, mentre si conformano esternamente ai dettami della civiltà che li circonda, mantengono ugualmente un’attenzione disinteressata verso la chiara e comprensibile legge delle cose, al di là di ogni finalità pratica. Hanno una curiosità intellettuale, talvolta sfiorata dall’emozione, verso il nobile ordine della natura; sono colpiti dalla sua contemplazione, e piace loro saperne più che possono anche in circostanze in cui il suo operare va così palesemente contro le loro migliori speranze ed i loro desideri». 

lunedì, giugno 03, 2013

"Lui e l'aborto. Viaggio nel cuore maschile" (di Antonello Vanni. Edizioni San Paolo, 2013)

E' uscito il nuovo libro di Antonello Vanni "Lui e l'aborto. Viaggio nel cuore maschile" (Edizioni San Paolo, 2013)

(Recensione a cura di Paolo Marcon)

In Italia sono circa 5 milioni gli aborti benedetti dalla legge dello Stato n. 194/78, un dolore immenso, un’ombra oscura e sterminata che pesa sulle nostre vite “luminose”, la nostra “progredita” società. Benché non sempre affiorante alla coscienza personale, infatti, sanguinante e profonda è la ferita inflitta alle nostre comunità dalle legislazioni abortiste. Tanto più profonda quanto più fondata sulla rinuncia a “chiamare le cose con il loro nome”, sui “compromessi di comodo” e la “tentazione dell’autoinganno”.
Come pochi altri appassionati difensori della vita umana, nel libro “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile” (San Paolo Ed., 2013, www.antonello-vanni.it) l’educatore e bioeticista Antonello Vanni descrive la realtà dell’aborto con sguardo fermo, nell’orrore della sua tecnicalità, senza cedere a tentazioni edulcoranti o mistificanti.
Ciò che rende nel panorama italiano unica, scandalosa e pionieristica quest’opera è però il focus sulla relazione tra il padre, la vita concepita e quella abortita. È questo il vero tabù del “dibattito” (sic) sull’aborto, spesso indicatore di arrendevolezza negli stessi sostenitori delle ragioni della vita.
Sulla base di un materialismo molto rozzo e primitivo, che rimanda a quel Neolitico in cui neppure si conosceva il ruolo procreativo del padre nell’atto sessuale, nel mondo occidentale le legislazioni abortiste sono state introdotte da Parlamenti - composti da uomini di potere, cioè maschipentiti -, a fronte di istanze sloganistiche centrate esclusivamente sul corpo della donna. Il figlio, che in un processo svalutativo anche di tipo linguistico si è cominciato a chiamare: “il concepito”, fin da subito è sostanzialmente assente; il padre totalmente ignorato.
La legge italiana n. 194/78 è una delle più severe contro i padri, la cui voce è addirittura ritenuta inascoltabile, senza l’autorizzazione della madre. Lo Stato sancisce l’irresponsabilità procreativa dell’uomo, stabilisce che, di fronte alla legge, responsabile della procreazione è solo la donna.
Il destino del figlio è indipendente da colui che ha originato il processo procreativo (considerato al pari di un donatore di seme), e diventa dipendente dalla mera volontà della madre.
Sul piano psicologico, spirituale, etico, le conseguenze di una tale pubblica, ufficiale, esclusione del maschio-padre hanno una portata spaventosamente indefinibile, rappresentano una lesione insanabile all’identità virile, nella sua radicale funzione di custodia/protezione dei più deboli. Si arriva, qui, nei pressi della radice abissale di quella “fatherless society” che è lo stigma dell’avviato processo di decivilizzazione.
Nel suo fondamentale libro, Antonello Vanni approfondisce la cultura che ha sancito l’estromissione del padre dalla vicenda procreativa confrontandola con la realtà e l’esperienza concreta di uomini in carne ed ossa, quegli uomini cui è stata insegnata o imposta l’idea che il figlio e l’aborto siano questioni unicamente femminili; per esempio gli uomini che spingono le loro donne ad abortire, o quegli altri, quelli che fanno di tutto per salvare il figlio, ma rimangono inascoltati di fronte alla disumana forza della legge dello Stato.
Più si procede con la lettura delle pagine del libro, più si comprende la profonda cesura tra l’ideologico e mentale “disegno umano”, che vorrebbe escludere il padre dalla vita del figlio, ed il “cuore maschile”, a quella vita indissolubilmente legato. L’Autore documenta scrupolosamente questo legame attingendo a fonti internazionali ed affrontando la complessa sofferenza del trauma post abortivo maschile, da tempo studiato in Paesi meno arretrati del nostro.
Colpisce molto, in questo coraggioso percorso nel dolore e nel lutto, la capacità di Vanni di rintracciare semi di speranza, nelle possibilità di guarigione in chi ha vissuto personalmente il dramma dell’aborto del figlio, come nelle debolezze e incrinature che si aprono nella cultura abortista.
Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile” è un dono che l’Autore ha voluto dedicare ai giovani maschi, perché possano conoscere davvero la realtà dell’aborto, cui forse sono anche sopravvissuti senza saperlo, una realtà ben diversa da come è stata immaginata e scritta nelle leggi promulgate dalle precedenti generazioni. Questo libro è però un dono per tutti noi, per chi possa e voglia riceverlo, “un libro che ci impegna tutti, perché il tempo del guardare altrove è ampiamente trascorso”, come scrive Claudio Risé nella preziosa Prefazione.
Questo libro – il primo in Italia sulla paternità negata dall’aborto - non si limita ad aggiungere un aspetto oscurato nel dibattito, spesso ideologico, sull’aborto; apre la strada ad intuizioni ed approfondimenti. Ci consegna il senso della sfida lanciata dall’abortismo, dove padre e figlio sono accomunati dal medesimo tragico “rischio di cadere nel nulla”.

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martedì, aprile 16, 2013

Il padre libertà dono (di Claudio Risé. Edizioni Ares, 2013)


Lo Stato contro il padre, ci vuole tutti malati


(A cura di Paolo Marcon)

Fuori dal “sociologico recinto d’obbligo”. E’ lì che conduce, sempre, la lettura dei libri di Claudio Risé. Che non mirano direttamente a spiegare, definire minuziosamente, prima di tutto invitano a guardare con rispetto e curiosità alle esperienze di quella vita che origina dal padre e dalla madre, lungo tutto il suo sviluppo.

L’approccio qui adottato è multidisciplinare, non limitato al campo psicoanalitico: Il padre libertà dono (Edizioni Ares) è forse l’opera più radicale – perciò indubbiamente anti-politica –, dell’Autore.

E’ nei pressi di: libertà, salute, schiavitù , “malattia” (quest’ultimo termine, invero, adoperato con molta cautela da Risé, che nella sua riflessione cita anche orientamenti eterodossi, quali l’etnopsichiatria), che si sviluppano le argomentazioni appassionate di questo lavoro. Non si tratta, beninteso, di concetti astratti, bensì di fatti concreti, fenomeni di cui fare (facciamo) esperienza.

Libertà allora – ricorda Risé, non è un’astrazione, è la “sorgente viva dell’essere”, ciò che permette di correre l’avventura della formazione della propria identità. E’ sempre un fatto presente (o assente) in un essere umano, in un singolo essere umano. “Libertà” è un fatto personale, appassionarsi alla libertà è appassionarsi alla propria libertà, appassionarsi a Sé. Alla difesa della propria integrità/salute, dalle aggressioni esterne (mosse dagli “idoli collettivi”) e dalle pulsioni coattive interne (slegate dal principio di realtà, e finalmente dallo stesso principio di piacere), che minano la capacità di ricercare il proprio benessere. In una dimensione dinamica: perché “libertà” non è un “dato”, è un processo, un continuo “percorso di liberazione”. O non è.

Il disagio psichico, così drammaticamente diffuso oggi, è pertanto un indebolimento di questa capacità di essere presenti a sé stessi, con la propria libertà. E’ lo stato di chi “si sente agito”, invaso. Di chi è ridotto in schiavitù. Anche se spesso, suggerisce Risé, si tratta di “servitù volontaria”, fenomeno studiato nella modernità dalla scienza della politica (De La Boétie), ma da sempre minaccia presente nella psiche umana, quando l’essere si subordina alla pretesa “volontà” di un piccolo e spaventato Io, magari delirante d’onnipotenza.

“Il malato, come ricorda più volte C. G. Jung, è il più delle volte qualcuno che, per ragioni biografiche o fisiologiche personali, non è in grado di restituire al collettivo sociale le sue patologie, e ne rimane intossicato e travolto”. E’ nell’indagare questa relazione tra mal-essere individuale e disagio collettivo che l’Autore individua nella “dipendenza” il centro di ogni nevrosi, coazione a ripetere comportamenti che ci fanno male: “La resistenza e opposizione all’uscita dalla dipendenza, alla conquista della libertà e responsabilità personale, è oggi la più potente fonte di malessere”.

E’ diventato “politicamente scorretto” ricordarlo, ma ogni situazione di dipendenza, mancanza di libertà e responsabilità, è immagine di quella prima, comoda, relazione fusionale del figlio con la madre, governata dal principio dell’immediata soddisfazione del bisogno. La profondità e la completezza di questa relazione primaria è di fondamentale importanza, per il futuro benessere psichico del figlio (Risé gli dedica un intero capitolo di questo libro); essa tuttavia deve interrompersi, per far entrare nel tempo il figlio, dare l’avvio alla sua avventura di libertà. Se manca questo principio di individuazione, il figlio, anche adulto, è destinato a non uscire dall’universo infantile ed adolescenziale delle dipendenze: dalle persone che incontra, ama, dalle sostanze, dai bisogni indotti e, sempre con più evidenza, come osserva Risé, “dalle strutture tecnoscientifiche, forme organizzative o di conoscenza collettive”. Si tratta, anche, di quella Grande Madre-Stato cui il piccolo Io rivolge le sue “aspettative di tipo magico” (cit.), nel vano tentativo di placare le proprie angosce riversandole in strutture fuori dall’umano. Va da sé che siamo in presenza di un “circolo uroborico”: ad ogni fatale fallimento di queste aspettative riposte nel “collettivo”, riesplodono angoscia ed aggressività, che portano nuove ragioni al potere, e ai suoi organi di controllo.

Spezzare questo circolo vizioso della dipendenza, significa pensare un altrove che permetta di viversi in movimento nell’incontro con l’altro. Il padre – sottolinea Risé -, è il luogo di questo Altrove, è il terzo che rompe la fusionalità originaria con la madre, ed è quindi la risorsa (la “risorsa Padre”), cui l’individuo rivolge il proprio desiderio di indipendenza, autonomia e libertà.

L’urgenza di cogliere questo aspetto liberatore del volto paterno, sembra tuttavia richiedere la conquista di una posizione radicalmente critica, rispetto a tutti i poteri/saperi vigenti. Significa, per esempio, (attualissime ed utilissime le argomentazioni di Risé sul punto, in un momento in cui i giovani più intelligenti hanno infinite buone ragioni per sentirsi traditi dai padri), superare l’Edipo freudiano, che getta in una competizione di potere, tutta centrata sull’autoritarismo, padre e figlio. Ed ha portato ad interpretare le contestazioni degli anni Settanta come una “rivolta contro il padre”, quando invece proprio quelle vecchie classi politiche ingessate avevano contribuito a liquidare definitivamente il principio paterno.

In breve, il “passaggio al padre” esige l’oltrepassamento della sua freudiana identificazione nel garante della legge.

Scrive limpidamente Risé: “Il diritto non lo produce il «padre», ma il legislatore, che come vedremo in questo libro non ha attualmente per lui nessuna simpatia. E’ quindi ora di sfilare il padre dalla pesante responsabilità del diritto della modernità, prodotto da Stati e sistemi nazionali e internazionali fortemente burocratici e quindi ostili a un’autentica libertà personale”.

Lungi dall’essere visto come rappresentante della legge, il padre nel diritto (im)positivo dello Stato, e specialmente negli ultimi quarant’anni, è sempre più un autentico “fuorilegge”, qualcuno da guardare con sospetto, mettere fuorigioco, nel diritto di famiglia come nella cultura dominante, per le possibilità educative che incarna e i loro esiti emancipativi dell’individuo rispetto a strutture di potere burocratico.

Non sono le pulsioni individuali coattive e slegate a preoccupare l’organizzazione politica e sociale contemporanea: quelle, anzi, vengono legittimate ed eccitate, con l’incessante e molto liberal opera di regolamento e normazione, giacché indeboliscono l’individuo ed il suo potere su di sé, diretto alla cura di un progetto di vita personale, mentre ampliano il potere di controllo dell’organizzazione stessa. E’ la forza trasformativa del padre, che va messa (viene messa), letteralmente fuorilegge. Come illustrano drammaticamente e radicalmente le legislazioni abortiste, che sanciscono la totale irresponsabilità paterna, con la rozza pretesa di assoluta esclusione del maschio-padre dalla vicenda procreativa, e dal destino del figlio.

Che la nostra sia una “società senza padri” è, d’altro canto, un dato acquisito persino dalla sociologia degli anni Sessanta. Il padre libertà dono, di Claudio Risé, non si limita però a chiarire le dinamiche profonde che conducono una società senza padri ad essere una “società di eterni adolescenti”, per dirla con Robert Bly (ma in modo non dissimile il pensiero libertario, con H. H. Hoppe, parla di “società infantilizzata”). Ci fornisce altresì le piste delle possibili vie d’uscita, che si aprono dinanzi a noi proprio mentre tutto sembra comandato dall’abitudine, e dalla servitù. Per esempio gli sviluppi delle neuroscienze (che hanno ormai superato ogni tipo di precedente “nichilismo neurologico”) ci richiamano fortemente al nostro personale impegno etico nel progresso delle nostre responsabilità e libertà individuali. Ed è soprattutto in questo impegno etico che possiamo avvalerci di quella che Risé chiama: “risorsa Padre”.

Ma chi è, allora, il padre? Come possiamo incontrare questo “fuorilegge”, ed allearci con lui?

Il padre è una risorsa personale di carattere simbolico, che certo impegna direttamente anche i padri in carne ed ossa, biologici o spirituali che siano. E’ un archetipo, ossia un contenuto della psiche individuale di ciascuno di noi. Il padre libertà dono, attraversando le narrazioni del mito e della religione, ci avvicina alla complessità di questa “forza liberatrice”, che non sempre si è presentata in modo univoco e privo d’oscurità alla coscienza storica dell’umanità. Perché ciò che salva, liberandoci dalle nostre false rassicurazioni, non può che inquietare, finché non si è pronti ad accettare la perdita delle nostre più castranti abitudini, e modi di pensiero.

E’ in questa alleanza padre-figlio, che l’avvento di Gesù porta alla piena coscienza cristiana, che il figlio si riconosce creatura di un padre promotore ed amante della vita, e può dunque rinunciare ai deliri di onnipotenza, alle presunzioni fatali, ai “sentimenti oceanici” e alle visioni più disperate, per aprirsi finalmente con fiducia e realismo all’avventura della libertà. Un’alleanza profonda prima di tutto spirituale e psicologica, che non prevede imposizioni, ma si nutre reciprocamente in una sfida educativa ed autoeducativa in cui il padre stesso può avvalersi del sapere e dello sguardo nuovo del figlio, come insegna la bellissima saga nordica, citata nel testo, dell’Erlkoenig.

Il padre libertà dono chiarisce come il percorso di liberazione sia un Esodo personale, sempre infestato di insidie interne ed esterne, una via certamente scomoda, ma l’unica che permette di trovare il proprio senso per aiutare l’altro a trovare il proprio.

martedì, ottobre 23, 2012

Lo Stato illusionista. Una storia infinita di tasse e parassiti (di Cristian Merlo, Leonardo Facco Editore, 2012)

«L’invincibilità del Leviatano nel nostro tempo […] è illusoria; ma proprio questa è la sua forza. La morte che essa promette è illusoria e perciò più terribile della morte sul campo di battaglia. Neppure valenti guerrieri le tengono testa: i loro ordini non contemplano la sconfitta delle illusioni»
Ernst Jünger


Chiunque non sia incline a piegarsi ai dogmi della statolatria politicamente corretta, i cui sacerdoti, sugli altari di una pretesa superiorità morale (fossero anche semplici cittadini, nella vanità psicologica di affiliazione ai superuomini di Stato), nel nome di sua maestà la Giustizia Sociale, sua Eccellenza la Redistribuzione e loro Eminenze i Beni Pubblici, spargono sentenze inappellabili; chiunque abbia osato, in un consesso, diciamo così, non protetto, affermare senza imbarazzo che l’evasore fiscale non è il parassita e che evadere le tasse è persino legittima difesa, tra i cori di indignazione degli “onesti cittadini”, si sarà più e più volte sentito opporre il ventaglio delle solite, molteplici, obiezioni, che vanno dagli alti riferimenti morali, ai più semplici, e apparentemente banali: “se non paghi le tasse, non hai diritto ad usufruire degli ospedali”, “se non versiamo le imposte allo Stato, chi costruirà le strade?”.
L’esercizio in questione, da ripetersi di tanto in tanto, non è superficiale, poiché rende la misura del degrado cognitivo del suddito moderno e del livello di desertificazione immaginativa cui è sottoposto il cittadino democratico.
A lui, e a noi tutti per cogliere al meglio le dinamiche materiali e simboliche di questo tempo tragico, è davvero consigliabile la lettura della “storia infinita di tasse e parassiti”, che ha voluto raccontarci lo studioso liberale Cristian Merlo.
Con solidi riferimenti teorici, giuridici ed economici, l’Autore vi tratteggia, senza sconti, il quadro ordinario, attuale, profondamente corrotto e corruttore dello “sfruttamento democratico”, che va in scena all’Ombra di quello Stato che il grande Frédéric Bastiat – in tempi meno gravi di questi -, battezzò: la grande finzione in cui tutti si sforzano di vivere alle spalle di tutti.
In novanta, dense, pagine, non prive di riferimenti scientifici, vengono messi in scena i meccanismi degeneri di quello che, ironia della sorte, viene chiamato: “Stato del benessere”.
Precisa è la descrizione dell’impatto sociale degli apparati politico/burocratici, in termini concreti di compressione delle libertà individuali.
Ma ciò che rende più prezioso e singolare questo lavoro è da un lato l’attenzione posta sul carattere “illusorio” tipico della strumentazione ideologica della dottrina dello Stato, dall’altro la giusta, pesante, valutazione degli effetti degeneri dell’ubriacatura illusionista, in termini di degrado cognitivo, psicologico, morale della nuova umanità infantilizzata.
Così Merlo dedica innanzitutto interessanti riflessioni alla madre di tutte le illusioni: l’illusione dell’infallibilità della soluzione politica.
E’ l’opinione, comune come le more, del “primato della politica”, l’illusione che un gruppo più o meno ristretto di “superuomini”(ossia, per dirla con Sergio Ricossa, di uomini come gli altri, ma con molto più potere), sia depositario di una superiore sapienza morale, economica, sociale, disponga di informazioni accentrate: a loro si dovrebbe rivolgere il cittadino-suddito per trovare soddisfazione ai propri bisogni, alle proprie ansie e finanche ai propri sensi di colpa.
Naturale corollario di questa illusione primaria, è l’ideologia dei Beni e Servizi Pubblici, la grande illusione dell’imprescindibilità statale della loro fornitura, attraverso mezzi politici coercitivi.
Chi si prenderà la briga di leggere “Lo Stato illusionista” noterà la scrupolosità con cui l’Autore passa in rassegna i fattori che alimentano le illusioni stataliste, e la facilità con cui queste vengono destrutturate.
Qui preme invece sottolineare ciò che emerge – fondamentalmente e limpidamente – dalla lettura di questo libro: la realtà di una politica fatta di maschere e finzioni cui corrisponde un’umanità ipnotizzata di fantasmi e zombies, impegnati a vivere una vita che non è la loro, nel teatro dell’”assalto alla diligenza”, della “rincorsa al privilegio”, dell’impossibile calcolo dei costi/benefici di tasse e servizi imposti in modo monopolistico dalla cricca dei consumatori di tasse, in un circolo vizioso (uroborico), in cui nessuno è più padrone di se stesso.
Di più, nella “società rimescolata”, tutti rinunciano a conoscere veramente se stessi, misurandosi in una società libera e ideando un’autentica cooperazione sociale. Per debolezza. Per paura. Per sfiducia. Le condizioni che riducono in schiavitù l’essere umano.
Il Leviatano, scriveva Ernst Jünger, è un tiranno ora esterno ora interno. E’ ben possibile che lo spettacolo illusionista finisca presto, con il crollo del teatro sulle nostre teste. Nel frattempo, tuttavia, siccome ne va anche delle “partite personali” di un’intera, giovane, generazione, non va persa la capacità di coniugare uno sguardo lucido sul disastro nichilista che abbiamo davanti, con una fiduciosa considerazione dell’intelligenza e della libertà umana. Solo così, infatti, si può sperare di sottrarre terreno vitale ed immaginativo al Leviatano.
L’impresa è titanica (per questo affascinante), ma non impossibile.





domenica, giugno 24, 2012

Venetika

Programma:

Sabato 7 Luglio

ore 17.00 alzabandiera con il Reggimento storico della Milizia veneta.
ore 17.30 presentazione rivista “Quaderni Veneti” con Moreno Menini
ore 18.00 pausa aperitivo
ore 18.30 Presentazione Istria Damore di Ulderico Bernardi editrice Santi Quaranta
ore 20.00 cena serenissima (10 euro di contributo)
ore 21.30 proiezione documentario sulla caduta della Serenissima “Venezia 1797 La Storia da riconquistare” di Tommaso Giusto
ore 22.00 ammainabandiera

Domenica 8 Luglio

ore 9.00 alzabandiera con il Reggimento sotrico della Milizia Veneta
ore 10.00 Dibattito “veneto, Italia, Europa. Che futuro ci aspetta?”. Modera Davide Guiotto, relatori Silvano Polo, Ettore Beggiato, Leonardo Facco ed altri relatori.
ore 12.00 Pranzo (10 euro di contributo)
ore 14.30 presentazione libro di Pero Favero “reitia Dea dei Veneti”
ore 17.00 ammainabandiera

Pagina facebook dell'evento: http://www.facebook.com/reqs.php?type=1#!/events/237276763058841/

domenica, maggio 20, 2012

Vittorio Veneto: la Lega Nord Padania è il partito delle tasse

La Lega Nord Padania è il partito delle tasse.


Il Sindaco di Vittorio Veneto Gianantonio Da Re, già Segretario provinciale di Treviso della Lega Nord nonché candidato contro Tosi alla Segreteria Nazionale (veneta), è stato forse il primo Sindaco in Italia a parlare di rivolta contro l'IMU, alla fine del 2011, dicendo che non l'avrebbe fatta pagare ai suoi cittadini.

Qualche settimana fa si è rimangiato la parola, ...ed abbiamo letto sui giornali che avrebbe imposto l'aliquota minima (quindi 0,20% per le prime case).

Oggi dal Gazzettino di Treviso apprendiamo che la Giunta comunale ha deliberato l'aliquota base (0.40% per le prime case, 0,76% sulle seconde case).

Non solo: l'altro giorno il Comune di Vittorio Veneto ha deliberato l'aumento dell'addizionale comunale irpef dallo 0.50% allo 0,80%.

Il Sindaco di Vittorio Veneto Gianantonio Da Re e la Lega Nord Padania hanno finito di prenderci per il culo?

La Lega Nord Padania è il partito delle tasse, ce lo ricorderemo alle prossime elezioni.

Hans-Hermann Hoppe sul problema dell'ordine sociale

giovedì, maggio 17, 2012

Vanità capitali. Dialogo con Geminello Alvi

«Noi dovremmo uscire dalla logica perversa di dipendenza, anche in absentia, dallo Stato valorizzando gli elementi di dono, di libertà individuale».

Leggi la spettacolare intervista a Geminello Alvi 

Carlo Lottieri: Proprietari di merci, denaro, titoli… O proprietari di nulla?

«Il crony capitalism delle nostre socialdemocrazie ha rigettato il mercato e ora sta erodendo le basi materiali e giuridiche dell’Occidente, poiché in una società in cui tutto è a disposizione del ceto politico e della sua capacità di redistribuire, non vi è più diritto e non vi è più proprietà.


Una visione variamente collettivista e/o comunitarista ha messo fuori scena l’altro e la sua trascendenza. Si potrebbero evocare molti fenomeni culturali che hanno accompagnato tale processo, ma qui basta ricordare come – anche a causa della poderosa influenza esercitata da John Maynard Keynes – con il successo della macro-economia l’intera società è stata posta nelle mani di programmatori autorizzati a definire l’economia nel suo insieme con la gestione dei tassi d’interesse, la contrattazione politica dei salari, la spesa pubblica.

Anche un non specialista comprende immediatamente che, con il successo di questo paradigma, la vita produttiva e di conseguenza l’intera società diventano manipolabili.

La distruzione del libero mercato coincide con l’assoggettamento dell’altro».

Leggi tutto su Communitas



martedì, maggio 15, 2012

preghiera

Ma il vento

il vento che piega i cipressi

perché non solleva, Gesù Maria

la vecchia bandiera dell'anarchia?

Leo Longanesi

sabato, maggio 05, 2012

domenica, aprile 01, 2012

Credere nello Stato o leggere il nuovo libro di Carlo Lottieri?

Perché il potere politico è tanto forte ed invasivo, oggi? Com’è possibile che la maggioranza delle persone consideri normale che lo Stato le privi del 50, 60, 70% del proprio reddito e delle proprie ricchezze? Perché siamo abituati a considerare legittimi e addirittura lodevoli comportamenti e azioni dei governanti, che procurerebbero immediatamente la galera ai governati che li adottassero? Perché acconsentiamo tranquillamente ai segreti di uno Stato che pretende da noi la più assoluta trasparenza?

Sono solo alcune delle domande che trovano una convincente ed articolata risposta in “Credere nello Stato? Teologia politica e dissimulazione da Filippo il Bello a Wikileaks” (Rubbettino, 2011), recente pubblicazione del prof. Carlo Lottieri. La prospettiva scelta è quella della “storia delle idee”, che non pretende di esaurire l’indagine sull’origine e la natura della statualità moderna, eppure - nella consapevolezza dell’incidenza degli aspetti materiali, degli interessi economici, delle ambizioni personali -, riconosce nella metafisica la dimensione decisiva di un dominio capace di spegnere ogni istanza di resistenza dei singoli e delle comunità.

“Un interminabile Kulturkampf” – così lo definisce l’Autore – è quello che si staglia sullo sfondo di fatti e processi storici che hanno modificato profondamente la natura del potere, ampliato la sua capacità di penetrare la società a tutti i livelli, confondendosi con essa, cambiato la nostra percezione del dominio politico, ed ultimamente il nostro stesso rapporto con la realtà.

Così, dalla fase di maggiore visibilità del potere, in cui esso mantiene un carattere personale che ne costituisce elemento di debolezza (per esempio favorendo lo sviluppo della teoria del giusto tirannicidio) alla moderna organizzazione politica in cui il potere diventa invisibile, opaco, funzionale, diffuso, spersonalizzato (di cui è immagine perfetta la formula inculcata dall’ordine statuale più maturo, attraverso la scuola pubblica: “lo Stato siamo noi”), la storia delle Istituzioni politiche europee si sviluppa nel durissimo confronto tra le mutevoli teorie di legittimazione del potere civile, sfidate dalle elaborazioni teologiche e concettuali volte viceversa a limitarne le pretese.

I protagonisti di questa affascinante vicenda, nell’età medievale, sono la Chiesa e l’Impero; i soggetti di uno straordinario conflitto, che culmina nell’eccezionale rivendicazione di Gregorio VII della facoltà «di sciogliere i sudditi dal vincolo di lealtà verso gli iniqui». L’Impero ne uscirà sconfitto, ma presto, a partire dalla Sicilia, Francia, Inghilterra, i Regni prenderanno il seguito di un potere sempre più avido, fino al trionfo dell’assolutismo democratico nella Rivoluzione Francese, tappa fondamentale per la tabula rasa di ogni freno tradizionale al controllo del potere sulla realtà.

Nel ripercorrere questi eventi, Lottieri evidenzia lo stretto legame che unisce la dottrina dello Stato (Istituzione che si proclama progressivamente sempre più sovrana, assoluta, definitiva, perpetua) alla teologia.

E’ precisamente nell’ininterrotta dialettica con la sfera religiosa che il potere secolare si definisce ed estende. Dapprima dotandosi di una dimensione sacrale che, strumentalizzando il detto paolino secondo cui ogni autorità viene da Dio, riconduce la religione ad instrumentum regni, come già fece l’Impero e più ancora i nuovi Regni, nazionalizzando le comunità di credenti. Successivamente cercando di separare, isolare, la cristianità (avvertita pur sempre come un limite alle pretese ambizioni di onnipotenza), riducendola a spiritualità privata: è il processo di secolarizzazione della società che corrisponde alla ri-sacralizzazione del politico, costruito attorno ad un nuovo apparato mitologico astratto (la “volontà generale”, il “contratto sociale”) che “dà ragioni alla forza” del potere.

La ritualità delle feste civili, la devozione per i nomi dei martiri dello Stato ricordati nei titoli delle vie cittadine sono solo alcune delle espressioni di questa religiosità repubblicana.

Come ha ben spiegato Carl Schmitt, lo stato moderno è allora un insieme di concetti teologici secolarizzati, accumulatisi per gradi di pretese neutralizzazioni della conflittualità sociale. Colpisce, nella lettura del libro di Lottieri, l’ossessivo richiamo alla pace (e, più tardi, alla separatezza della sfera religiosa), nei più efficaci sostenitori del potere secolare.

Ma in quanto “dio immanente” (monopolista della forza, ente unico, perpetuo, sovrano esclusivo su un territorio), l’ordinamento statuale moderno segna altresì il trionfo di una religiosità pagana, che nei rituali nazionalsocialisti realizza soltanto la sua versione apicale.

Ciò si è potuto concretizzare – spiega molto chiaramente il prof. Lottieri -, a causa dell’assorbimento del diritto nel potere, il quale è riuscito a ridurre la Legge a sanzione e decisione politica.

Lo spazio storico del diritto privato emergente dalle relazioni interpersonali di liberi proprietari (lex mercatoria, diritto consuetudinario), viene occupato dalle regole imposte dai detentori del potere politico. D’altro canto la stessa proprietà, nella società dove lo Stato rivendica il monopolio della forza - laddove non apertamente espropriata –, perde la sua dimensione politica, la capacità di fare comunità. E’ il mito della razionalità incarnata dallo Stato che si esprime nel moderno legalismo: Carlo Lottieri lo individua, finalmente, anche come radice del nuovo globalismo dell’ideologia dei “diritti umani”. Pure in questo caso, «la volontà di organizzare il mondo prevale sul riconoscimento dell’altro» (cit.).

Esula da questo invito alla lettura la possibilità di accennare anche solo approssimativamente a tutte le intuizioni dell’Autore sui passaggi “ideali” determinanti per l’indebolimento della capacità di resistenza dell’uomo di fronte al potere (bellissime e molto istruttive, tra le altre, le pagine sull’Illuminismo e su Kant).

In conclusione, si può pertanto solo convenire, con Lottieri, che lo Stato, per affermarsi ed estendere progressivamente il suo potere, «ha bisogno della forza che gli deriva dal maneggiare il linguaggio del bene e del male». E – in definitiva – poco cambia se tale manipolazione avvenga citando la Bibbia o la teoria dei beni pubblici di Samuelson e dei moderni economisti: nell’aura sacrale ed invincibile che il Leviatano riserva a se stesso e riesce ad imporre sulla società, vi è l’unica risposta plausibile alle domande poste in apertura di questo scritto.

Credere nello Stato? Teologia politica da Filippo il Bello a Wikileaks” si presenta, dunque, come un prezioso contributo alla demistificazione dell’ordine politico, nella giusta consapevolezza che, nella realtà delle cose, lo Stato non è perpetuo e la «storia resta aperta» alla confutazione del potere e delle sue inique e soffocanti imposizioni.

domenica, marzo 25, 2012

Sulle domande del potere (dal Trattato del Ribelle)

« Nell'epoca in cui viviamo gli organi del potere ci interrogano senza posa, e certo non si può dire che siano animati esclusivamente da un'ideale brama di conoscenza. Quando ci interpellano con le loro domande, non cercano il nostro contributo alla verità oggettiva né, tanto meno, alla soluzione di questo o quel problema particolare. Ciò che gli importa non è la nostra soluzione, bensì la nostra risposta. [...]


L'essere umano è ridotto al punto che da lui si pretendono le pezze d'appoggio destinate a mandarlo in rovina. E oggi bastano delle inezie a decidere la sua rovina. [...]

Le domande incalzano sempre più da vicino, si fanno sempre più assillanti, e sempre più importante diventa il modo in cui noi rispondiamo. Non dobbiamo dimenticare che anche il silenzio è una risposta. Ci chiedono perché abbiamo taciuto alla tal ora e nel tal luogo, e ci rilasciano una ricevuta per le nostre risposte. [...]

E' soprendente come in tale situazione tutto diventi risposta, in questo senso particolare, e quindi materia di responsabilità. [...]

L'arte del comando non consiste semplicemente nel porre la domanda nel modo giusto, essa si rivela altresì nella messa in scena, nella regia di cui detiene il monopolio. L'evento va presentato come un coro assordante che suscita insieme terrore e ammirazione »
 
Ernst Jünger (dal Trattato del Ribelle, Adelphi)

mercoledì, marzo 21, 2012

Questa è democrazia

(Tratto dalla pagina facebook di Lew Rockwell)

"It's no surprise that Ron Paul came in dead last in Puerto Rico." writes Ralph Raico. "It's an island that lives totally from welfare from the taxpayers of the 50 states. Ron's becoming president is their worst nightmare."

giovedì, marzo 15, 2012

Apocalisse Fiscale

Apocalisse Fiscale: CGIA Mestre "Pressione fiscale “reale” record: ormai al 54,5%"


Di fronte a questi livelli di violenza statale e coercizione legale, esproprio della proprietà privata e riduzione in schiavitù forzata, ogni essere umano non ha più solo il diritto di difendere se stesso e la sua proprietà in ogni modo, bensì ha il dovere di farlo, per sé e per i propri cari.

giovedì, febbraio 23, 2012